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Il muro del successo americanodi Stefano Magni - 17 maggio 2006 Altro muro, altre polemiche. Questa volta non stiamo parlando della barriera difensiva di Israele, ma di quella rinforzata dagli Stati Uniti al confine con il Messico. Mentre nel caso di Israele, la barriera è necessaria alla sopravvivenza dei cittadini israeliani, vittime dell'infiltrazione continua di terroristi, la barriera statunitense è una scelta politica, analoga al recinto costruito dagli Spagnoli attorno alle enclave africane di Ceuta e Melilla. In quanto scelta politica, è oggetto di discussione e dibattito all'interno degli Stati Uniti. Quando la Spagna progressista di Zapatero fece sparare sui migranti che cercavano di passare la barriera, la protesta umanitaria che ne seguì ebbe ben poco seguito. Nessuno accusò di razzismo Zapatero. Quando Bush decide semplicemente di rafforzare la guardia alla frontiera meridionale, la stampa schierata da sempre contro i «falchi neocon» si lancia all'assalto, ritirando fuori le accuse di razzismo contro la destra americana. La Repubblica, proprio il giorno dopo aver pubblicato un editoriale di Sandro Viola su Zapatero, caratterizzato da toni apologetici («Ecco il capo del governo spagnolo somiglia a quel ragazzo ottimista. Anche adesso che ha 45 anni dimostra, come quand'era diciottenne al liceo, assai meno della sua età. E come allora non c'è situazione in cui non lo si veda solerte, anzi zelante - l'attivismo tipico del primo della classe - e sul volto il suo eterno sorriso fiducioso») il giorno della decisione di Bush pubblica un articolo dell'inviato Vittorio Zucconi, caratterizzato da toni da Guerra Fredda. Vista dalla parte dell'Urss, si intende. Zucconi non lesina accuse di razzismo alla destra «leghista» americana del Sud, al presunto cinismo dell'amministrazione americana e soprattutto di «quel piccolo Machiavelli della destra repubblicana Karl Rove», che invece è considerato dal think tank libertario Cato Institute di Washington come «un repubblicano aperto di mente che ha realizzato che i Repubblicani hanno bisogno di attrarre il consenso degli elettori ispanici se vogliono rimanere competitivi». Zucconi richiama alla memoria addirittura il Muro di Berlino: «(il muro) fa rabbrividire gli americani che ricordano le intimazioni di Reagan a Gorbacev davanti al muro di Berlino». Ma è proprio grazie a questo esempio che dovrebbe saltare all'occhio la superiorità del modello americano: il Muro di Berlino non fu costruito dalla Repubblica Federale Tedesca per contenere l'immigrazione dall'Est, ma dalla DDR per tenere imprigionati i propri cittadini nel suo esperimento fallimentare di socialismo realizzato. L'Europa e gli Stati Uniti, al contrario, erigono muri per allontanare una massa incontenibile di emigranti attratti da modelli economici efficienti, da prospettive di libertà e prosperità ineguagliate nel resto del mondo. È una scelta dura anche per gli Europei, ma soprattutto per l'America, una nazione fondata sull'immigrazione. In Europa il blocco dell'immigrazione è approvato da opinioni pubbliche abituate a ragionare nei termini di Stato nazionale: prima i sudditi europei nascevano e crescevano come proprietà del loro re, poi i cittadini delle Nazioni europee come membri di comunità nazionali. In secoli di appartenenza comunitaria, gli Europei hanno sempre visto lo «straniero» come un corpo estraneo. Gli Americani sono nati da una cultura opposta: gli uomini sono nati uguali e liberi, il cittadino è colui che accetta i principi fondamentali di vita, libertà e perseguimento della felicità garantiti a ogni individuo, indipendentemente dal luogo di nascita. Per questo il dibattito sulle politiche di immigrazione in America assume un carattere più profondo, coinvolge i fondamenti stessi della Nazione. Il principio in base al quale si diventa cittadini americani è quello dell'assimilazione, diverso sia dall'omologazione (acquisizione dell'intera cultura del Paese che ti ospita), sia dal multiculturalismo (mantenimento di tutte le proprie tradizioni e istituzioni all'interno del Paese che ti ospita). L'assimilazione all'americana implica l'accettazione dei principi fondamentali (sostanzialmente i diritti individuali) e un patto di fedeltà con gli Stati Uniti, che vengono riconosciuti dal nuovo cittadino come la propria patria da difendere da qualsiasi altra aggressione esterna. Le altre differenze (etnia, religione, idee politiche) sono sempre state considerate irrilevanti. Il principio di assimilazione è sempre stato flessibile. I conservatori giudicano non assimilabile un flusso migratorio di 100 milioni di individui in meno di 20 anni: queste sono, in prospettiva, le dimensioni della migrazione dal Sud al Nord America. Per cui la barriera viene intesa semplicemente come un filtro, così da rendere il flusso più regolare. Ma l'altra anima della destra americana, quella libertaria, al contrario, punta il dito contro la regolamentazione eccessiva dell'immigrazione. La burocrazia e le regole per trovare un lavoro, le barriere all'ingresso e la condizione imposta dal welfare state di limitare il numero di nuovi cittadini da assistere, sono, secondo i libertari, la causa principale dell'immigrazione clandestina, che è anche la meno controllabile e la più vulnerabile alla tentazione della criminalità. Senza i limiti posti dal welfare e dalla burocrazia, vi sarebbe un'immigrazione meno traumatica, proprio perché alla luce del sole. E più coerente con i principi degli Stati Uniti, come sostiene l'oggettivista Harry Binswanger: «La fine delle quote di immigrazione è richiesta nel nome degli stessi diritti individuali (...) Essere straniero non vuol dire essere criminale. Ebbene il governo tratta da criminali quegli stranieri che non hanno avuto la fortuna di vincere alla lotteria della Green Card. Cercare lavoro in questo Paese non è un atto criminale». La divergenza tra la destra conservatrice e quella individualista, fa toccare con mano quanto sia difficile per gli Americani (molto di più che per gli Europei) giustificare politiche di immigrazione. Ma resta il fatto che milioni di persone, decine di milioni di persone sono attratte dagli Stati Uniti e da nessun altro modello alternativo del continente americano. Nessuno scappa verso Cuba. Nessuno scappa verso il Venezuela. Non ci sono masse di lavoratori che cercano fortuna nella nuova Bolivia rivoluzionaria.
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Ragionpolitica, periodico on line n.161 del 15/5/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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