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Libertà intellettuale e conformismo ideologicodi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000
La trama di Animal Farm (trad. it. La fattoria degli animali, Milano, Mondadori) è nota. Gli animali di una fattoria si ribellano al proprietario, e dopo averlo cacciato tentano di costituire un nuovo ordine di cose fondato sul principio dell'uguaglianza totale fra animale e animale, indipendentemente dalle reciproche razze di appartenenza: un'isola di Utopia dove gli abitanti vivono concordi e uniti, liberati dal giogo umano, dalla fame e dalla frusta. Purtroppo, neanche a dirlo, i risultati ottenuti contraddicono le iniziali speranze. Gli episodi di cui si compone il romanzo orwelliano ricalcano fatti reali. Sia i personaggi che i principali eventi della rivoluzione sovietica trovano infatti un corrispettivo nelle figure e nelle situazioni del romanzo. Per esempio, rileva Guido Bulla, le equivalenze più evidenti sono quelle Napoleone/Stalin e Palladineve/Trockij. Jones, il violento proprietario della fattoria, può rimandare alla figura dello zar Nicola II ed il Vecchio Maggiore, capostipite della gerarchia suina, suggerisce sia la persona di Lenin in quanto attivista ed agitatore di primo piano, sia quella di Marx in quanto teorico del materialismo storico. La predominanza dei maiali sugli altri animali dopo la conquista della fattoria richiama la presa del potere da parte della fazione bolscevica dopo la Rivoluzione d'ottobre del 1917; la sanguinosa cacciata di Palladineve dalla Fattoria corrisponde all'espulsione di Trockij del 1929; i cani che spalleggiano i maiali corrispondono alla Ceka, la polizia politica poi chiamata GPU. Esponendo la verità senza far violenza all'inclinazione estetica - poiché «al di sopra del livello dell'orario dei treni, nessun libro prescinde completamente da considerazioni estetiche» (cfr. Perché scrivo, in «Racconti e saggi», Milano, Mondadori 2000) - Orwell accorda l'intento politico all'estro artistico. In questo modo egli centra il bersaglio nel modo migliore: colpisce la menzogna radicale della società senza classi, dissacra i dogmi dell'avvenire e delle "magnifiche sorti progressive", riportando in auge la visione della società perfetta intesa come irrealizzabile utopia. Orwell risulta quanto meno controcorrente rispetto al trend intellettuale del suo tempo. Nei confronti della cultura imperante dimostra di non nutrire alcun sentimento d'inferiorità. Orwell scrive ciò che pensa. E quel che pensa lo pensa "in proprio", in modo autonomo. Su questa linea egli non può non constatare lo stato di asservimento mentale degli intellettuali all'ideologia comunista e alla figura di Stalin. Se infatti per Marx la religione è l'oppio dei popoli, l'ideologia comunista è, per dirla con Raymond Aron, l'oppio degli intellettuali. A tal riguardo la sua autonomia è dimostrata da un giudizio tanto sincero quanto politicamente scorretto: «il servilismo con cui la maggior parte dell'intellighenzia ha sopportato e ripetuto la propaganda russa dal 1941 in poi sarebbe addirittura sbalorditivo, se essa non si fosse gia comportata allo stesso modo in parecchie occasioni precedenti. Il punto di vista russo su una questione dopo l'altra è stato accettato senza alcuna verifica, e quindi pubblicizzato senza il benché minimo riguardo alla verità storica o alla dignità intellettuale» (La libertà intellettuale, in G. Orwell, «Romanzi e saggi», Mondadori, Milano 2000). Orwell riconosce la libertà intellettuale come uno dei pilastri della civiltà occidentale: libertà che si riflette come pluralità di espressione, anche attraverso il lavoro della mente. La libertà d'azione e quella di pensiero sono infatti interdipendenti. Un uomo deve essere libero di fare, ma anche di pensare. L'uomo che fa e non pensa si ridurrà presto o tardi ad un automa, o quanto meno ad individuo irresponsabile. Come ad esempio per Ortega y Gasset, anche per Orwell la scrittura non è un passatempo né un alibi, ma una imprescindibile forma di comunicazione. Come il pensiero che essa trascrive, la scrittura è perciò forma di azione, in sé capace di toccare la mente e il cuore della gente in modo costruttivo. Lo scrittore inglese adotta in modo permanente il detto coniato da Voltare: non condivido ciò che dici, ma mi batterò per difendere il tuo diritto di dirlo. E poiché egli considera vita e opera come parti distinte ma mai separate, ad esso si tiene fedele nella teoria e nella pratica, come scrittore e come uomo: la libertà è anche libertà di avere un'opinione non conforme alla maggioranza, senza per questo essere tacciati eresia politica. In un articolo uscito sul Tribune del 4 giugno 1943 Orwell fa notare che se si chiede ad un membro di partito cos'abbia da obiettare su di uno scrittore "non allineato" a sinistra come ad esempio T. S. Eliot, la risposta sarà, in ultima analisi, che Eliot è un reazionario, un intellettuale borghese, una mente priva di contatti con l'uomo della strada e via dicendo: quindi, un cattivo scrittore. Questi, sostiene Orwell, non sono altro che giudizi ideologici, che niente hanno a che fare con l'onestà intellettuale. Il valore delle persone, di quel che sono e di ciò che fanno, viene misurato esclusivamente sulla base della scelta di campo che esse compiono. In tal modo l'avversario politico diventa un nemico ideologico di cui il solo bene è dirne male, sempre e comunque: Auden è un santo e Céline un criminale. Peccato però, nota Orwell sempre nello stesso articolo, che Céline abbia scritto Mea culpa mentre Auden se ne sta in America a rimirarsi l'ombelico (cfr. La letteratura e la sinistra, in «Racconti e saggi», cit. ). Ideologicamente, l'informazione e la divulgazione culturale si riducono a mezzi di indottrinamento. Ed in questo modo, palesemente o meno, si giunge al principio secondo cui la difesa della democrazia può passare attraverso l'uso di mezzi totalitari, come la distruzione di qualunque forma di pensiero autonomo. Per il dottrinario è naturale equivocare la letteratura e in generale l'opera della mente con gli opuscoli propagandistici. La libertà che non perde occasione di sbandierare è solo quella a suo uso e consumo: quella in cui c'è spazio per l'espressione di qualsiasi opinione, purché questa non rappresenti un attacco a Stalin e alla linea politica dell'URSS. Se si considerano le cose da questo punto di vista, si può dire che il pensatore "impegnato" è soprattutto impegnato a pensare la più celere sostituzione della sua capacità critica con il dictat ideologico del Partito. Quella ideologica è una mentalità in cui lo spirito di parte si esprime come partigianeria assoluta: un perimetro mentale fuori dal quale idee diverse non hanno diritto di esistere, e se esistono vanno in qualche modo delegittimate. L'ideologia è la divinità che dice ai propri adepti: non avrai altra dea all'infuori di me. Come ricorda Popper, la libertà è più importante dell'uguaglianza, poiché l'uguaglianza non può esistere tra esseri non liberi. L'ideologia promette che nella società perfetta tutti gli uomini saranno uguali. Ma non dice che alcuni, anzi molti, finiranno per essere più uguali degli altri: come i maiali nati dalla penna di Orwell. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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