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Le radici storichedi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000 La tradizione cristiana può fornire autorevoli contributi all'economia di mercato, perché l'economia di mercato possiede non solo radici protestanti, ma anche cattoliche. Non a caso, le tesi della Scuola austriaca affondano le radici nella Spagna del XV secolo. Gli autori cattolici del tardo Medioevo - i cosiddetti tardoscolastici - offrono analisi lucide e penetranti su temi sempre attuali come l'ordine sociale e la libertà personale, la proprietà privata e la finanza pubblica, la teoria monetaria e l'inflazione, l'iniziativa personale e l'interventismo statale. Teologi, filosofi, giuristi, i tardoscolastici si impegnano a formulare un corpus di pensiero applicabile ai molteplici aspetti della vita umana: accordato ai valori riconosciuti dal Cristianesimo, al diritto naturale, al rapporto armonico fra ragione e fede. Molti di essi studiano e insegnano all'Università di Salamanca, altri operano alla Complutense di Alcalà de Henares. Tutti utilizzano fonti e metodi della Scolastica medievale, ispirandosi principalmente all'opera di Tommaso d'Aquino, il maggior esponente del pensiero cattolico del Medio Evo. Alcuni studiosi, come ad esempio H. M. Robertson, sostengono che l'atteggiamento speculativo nei confronti dell'economia è peculiare ai gesuiti: a ben vedere, la tardoscolastica spagnola (il cui periodo storico è compreso fra la metà del quattordicesimo secolo alla fine del sedicesimo) non rimane circoscritta ad un solo ordine religioso. Ci sono domenicani, come Francisco de Vitoria (1492-1546) - considerato il "padre" della scolastica spagnola - Domingo de Soto e Martin de Azpilqueta; francescani come Juan de Medina, Luis de Alcalà e Henrique de Villalobos; agostiniani come il vescovo Miguel Salón e Pedro de Aragón. Dopo la fondazione della Compagnia di Gesù (1540) vi troviamo anche pensatori gesuiti come Luis de Molina, Juan de Mariana, Francisco Suarez, Leonardo Lessio. Sotto il profilo della scienza economica, sostiene Chafuen (cfr. il suo Cristiani per la libertà, Liberlibri, Macerata 1999), una delle questioni più importanti del liberalismo "neoclassico" risiede nella teoria soggettiva del valore. E nell'affermare che leggi essenziali sono quelle volte alla protezione e alla tutela della proprietà privata, esso pone la libertà come parametro su cui si misura la bontà dei giudizi etici. Similmente, il pensiero cattolico della tardoscolastica, specificando che la bontà o la cattiveria delle azioni umane vanno giudicate in relazione al sommo fine della vita umana che è Dio, vede la libertà come elemento essenziale ed ineludibile dell'etica cristiana, elemento su cui basare i giudizi economici. Molte argomentazioni contrarie alla proprietà privata e la ricchezza personale hanno come presupposto, esplicito o implicito che sia, una visione dell'uomo (e del mondo) irriducibilmente negativa. I tardoscolastici, partendo da una concezione positiva dell'uomo e del creato, comprendono ad esempio che la proprietà collettiva non comporta un decremento dei conflitti sociali, bensì un loro aumento: l'istituto della proprietà privata si fonda sulla libertà della persona, libertà che a sua volta è parte indissolubile della natura umana, che come ogni altra natura è creata da Dio. E la natura umana, creata da Dio, è buona e capace di bene. Su questi presupposti, come afferma Wilhem Röpke, il liberalismo può essere considerato uno dei figli legittimi del Cristianesimo. Le idee tardoscolastiche si diffondono nel mondo occidentale, esercitando notevoli influenze in Portogallo, in Francia, nei Paesi Bassi, Italia e America Latina. Tramite i protestanti Grozio e Putendorf, contributi tardoscolastici vengono recepiti dal pensiero economico anglosassone, e nello specifico dalla Scuola Scozzese composta da Ferguson (1723-1816) Hutcheson (1694- 1746) e Smith (1723-1790). E gli economisti del ventesimo secolo, non ultimi quelli della Scuola Austriaca, continuano a fruire, in un modo o nell'altro, di molte argomentazioni tardoscolastiche sulla libertà personale, politica, giuridica ed economica. I pensatori liberali - e con essi la civiltà occidentale - devono moltissimo alla tardoscolastica spagnola. La scienza teologica sostanzia la saggezza pratica, l'attenzione alle circostanze, l'esercizio della libertà unito a quello della responsabilità personale e comunitaria. Altro illustre antenato della tradizione austriaca può essere Richard Cantillon (1680-1734): nato in Irlanda ma francese d'adozione, è autore del primo trattato di economia generale dal titolo Essai sur la nature du commercie, pubblicato postumo nel 1730. William Stanley Jevons (filosofo ed economista inglese, considerato, insieme a Menger, uno dei fondatori del marginalismo), che lo riscopre nel 1881, arriva a considerarlo il fondatore "moderno" della scienza economica.
Nella Francia del XVIII e XIX secolo, le riflessioni di Turgot vengono raccolte da numerosi economisti, tra cui emergono i nomi di Jean Baptiste Say e Claude Frédéric Bastiat. Jean Baptiste Say (1767-1832) spende molte delle sue energie all'aspetto metodologico dell'economia, facendo notare che la scienza economica, più che ammassare dati, illustra in modo verbale fatti universali (la illimitatezza dei desideri, la scarsità dei mezzi, ecc. ) tenendo presenti le loro implicazioni logiche. Precorrendo in un certo modo le teorie marginalistiche, Say colloca l'origine dell'utilità nei bisogni degli individui, assegnando ad essa un ruolo primario nella dinamica di determinazione del valore. Quella che viene chiamata Legge di Say, è una teoria in un certo modo "preliminare", poiché nata, come nota Ludwig von Mises, «come confutazione di dottrine che appartenevano a credenze popolari dei secoli che hanno preceduto lo sviluppo dell'economia come branca della conoscenza umana» (Aa. Vv. , La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2000). Se un affare non andava a buon fine, il commerciante medio aveva a disposizione due infondate spiegazioni: la prima chiamava in causa la scarsità di moneta, la seconda la generale sovrapproduzione: in questo senso, se Adam Smith, nel suo Wealth of Nations demolisce la prima, Say s'impegna principalmente a confutare la seconda.
La figura di Bastiat ha calamitato negli ultimi anni anche l'attenzione di alcuni studiosi statunitensi, i cui giudizi contribuiscono a far chiarezza sulla validità dei suoi contributi nell'ambito economico e politico. Se da una parte Schumpeter, pur mantenendo un giudizio positivo sul talento divulgativo di Bastiat, nega valore scientifico ai suoi scritti addebitandogli l'incapacità di fruire correttamente dell'apparato analitico dell'economia, Dorn lo considera un anticipatore delle teorie di Hayek sul rapporto legge-libertà; Roche lo vede precorrere Mises per quel che riguarda il discorso sull'azione umana e Dilorenzo lo considera «come un legame tra i teorici seicenteschi e settecenteschi del diritto naturale e alcuni membri della Scuola austriaca». (crf. Massimo Baldini, Il liberalismo, Dio e il mercato, Armando Editore, Roma 2001)
Con il suo Grundsätze der Volkswirtschaftslehre pubblicato nel 1871 (trad. it. Principi di economia politica, Società Aperta, Milano 1997). Da cosa dipende il valore di una merce, di un prodotto, di un bene economico sia esso materiale o immateriale? Questa è la domanda fondamentale su cui si sviluppano le meditazioni mengeriane sulla scienza economica. La risposta è che il valore è un rapporto pratico che intercorre (in modo diretto) fra i beni economici e la soddisfazione dei bisogni individuali e quindi (in modo indiretto) fra i beni e il benessere dell'individuo: come tale esso dipende non dal costo di produzione, ma dall'utilità che ciascun individuo attribuisce ai beni economici: Contro la teoria del valore-lavoro esposta da Ricardo e poi ripresa da Marx, le analisi di Menger pongono all'origine del valore di un bene la sua utilità marginale, spostando l'attenzione dal momento dell'offerta (della produzione) a quello della domanda (del consumo). Nel 1884 pubblica Die Irretumer des Historismus in der Deutschen Nationalökonomie (trad. it. Gli errori dello storicismo, Rusconi, Milano 1991). Questo saggio, pietra miliare nella storia del pensiero economico, rappresenta una difesa dell'elemento teorico presente nell'ambito economico. Poiché senza il supporto della teoria l'economia rinuncia al suo status di scienza, Menger vuole individuare e chiarire le finalità e la metodologia più pertinente alle condizioni in cui gli individui agiscono nel tentativo di soddisfare i loro legittimi bisogni. Dario Antiseri scrive che «senza teoria economica non c'è scienza economica; e anche la storiografia economica e le scienze pratiche dell'economia non sono possibili senza le leggi che regolano i fenomeni economici». (D. Antiseri, La Vienna di Popper, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000): In questo senso, il saggio contiene le argomentazioni che Menger adotta criticamente nei confronti di Gustav Schmoller, esponente di rilievo della cosiddetta Scuola storica tedesca. C'è da notare, con Sergio Ricossa, che questa contrapposizione di metodo nasconde un risvolto politico, forse non immediatamente evidente ma di sicuro importante. Infatti, similmente a quel che succederà più tardi con la polemica fra Keynes e Mises - e quindi fra economisti "austriaci" e la scuola di Cambridge (cfr. Aa. Vv, La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2000)-, quella fra Menger e Schmoller è una disputa fra la categoria politica dell'individuale e quella del collettivo: «l'individualismo metodologico di Menger poneva l'accento sul comportamento del singolo, libero di fronte alle sue scelte economiche; mentre per Schmoller l'individuo spariva ingoiato dalla collettività, di cui bisognava fare la storia e scoprire a ogni costo le leggi statistiche, macroeconomiche, di comportamento. Insomma, alle differenze di metodo corrispondevano differenze politiche, poiché riconoscere il primato dell'individuo portava verso il liberalismo; e al contrario fissare l'attenzione sulla collettività organica spingeva verso qualche forma di socialismo». (cfr. la Premessa di S. Ricossa in: Carl Menger, Gli errori dello storicismo, cit. ) Fabrizio Gualco |
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