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Il Codice Da Vinci

di Francesco Natale - 23 maggio 2006

Mettiamola così: il regista Ron Howard, che tutti ricordiamo nei panni di Ricky Cunningham in «Happy Days», ha fatto un ottimo lavoro di trasposizione da libro a film. Difatti il film de Il Codice Da Vinci è letteralmente invedibile. L'assenza di ritmo narrativo, la trama farraginosa, pletorica, minata da salti logici più che pindarici, la assoluta inconsistenza psicologica di quasi tutti i personaggi sono elementi caratterizzanti dell'opera di Dan Brown perfettamente riprodotti su pellicola. Chi si aspettava un thriller a sfondo religioso, denso di mistero e di ossianiche atmosfere resterà parecchio deluso: questo film, grazie anche alla scadente prestazione degli attori, manca di freschezza, di slancio, di un qualsivoglia elemento che tenga incollato lo spettatore allo schermo e susciti un minimo di coinvolgimento.

Il film ha un taglio involontariamente documentaristico: sembra di assistere ad un seminario massonico tenuto da un confratello alle prime armi. Un confratello livoroso, sciocco ed infantile... un potenziale Gran Maestro, insomma... Questa la vicenda: Robert Langdon, interpretato da uno scialbo Tom Hanks, più simile a Forrest Gump che ad un preparato studioso di simbologia, viene convocato al Louvre dalla polizia francese per interpretare gli strani segni trovati sulla scena dell'omicidio di tal Sauniere (nome che Brown ruba al famoso e discusso curato di Rennes-le-Chateau), curatore del museo, il quale prima di morire ha lasciato indizi, anagrammi e chiavi sparsi per il Louvre al fine di tramandare un terribile segreto capace di minare dalle fondamenta la Chiesa Cattolica. Langdon viene sospettato di essere autore dell'omicidio dal Capitano Bezù Fache, interpretato da Jean Reno, sempre a proprio agio nel ruolo del poliziotto rude e ligio al dovere, e viene aiutato a fuggire dalla nipote di Sauniere interpretata da Audrey Tatou, che vince subito il premio per la peggior prestazione artistica dell'intero film.

Nel frattempo il vescovo Aringarosa, caporione dell'Opus Dei, cospira per impedire che il terribile segreto venga rivelato, avvalendosi del factotum/sicario albino Silas (interpretato da Paul Bettany, in assoluto miglior attore di questo scadente catafalco hollywoodiano). Dopo una estenuante e noiosa sequela di inseguimenti, fughe e risoluzione di insipidi «Quesiti con la Susi» in puro stile Settimana Enigmistica scopriamo qual è il «terribile segreto»: il professor Teabing, vigoroso laicista gnostico e brutale antipapista, interpretato da un poco credibile Ian Mc Kellan, ci rivela che Cristo generò un figlio con Maria Maddalena, la quale partorì in Francia originando la dinastia dei Merovingi (sic...) e che i siniscalchi del «Priorato di Sion», del quale Leonardo fu Gran Maestro, da secoli si adoprano per proteggere l'incolumità del «Santo Graal», ovvero degli eredi del sangue reale per eccellenza. Segni ed indizi di questa circense teoria sono rinvenibili nei quadri di Leonardo, così come i Priori di Sion (fondatori dell'ordine dei Templari, secondo Brown) custodiscono gelosamente l'ubicazione segreta del sarcofago di Maria Maddalena.

Ovviamente chi può essere l'erede di Cristo in pectore se non la assai poco sagace nipotina del defunto Sauniere? Ella viene salvata dalle oscure macchinazioni dell'Opus Dei ad opera di Langdon e tutto sfocia in un prevedibilissimo finale stile «tarallucci e vino», senza però che il «grande mistero» sia rivelato al mondo per insufficienza di prove, poiché il sarcofago in questione non si trova più nella originaria ubicazione, quindi dopo tutto il casino infame scatenato dai cultori del «femminino sacro» (altra bestialità che Brown non si astiene dal propalare...) i Cattolici di tutto il mondo potranno continuare a dormire il tranquillo sonno dell'ignoranza e non saranno liberati dalle catene che la Chiesa, alterando artificiosamente l'historia Christi, ci ha buttato al collo.

Ora, al di là delle clownesche teorie di Brown, di elementi per realizzare un discreto feuilleton ce ne sarebbero a bizzeffe: mistero, cospirazioni, leggende nere, religione e culti misterici. Eppure l'impianto narrativo non decolla, per il semplice fatto che non esiste alcun impianto narrativo. Tutto si riduce ad una approssimativa correlazione (parecchio forzata, per altro) di elementi incommensurabilmente distanti tra loro: è un classico caso di romanzo (quindi di film) a tesi.

Brown ha troppa fretta di dimostrare come la Chiesa abbia censurato la storia vera di Cristo, opposta e non alternativa a quella narrata nei Vangeli, quindi stupra la realtà storica (comicissima la sua interpretazione del Concilio di Nicea, nonché il riallacciarsi a quella tradizione, sconfessata dai frammenti di Qumran, in base alla quale l'elaborazione mitica della figura di Cristo risalirebbe a tre secoli dopo la sua morte, per non parlare della sua apologia di Plantard, losco figuro che, dopo aver depositato documenti falsi presso la Biblioteca Nazionale di Parigi si proclamò Gran Maestro del fantomatico Priorato di Sion, società paramassonica fondata attorno al 1970, per essere poi processato per truffa ed estorsione) e ricorre a sillogismi da bamboccione insipiente, tipo «mio nonno fuma, il treno fuma, mio nonno è un treno» per dimostrare la verità occulta delle sue teorie.

Non solo l'opera di Brown è fortemente deficitaria sul piano narrativo ma difetta completamente di meticoloso rigore storico. Tutto il fascino che ha suscitato, nonché l'indubbio successo commerciale che ha riscosso, sono ascrivibili quindi all'anticlericalismo giacobino che trasuda dalle pagine de Il Codice Da Vinci. Anticlericalismo che oggi si rivela un'arma a doppio taglio, però: dopo innumerevoli attacchi pseudoletterari che la Chiesa ha subito negli ultimi anni, da Eco a Evangelisti, passando per Lincoln e arrivando a Brown, la platea degli utenti medi si è scafata da una lato e stufata dall'altro. Le «clamorose rivelazioni» di Brown non impressionano più nessuno: il film a Cannes è stato impietosamente fischiato, e Sony Pictures ha provveduto a saturare le sale italiane con oltre 300 copie del film per massimizzare i profitti sul breve periodo e compensare così i negativi effetti di quello che, visto anche l'immane costo di produzione, rischia di rivelarsi un mezzo insuccesso. Insomma, caro Ricky, se Fonzie vedesse il tuo ultimo film uscirebbe dal cinema col pollice verso...

! Francesco Natale
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