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Liberalismo, moralismo, collettivismodi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000 In riferimento alla vita umana considerata nella sua interezza, Ropke riconosce che l'economia rappresenta un aspetto fondamentale. Fondamentale, certo, ma non unico. Quello economico non è uno spazio in sé chiuso, autosufficiente, che esaurisce in toto la realtà dell'essere umano. È l'uomo che fa la scienza economica, non viceversa. L'assolutizzazione dell'ambito economico è sempre pericolosa: espressione di una indebita riduzione antropologica, essa vede l'essere umano come un mero homo oeconomicus, che invece di lavorare per vivere vive per lavorare. Nella vita del singolo e della società, la dimensione economica convive con altre dimensioni non meno importanti: ad esempio quella religiosa. La libertà economica e l'economia di mercato traggono legittimazione autentica dall'ambito morale, che a sua volta si fonda nella dimensione religiosa: non a caso i totalitarismi novecenteschi hanno combattuto da una parte la religione e dall'altra la società liberale. Benjamin Constant, nelle sue Oeuvres politiques, scrive che l'epoca in cui dall'animo umano scompare il sentimento religioso coincide con quella dell'asservimento dell'uomo. Röpke, su questa linea, afferma che «il liberalismo non è - per dirlo con chiarezza - nella sua essenza un abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale». (Wilhelm Röpke, La crisi del collettivismo, La Nuova Italia, Firenze 1951). Il liberalismo in cui Ropke vede il liberalismo come una delle migliori espressioni di civiltà che l'Occidente abbia prodotto nel corso della sua storia plurimillenaria. Certo il liberalismo ropkiano non è solo una filosofia pratica. nè sinonimo di egoismo sfrenato e grettezza morale, d'ignoranza culturale e debolezza intellettuale, di senilità spirituale ed immaturità morale. Prima ancora di coincidere con la prassi, esso si configura come pensiero. Prima di essere un corpus di pratiche politiche ed economiche esso è una sorta di forma mentis, un "atteggiamento" mentale e culturale che la civiltà occidentale possiede nel suo DNA e che porta dentro di sé attraverso la filosofia greca, la cultura latina, il diritto romano e soprattutto l'eredità religiosa ebraica e cristiana. Nel liberalismo autentico sono le idee che guidano le azioni, sono i progetti che precedono le attuazioni, non viceversa. Il liberalismo ha come sommo riferimento il principio di libertà nelle molteplici sfere della vita personale e sociale: come tale esso non è, né può mai essere, un «dogma rigido. Esso è piuttosto una forza sempre desta, che torna sempre a salvaguardare l'occidente dall'irrigidimento ed ha operato con un sempre più vigile mascheramento della menzogna e dell'oppressione dell'uomo». (La crisi del collettivismo, cit. ) Dire liberalismo significa, in questo caso, dire libertà essenziale che si concretizza nella storia: libertà intrinseca ad una tradizione non statica ma dinamica, che mantenendosi fedele alla sua sostanza, prende forma nuova rispetto al tempo e alla storia quindi anche rispetto al suo stesso passato. Ovviamente, alla libertà che ogni persona costitutivamente possiede come suo naturale ed inalienabile diritto, le buone intenzioni non bastano. Al buon cuore va affiancato un sano realismo, affinché sentimento e intelligenza, cuore e ragionevolezza, non debbano essere considerate parti tra loro antitetiche: «anche nella vita economica esiste un lumen naturale, una luce del buon senso che deve illuminarci, una logica delle cose altrettanto palmare quanto l'assioma che A non può essere allo stesso tempo il contrario di A» (Cfr. Wilhelm Ropke, Scritti liberali, Sansoni, Firenze 1974) In questo senso, se è vero che alcuni economisti sottovalutano i problemi morali e religiosi, è altrettanto vero che vi sono moralisti che trascurano la logica economica. Il moralista non conosce i reali problemi dell'economia, ed al contempo si crede onnisciente in fatto di etica: perciò predica spesso e volentieri di ciò che fondamentalmente non conosce. Predica bene ma, come suol dirsi, razzola male: poiché non prende atto che in campo economico (e non solo in campo economico) è impossibile operare correttamente affidandosi esclusivamente ai buoni sentimenti. Secondo Röpke, invece, è basilare rendersi conto prima di tutto della complessità dei problemi e della difficoltà delle soluzioni. Acquisire le necessarie competenze relative alla scienza politica ed economica rappresenta un dovere morale nei confronti di se stessi e della società in cui si vive. Un dovere anche e soprattutto per chi vede nella morale il fondamento della politica e dell'economia: «un economismo sordo alle esigenze morali è nefasto, ma non è meno nefasto un moralismo ignorante in fatto di economia». (Cfr. Scritti liberali, cit). Röpke crede fermamente nella bontà dell'economia di mercato non solo perché è un economista preparato, competente in senso tecnico, edotto su costi, prezzi, tassi d'interesse e quant'altro attiene alla sfera tecnico-economica. La preparazione e la professionalità che egli possiede in campo economico non lo rendono moralmente ottuso: egli infatti riconosce che la libertà economica e l'economia di mercato posseggono un fondamento che oltre alla competenza tecnica include, ed anzi esige, l'intelligenza morale e quindi l'attenzione alla sfera etica. Ma se il moralismo coincide deriva da un'insufficiente conoscenza delle cose e produce forme di presunzione etica, il collettivismo è sinonimo di ignoranza in ambito etico e presunzione in campo economico. Pur nella reciproca diversità, sia il moralismo che il collettivismo rappresentano le due facce della stessa medaglia, perché entrambi sono atteggiamenti errati, deleteri sia per la persona sia per la società. Il collettivismo instaura strutture economiche qualitativamente inferiori rispetto a quelle prodotte da una reale e responsabile libertà economica. Il collettivismo economico sconta nella pratica il peccato d'onniscienza (sostanzialmente antioccidentale) presente nelle sue teorie. Nel suo lessico compaiono parole come pace, libertà, giustizia: ma se alla libertà economica e alla proprietà privata corrispondono le migliori possibilità di progresso, coordinazione, livelli produttivi capaci di generare ricchezza e facilitarne la distribuzione, alla pianificazione razionalizzata e allo statalismo dogmatico corrispondono sperperi di risorse umane e naturali, disordine sociale e bassi livelli di produttività. Del resto, è la stessa natura della libera economia ad essere refrattaria alle coercizioni insite nelle pianificazioni razionalistiche dell'economia collettivista: intrinsecamente libera, essa rifugge tanto dalla costrizione e dal dirigismo, quanto si sviluppa armonicamente mediante la cooperazione degli individui attraverso il mercato, un sistema di prezzi libero e la competizione plurale. Il collettivismo, che risponde alla volontà di porre il primato nello Stato o nella società ponendo in secondo piano l'individuo, va contro la tradizione religiosa, filosofica culturale dell'Occidente, da cui deriva in modo forte ed inequivocabile l'identità politica e civile europea che, invece, pone il primato della persona poiché solo la persona è la spina dorsale della società e quindi dello Stato. Un'economia libera conduce ad esiti costruttivi l'incredibile energia creativa degli individui, energia che invece viene frustrata, molte volte in modo irreparabile, dai sistemi di derivazione ideologica. L'errore dell'onniscienza, dice Röpke, è negare legittimità al naturale desiderio dell'uomo di migliorare sé ed il mondo in cui vive, e di prendersi la responsabilità delle proprie iniziative. Perché tale desiderio ha pari dignità, quanto meno, del desiderio di identificarsi con la comunità e di servire ai suoi fini. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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