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6 marzo 2008
 
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Per un pugno di desideri

Fabio Mussi e quella sinistra che sta dalla parte del più forte

di Gianteo Bordero - 31 maggio 2006

Il neo-ministro dell'Università e della Ricerca, il diessino Fabio Mussi, ha ieri manifestato l'intenzione di ritirare la firma che il governo Berlusconi, nel novembre scorso, aveva apposto alla Dichiarazione etica con cui alcuni Paesi europei (oltre all'Italia: l'Austria, la Slovacchia, la Polonia, la Germania) avevano espresso la loro contrarietà all'utilizzo delle cellule staminali embrionali a fini di ricerca. La scelta dell'esecutivo di centrodestra era in linea da un lato con la normativa nazionale, la ormai celebre legge 40 sulla procreazione assistita, dall'altro teneva conto del fallimento del referendum dello scorso giugno, volto a modificare in profondità l'impianto della stessa legge 40.

Anche se è giunta come un fulmine a ciel sereno, la decisione di Mussi rispecchia una volontà diffusa nella nuova maggioranza di governo: quella di mettere in campo una sostanziale deregulation nel campo della bioetica, sulla scia di una cultura che subordina di fatto la tutela della vita umana più debole e indifesa (come è nel caso dell'embrione) alla soddisfazione delle esigenze individuali del più forte (in questo caso, i soggetti adulti già titolari di diritti).

Sono anni, ormai, che si è radicata in campo nazionale e internazionale l'idea che dalle cellule staminali dell'embrione si possano ricavare i toccasana per numerose malattie finora ritenute di difficile curabilità; e c'è una vera e propria lobby scientifica che su questa idea ha costruito la sua fama e le sue fortune. Peccato però che - come osserva su Il Giornale di oggi Eugenia Roccella - «finora la ricerca sulle staminali embrionali, che nel mondo ha raccolto valanghe di denaro, non ha prodotto assolutamente niente. Anzi, per essere precisi ha prodotto speranze deluse e colossali imbrogli».

E a quale prezzo, poi? Al prezzo della distruzione e della morte degli embrioni, ridotti così, dalla vulgata neo-scientista, a mero materiale genetico sottoposto alle più svariate sperimentazioni. «Va detto chiaramente - dichiarava il biologo Carlo Ventura ad Avvenire il 12 maggio 2005 - che le cellule staminali embrionali non sono oggi utilizzabili per nessuna forma di terapia cellulare. Le cellule cioè della massa cellulare interna dell'embrione - quella che si vorrebbe prendere sopprimendo quella che è una vita umana - danno rigetto quando sono trapiantate, e possono provocare danni colossali perché tutto quello che esprimono è diverso da quello che trovano in un potenziale ricevente». Inoltre, sottolineava ancora Ventura, «esistono in commercio molte linee di cellule embrionali staminali umane che possono essere utilizzate e che derivano da aborti spontanei. Quindi anche ai fini della ricerca non c'è bisogno di ricorrere alla "coltura primaria", cioè al prelievo da un embrione vivo. Quindi - concludeva - anche l'argomentazione di dovere usare l'embrione a scopo di ricerca cade, e cade ancora più perché quelle sarebbero colture con caratteristiche variabili da embrione a embrione, dunque scarsamente riproducibili».

E allora appare chiaro che, lungi dall'essere una vera campagna per il progresso delle cure, quella dell'utilizzo delle cellule embrionali staminali è una mera battaglia ideologica, contraria agli stessi dati scientifici che emergono dallo studio dell'embrione. Da un lato - quello della lobby della ricerca scientifica - tale battaglia risponde al perseguimento di interessi particolari dal punto di vista mediatico e finanziario; dall'altro - quello della parte politica che fa da grancassa a tali richieste - serve per tentare di trasformare in provvedimenti legislativi quella «cultura del desiderio» che, come un fiume carsico, attraversa la sinistra italiana ed europea a partire dal '68, e che ora, dopo il crollo del comunismo, è rimasta l'unica cultura fondante della sinistra stessa.

Dopo le dichiarazioni del ministro della Famiglia Rosy Bindi in merito alla necessità di modificare la legge 40 sulla fecondazione assistita; dopo le parole della responsabile del dicastero della Salute, Livia Turco, sull'introduzione in Italia della pillola abortiva RU486, ecco che Fabio Mussi passa ai fatti e assesta il primo colpo concreto alla linea che il governo di centrodestra aveva seguito riguardo ai temi della vita e della bioetica, perché ritirare la firma alla Dichiarazione etica significa dare il via libera, nell'Unione Europea, all'utilizzo delle staminali embrionali a fini di ricerca. Anche se i cattolici della Margherita annunciano, con Luigi Bobba, «barricate» nei confronti della decisione di Mussi, è chiaro che il ministro diessino esprime un pensiero diffuso e maggioritario all'interno del centrosinistra.

La decisione di Mussi non è soltanto un'altra grana per il governo Prodi; non è soltanto un chiaro sfregio alla volontà espressa dagli italiani col referendum dello scorso giugno; è, soprattutto, l'antipasto alla realizzazione politica dell'ideologia del desiderio, quintessenza del neo-progressismo nostrano. A farne le spese sarebbero proprio quei «deboli» (in questo caso gli embrioni) che la sinistra ha sempre professato di voler difendere e tutelare e a cui oggi nuovamente volta le spalle, come tante volte è già accaduto nella sua storia recente e passata.

! Gianteo Bordero
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