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numero 280
6 marzo 2008
 
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Pavel Florenskij
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Dio, Verità, Amore: la colonna e il fondamento della verità

di Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000

Pavel FlorenskijLa vita e le opere di Pavel Florenskij testimoniano di un uomo perseverante e coraggioso, che vive la sua vita alla luce di una verità tanto salvifica quanto non sempre evidente ai procedimenti logico-intellettuali. Un uomo libero che sceglie di volere ciò che Dio ha scelto per lui, ed in tal modo realizza, anche nelle circostanzaùe a lui meno favorevoli, le cose più difficili.

Florenskij ama tutto con tutto se stesso: dell'amore accoglie su di sé la Croce e ne porta il peso, con tutte le lacrime di gioia e di dolore che tramite essa si raccolgono nel cuore come pietre preziose pronte ad essere donate come offerta di lode. Con la sua vita e le sue opere Pavel testimonia attraverso se stesso ciò che, in lui, è incommensurabilmente più di lui stesso: alla luce di ciò, quale costante presenza del suo itinerario esistenziale e spirituale, la persuasione che la realtà è molto di più di quello che empiricamente l'uomo può registrare.

Il mistero di Dio si disvela a colui che riconosce se stesso come enigma, e come tale si dimostra capace del coraggio quotidiano di esperienze immediate, personali. Per l'uomo spirituale della tradizione mistica cristiano-ortodossa, il divino, più che essere dimostrato, si mostra. Dio non è lo scacco del pensiero e dell'azione, ma il suo carburante più prezioso.

I concetti non possono commisurare la vita, esaurirne l'intrinseca sovrabbondanza. Tutto scorre, tutto passa. Non puoi bagnarti due volte nella stessa acqua: panta rei, dice Eraclito. In definitiva l'unica certezza mondana è che, se tutto quel che sta sotto il sole è impermanente, nulla è certo: per questo, dice Florenskij, si innalza dall'anima umana, intesa come centro metafisico della persona concreta, la necessità di appoggiarsi e fondarsi a Colui che nel Bibbia (Tim. 3,15) viene indicato come colonna e fondamento della verità. La Colonna e il fondamento della verità che rende vero, credibile, degno di fede tutto ciò che per l'uomo ha valore, al di là del prezzo che altri possano o vogliano attribuirgli.

Pavel riconosce l'inaffidabilità della conoscenza razionalistica e contrappone ad essa una sapienza per così dire "infantile", per sua natura polarmente avverse alla quella senescente del supposto sapiente: che troppe volte, per inveterata abitudine o più semplicemente per malcelata aridità spirituale, adotta un linguaggio erudito, criptico, come ultima alibi alla sua insipienza, come uno scolaro inesperto eppur presuntuoso, che adotta toni solenni anche per dire sciocchezze.

Come notano Natalino Valentini e Lubomír, nei saggi di Florenskij appare spesso la contrapposizione tra la figura del bambino e quella dell'adulto. La figura del bambino richiama una concezione mistica del mondo, quella dell'adulto risponde ad una visione frammentata e più facilmente incline alla illusione. Attraverso la loro ingenuità, i bambini danno prova di un'inconsapevole saggezza. Secondo Florenskij i bambini possiedono, ben più degli adulti, la capacità di conoscere misticamente la realtà: essi, pur non disponendo di un linguaggio attraverso cui testimoniare le loro esperienze, riescono ad entrare in rapporto con l'invisibile che alberga sotto il velo del visibile e sperimentano l'unità sostanziale della realtà in cui vivono. A modo loro, riescono a cogliere il tutto nel frammento.

Eloquenti in tal senso sono le parole che egli indirizza al figlio Kirill in una lettera del 21 febbraio 1937: «che cosa ho fatto per tutta la vita? Ho contemplato il mondo come un insieme (celoe), come un quadro e una realtà unica, ma a ogni istante dato, o più precisamente in ogni fase della mia vita, da un determinato punto di vista (...). Le sue angolature mutavano, tuttavia l'una non annullava l'altra, ma la arricchiva, cambiando; è qui la ragione della continua dialettica del pensiero assieme al costante orientamento di guardare il mondo come un unico insieme» (cfr. Pavel Florenskij, Non dimenticatemi, Mondadori, Milano 2000).

Egli esercita quotidianamente la capacità di vedere ed apprezzare la misteriosa profondità della vita. Il suo modo di vivere la realtà che lo circonda è simile, nell'essenza, a quello indicato da Goethe, laddove vivendo pienamente il presente coglie l'hic et nunc, (il "qui e ora"), come compresenza di immanenza e trascendenza, di finito ed infinito, di necessità e libertà. Affinché ogni istante sia colmato di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che nel presente esso non può permanere ed in futuro non potrà ritornare.

Da questo punto di vista Florenskij, in Oriente, partecipa a quello che Georges Bernanos, in Occidente definisce lo "spirito dell'infanzia". L'infanzia è benedetta: i santi, gli eroi ed in generale tutti coloro che hanno testimoniato nel mondo qualcosa che rinviava oltre il mondo sono coloro che, usciti cronologicamente dall'età infantile, a poco a poco e non con poca sofferenza l'hanno curata ed ampliata in loro stessi, come condizione dell'anima, secondo la misura del loro destino. Giovanna d'Arco testimonia di tale condizione davanti ai dottori dell'università di Parigi, più preoccupati della lettera che dello spirito. Nella quiete del Carmelo, Teresa di Lisieux ne testimonia la sacralità e l'immensa fecondità nell'accogliere i doni di Dio per ridonarli a sua volta.

In Dio l'individuo diventa persona, e dire persona è dire relazione. L'uomo non è un isola. E la solitudine in cui l'uomo instaura il soliloquio di sé con se stesso alla luce della Verità, a volte può convertirsi in isolamento, in quello stato di estraniazione dove la mente prende il sopravvento sulle altre facoltà producendo sul vuoto illusorie controevidenze.

Perciò l'ecclesialità (cerkovnost) è il luogo uni-versale al cui interno la hybris del raziocinio ed il pericolo dell'egoità si piegano alle pretese del cuore così come il ginocchio del credente si piega di fronte all'Altare. Qui, l'irrequietezza di chi vaga non sapendo dove andare si volge nell'inquietudine di chi, anche al di là di ogni presunta razionalizzazione sulla situazione presente, sa che la strada è quella giusta: sa che il percorso su cui muove i passi, ora speditamente ora zoppicando, rappresenta una via di cui conosce, seppur imperfettamente, la meta.

Conoscenza è anche comunione di persone. In primis fra persona umana e quella divina. In seconda battuta fra persone fra loro simili, rese tali dalla comunanza con Dio in Dio. Conoscere la verità significa partecipare alla Verità stessa, che permette di vivere esperienze ordinarie in maniera straordinaria L'autentica conoscenza, quella non illusoria, non è un fatto ma un evento: è un atto d'amore immagine e somiglianza di quel Dio Uno e Trino che è amore. Solo l'amore che Dio è è verità incontrovertibile. Solo l'amore è credibile, dice Hans Urs von Balthasar. L'uomo non può darsi da sé né la verità né l'amore, poiché se egli agisce con e per amore è perché l'amore che Dio è gli è colonna e fondamento della sua azione.

La conoscenza di Dio, dice Florenskij, è un dono di Dio stesso: quel Dio che si è fatto uomo affinché l'uomo divenisse Dio. E' il mistero della divinoumanità di cui parla Solov'ev in cui l'ingresso di Dio nell'individuo che ricerca verità e amore coincide con l'amicizia dell'individuo in Dio come Verità e Amore oggettivo. Del resto, «la conoscenza effettiva della verità è pensabile nell'amore e soltanto nell'amore, e viceversa, la conoscenza della verità si manifesta attraverso l'amore: chi è con l'Amore non può non amare». (La colonna e il fondamento della verità, Rusconi, Milano 1974)

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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