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I divieti di Giuliano (Ferrara) e l'amore purificato di Benedetto (XVI)di Gianteo Bordero - 6 giugno 2006 La libertà di chi non ammette divieti - ha scritto ieri sul Foglio Giuliano Ferrara - è una libertà «ridicola». L'Elefantino, con buone ragioni, denuncia vigorosamente quella cultura che vorrebbe smantellare la famiglia nel nome dell'eguaglianza e del diritto. Nel nome, soprattutto, dell'idea faustiana di una libertà senza limiti e senza confini, pronta a raccogliere in sé «tutto il desiderabile». E' da questa idea che nascono le proposte di allargare i diritti di cui gode la famiglia tradizionale alle unioni di fatto, alle convivenze omo ed eterosessuali, alle forme più disparate di legame affettivo. Stessi diritti, dunque, ma diversi doveri. Perché è proprio per il superamento del limite e del dovere che i paladini dei «nuovi diritti» portano avanti la loro battaglia contro tutto ciò che frena, che pone vincoli e implica divieti. «Il ciclo della libertà e dei diritti - scrive Ferrara - ci ha offerto splendori e molto dolore, molta luce e molta ombra, ma sta finendo nel ridicolo di un nuovo conformismo, nel grottesco di una secolarizzazione vissuta e praticata come nuova religione civile, sta soprattutto finendo con l'abolizione della ragione, avvilita e trattata come una Dea pagana». E conclude: «Senza la libertà di vietare, niente libertà». Di questi temi ha parlato ieri anche Benedetto XVI al Convegno ecclesiale diocesano di Roma, in un intervento sulla fede e l'educazione dei giovani. Ci sono - ha affermato il Papa - come «due linee di fondo dell'attuale cultura secolarizzata». La prima è «quell'agnosticismo che scaturisce dalla riduzione dell'intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale e che tende a soffocare il senso religioso iscritto nel profondo della nostra natura». La seconda è «quel processo di relativizzazione e di sradicamento che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell'uomo, col risultato di rendere fragili le persone, precarie e instabili le nostre reciproche relazioni». Un problema di intelligenza, dunque, che si intreccia con un problema di amore. Se la ragione umana viene infatti svuotata dei suoi contenuti più profondi e radicali, della sua capacità di trascendere se stessa, aprirsi all'infinito e all'eterno ed entrare così nella dimensione del «tu» - una ragione funzionale ridotta a risolvere i problemi della vita ma non il vero, grande Problema -, anche la capacità di amare perde spessore, densità e intensità, perché rimane vuoto lo sfondo di significato di ogni relazione e di ogni affetto - e il quadro che ne esce è soltanto un deframmentato disegno puntinista. E allora, sembra suggerire Papa Ratzinger, la crisi culturale ed esistenziale della libertà, dell'amore e della famiglia non può essere superata - e questa è l'aporia implicita nella posizione di Ferrara - soltanto ponendo divieti o ricordando il limite che caratterizza la natura umana. Più che i divieti, cioè, alla libertà è necessaria la verità e il radicamento in essa per essere veramente tale. E la verità non è soltanto «ciò che può essere oggetto di esperimento e di calcolo», come ha ricordato Benedetto XVI, ma è anche ciò che tocca le corde più profonde dell'essere umano. E' quindi anche verità dell'amore: quell'amore che, per essere autentico e significativo fino in fondo, è come costretto ad aprirsi al dono di sé: l'eros diviene agape uscendo da se stesso e facendovi ritorno, arricchito e compiuto, dopo essersi fatto dono. Così, ha detto ieri Benedetto XVI, «la fede e l'etica cristiana non vogliono soffocare ma rendere sano, forte e davvero libero l'amore: proprio questo è il senso dei dieci Comandamenti, che non sono una serie di "no", ma un grande "sì" all'amore e alla vita». Più che di divieti, dunque, «l'amore umano ha bisogno di essere purificato, di maturare e anche di andare al di là di se stesso, per poter diventare pienamente umano, per essere principio di una gioia vera e duratura, per rispondere quindi a quella domanda di eternità che porta dentro di sé e alla quale non può rinunciare senza tradire se stesso. È questo - ha concluso il Papa - il motivo sostanziale per il quale l'amore tra l'uomo e la donna si realizza pienamente solo nel matrimonio». Si comprende così perché la crisi della famiglia è, in profondità, una crisi del significato dell'esistenza che i divieti (seppur necessari) possono attenuare e arginare, ma non risolvere.
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Ragionpolitica, periodico on line n.164 del 5/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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