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6 marzo 2008
 
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Perché la sinistra teme il referendum?

di Francesco Natale - 1 giugno 2006

Tra i tanti difetti che il professor Luca Ricolfi individua come propri della sedicente sinistra italiana nel suo magistrale libro Perché siamo antipatici?, uno in particolare emerge con preoccupante frequenza: la sistematica non accettazione della responsabilità personale. Non esiste un singolo caso nella vita istituzionale del Paese ove un rappresentante della sinistra abbia mai pronunciato il mea culpa, anche di fronte alla concreta evidenza di scelte amministrative disastrose e/o illiberali, ovvero di fronte a fenomeni nella valutazione dei quali l'ermeneutica trova poco o punto spazio. Il medesimo balletto si ripete, estenuante, ad ogni tornata elettorale che veda vittoriosa la sinistra, in particolare se la vittoria è tecnica e non politica, come nel caso delle elezioni dello scorso 9 Aprile.

Gli esempi abbondano: la scompagine dell'attuale Governo ha già propalato ai quattro venti che i conti dello Stato versano in condizioni disastrose, dopo essersi contraddittoriamente ascritto il merito della attuale ripresa economica, come se una settimana di presidenza in pectore del compagno Prodi avesse demiurgicamente operato miracoli economici sostanziati da paradossi temporali degni di H.G. Wells. L'incoerenza è, del resto, un requisito costitutivo (quindi necessario alla sopravvivenza) per la sinistra conservatrice italiana, e questo «mettere le mani avanti» fornirà il trampolino per mazzate fiscali da esposizione campionaria. Ovviamente ai danni del contribuente medio. In Liguria il Presidente Claudio Burlando, del quale ricordiamo il «rimarchevole» operato come ministro dei trasporti del primo governo Prodi, dopo aver aumentato le accise sulla benzina, l'IRAP e le tasse universitarie, si ritrova oggi al centro di una bufera che vede coinvolta la gestione della sanità pubblica in Liguria. Di chi la colpa? Ma dell'ex Governatore Sandro Biasotti, ovviamente. Peccato che durante l'amministrazione Biasotti la gestione finanziaria in generale e quella della sanità pubblica nello specifico siano state indicate tra le più efficienti del Paese, anche da testate non esattamente amiche come La Repubblica.

Sempre a proposito di conti pubblici, ha destato notevole preoccupazione la posizione assunta dall'attuale esecutivo riguardo alle grandi opere: Prodi e i Ministri dell'Economia (il plurale è d'obbligo, giacchè il Vice Ministro transilvano, Vincenzo Visco, esterna più di Padoa Schioppa...) hanno fatto sapere che non ci sono i soldi per finanziare gli appalti in corso d'opera, quindi il tutto sarà momentaneamente congelato per assenza di risorse. Ma a chi vogliono darla a bere? E' chiaro come il sole che questa presa di posizione assolve al duplice scopo di salvare la capra di Alfonso Pecoraro Scanio (ovvero il no aprioristico a TAV, ponte sullo stretto di Messina, Gronda di Ponente, Terzo Valico) e i cavoli del Governo, ovvero evitare di perdere la faccia (e la putativa unità della coalizione) dopo le melliflue promesse elettorali di Prodi. Ascrivere falsamente la responsabilità di questo primo empasse prodiano al precedente esecutivo, del resto, non costa nulla.

Sempre in materia di amministrazioni locali, il Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, aspramente criticato, anche dalla sinistra di base, per la scarsa trasparenza nella gestione dell'affare Serravalle su chi scarica lo scomodo barile se non sulle ignare spalle di Gabriele Albertini? E' inutile: è più forte di loro. Essi sono antropologicamente irresponsabili. Per loro vale il vetusto principio della infallibilità regia, con la significativa novatio in base alla quale non sono i loro ministri a controfirmare le carabattole del «Re», bensì opera un tacito, paradossale ed ineludibile istituto della controfirma da parte dell'attuale opposizione, sempre e comunque.

A conferma di quanto questo atteggiamento sia geneticamente radicato nel corpus della sinistra, basta vedere e valutare le reazioni dei suoi esponenti qualora essi siano messi di fronte alla brutalità del fatto concreto. Resta storica al riguardo la magrissima figura che fece la ex-onorevole diessina Marcella Lucidi durante una puntata de L'Incudine ove si discuteva della nuova legge sulla legittima difesa: di fronte alle testimonianze di cittadini che, avendo patito violenze, subito rapine, perso un proprio congiunto per traumi post delictum o, peggio ancora, costretti a risarcire i danni al proprio aggressore, si dimostravano graniticamente favorevoli alla nuova legge, la ex onorevole Lucidi assunse un atteggiamento di piccata indignazione verso il conduttore Claudio Martelli, il quale aveva osato mostrare uno spaccato di Realtà (Realtà che, come sappiamo, ha la testa dura...) che mandava completamente in rottigliana tutte le metafisiche considerazioni sullo stato di diritto da ella propugnate, appena vendemmiate nella vigna del politicamente corretto.

Ecco che arriviamo al punto focale, ovvero: perché la sinistra teme il referendum del 25 Giugno? Semplice: la riforma costituzionale che eliminerà lo sconquasso causato dallo sconclusionato regime di legislazione concorrente (oltre 380 i ricorsi promossi di fronte al Consiglio di Stato), il superamento del bicameralismo ridondante e la ricostruzione del Senato su base federale, nonché l'aumento delle competenze e dei poteri del Premier comporteranno una netta e cristallina assunzione di maggior responsabilità da parte degli apparati politici. Qualora la riforma passi sarà molto più facile per il cittadino distinguere (e quindi votare) gli amministratori virtuosi dai gabellieri colonialisti. Si tratta quindi di una riforma realista, ovvero attinente alla «res», alla concretezza delle cose: in ultima istanza una riforma che risponde alle elementari, legittime ed imprescindibili aspirazioni del cittadino.

! Francesco Natale
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