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Veltroni si interessa della legge Biagi per ragioni elettorali

di Francesco Pasquali - 15 maggio 2006

Il recente tentativo del sindaco capitolino, Walter Veltroni, di aprire un dibattito sulla legge Biagi ha una rilevanza più elettorale che politica. E' proprio il silenzio di Veltroni, durato l'intera legislatura, che ci spinge a ritenere il suo articolo apparso su La Stampa come una trovata per la sua campagna elettorale, rivolta più a guadagnarsi uno spazio sui media che ad aprire un serio dibattito interno alla sinistra sui temi del lavoro, dove magari tracciare un solco tra riformisti, qualora ce ne fossero, e i numerosi oscurantisti.

Veltroni ha sempre taciuto durante lo scempio, durato 5 anni, che l'intera sinistra, compreso il suo partito, e la Cgil hanno fatto della riforma del lavoro elaborata da Marco Biagi, negandogliene addirittura la paternità, tanto da ribattezzarla legge 30, ma soprattutto il sindaco di Roma ha taciuto sulle sorti che il programma dell'Unione ha previsto per la legge Biagi. Inoltre non è assolutamente vero che il nome di Marco Biagi divide la sinistra, come tentano di convincerci certi intellettuali di spessore, da Di Vico a Ichino; il nome e soprattutto l'opera di Marco Biagi sono uno spartiacque tra i riformisti, attualmente concentrati nella CdL, e i conservatori-oscurantisti concentrati nella Cgil e nella sinistra post-comunista, che della legge Biagi ne hanno fatto una questione politica. Quindi Veltroni, quando a pochi giorni dalle elezioni amministrative sostiene che Marco Biagi «grazie alla sua formazione intellettuale e all'ampiezza delle sue vedute sull'Europa considerava il mercato del lavoro italiano ingessato da regole nate per essere applicate a situazioni ormai molto differenti da quelle attuali, e proponeva la sperimentazione di strade diverse, senza farsi fermare da pregiudizi e ideologismi» e che «la flessibilità ha contribuito a facilitare l'accesso di tanti ragazzi e ragazze al mondo del lavoro», realizza una patetica e squallida celebrazione dell'ipocrisia. Correre dietro alla palla tirata da Veltroni, o ancor peggio fargli sponda, è tempo perso. Non ci sono i presupposti per intavolare uno straccio di dibattito sulle politiche del lavoro, anche perché Veltroni, pur essendo un autorevole esponente dei Ds, non può essere un interlocutore, specie per le parti sociali, in quanto parla a titolo personale, e lo conferma la mancata reazione delle anime radicali della sinistra, ormai rassicurate dal fatto che il partito di Veltroni si muove in tutt' altra direzione.

Con questa sinistra, che si ostina in un modo tanto patetico quanto scellerato ad affermare l'equazione flessibilità uguale precarietà, parlare di riformismo è come gettare sassi in uno stagno. Insomma, l'intenzione di Veltroni è quella di aprire una polemica, di alzare un po' di polvere, ma del sindaco uscente non ci inganna né il suo forzato buonismo, né tanto meno la sua vena riformista. Veltroni per poter essere credibile avrebbe dovuto avere il buongusto di spiegarci perché non ha mai contrastato pubblicamente quanti, nel suo schieramento e nella sua stessa Giunta comunale, hanno concentrato la loro azione politica nel tentativo di cancellare non solo il lavoro di Marco Biagi ma anche la sua memoria. L'inerzia del sindaco capitolino in questo caso è stata di gran lunga peggiore della complicità diretta.

! Francesco Pasquali
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