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6 marzo 2008
 
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Okkupare!

di Stefano Doroni - 7 giugno 2006

I giovani rampolli comunisti, quella che una certa classe intellettuali chiama «la meglio gioventù», ci hanno abituato ormai da decenni all'occupazione delle scuole e delle università; anzi: «okkupazione», come sono usi scrivere sui muri che amano imbrattare. Adesso, le guide politiche di questa classe di studenti indottrinati o semplicemente fannulloni si dedicano ad «okkupare» nientemeno che lo Stato. Ci siamo accorti tutti che i comunisti e i comunistoidi stanno occupando le istituzioni della Repubblica: ci sono due sindacalisti alla presidenza di Camera e Senato, il leninista Bertinotti e il democristiano di sinistra per tutte le stagioni (purché ci sia il potere) Franco Marini. Ma l'occupazione della sinistra è molto più grave: si stanno letteralmente impadronendo della Nazione, la stanno trasformando in un vero e proprio feudo.

Oltre al Parlamento, hanno in mano buona parte delle Regioni, cioè del territorio italiano; tengono in pugno, ormai da tempo immemorabile, il mondo dell'istruzione e della cultura per plagiare le coscienze dei giovani; spadroneggiano nel mondo della comunicazione e dei media (altro che Berlusconi padrone della televisione; questi hanno i canali Rai e gran parte dei commerciali a disposizione, con l'aggiunta della maggior parte della carta stampata che fa da cassa di risonanza alle loro strambe idee); ma hanno compiuto la loro ignobile operazione di annessione dello Stato, assestando due colpi mortali alla democrazia, alla giustizia, al senso stesso della vergogna.

Primo colpo. Hanno piazzato un terrorista degli anni di piombo - Sergio d'Elia - alla Segreteria della Camera. Questo fu un dirigente dell'organizzazione terrorista comunista «Prima Linea» e fu, evidentemente non per meriti spirituali, condannato a 30 anni di carcere. Ora, questo relitto degli anni dell'odio, del rigurgito tardivo della guerra civile, viene promosso, gratificato come un militare per i suoi meriti sul campo. I comunisti, veri vincitori delle elezioni, adesso si scatenano e stendono sul Paese il velo del loro regime. Prime azioni da compiere: riabilitare i «compagni che sbagliavano», il braccio armato della loro ideologia rivoluzionaria, rovesciando la storia, raccontandola come torna loro comodo, inventandosi una verità inesistente, tacendo quello che li sputtanerebbe senza possibiltà d'appello.

Secondo colpo. Se da una parte viene offerto l'onore della Segreteria della Camera a un terrorista, dall'altra i soliti comunisti piazzano al Quirinale la loro più anziana cariatide: Giorgio Napolitano. E lui, dopo un discorso scialbo e scontato in occasione della Festa della Repubblica, si affretta - fresco di elezione e con le valige del trasloco al Quirinale ancora da disfare - a firmare la grazia per Ovidio Bonpressi, evidente preludio alla scontata grazia ad Adriano Sofri che di certo seguirà a breve. Scandaloso. Il provvidemento più urgente era proprio quello? Evidentemente sì: il Presidente dei comunisti comincia subito a lavorare per i compagni. Dispensa una grazia senza nemmeno sentire uno straccio di dovere di avvertire prima la famiglia della vittima, quel commissario Calabresi massacrato nel 1972 dagli assassini comunisti le cui mani furono armate dal linciaggio infame di Adriano Sofri dalle colonne del periodico leninista Lotta Continua. Tanta era la fretta di Napolitano di far dimenticare le colpe dei terroristi e degli assassini rossi di quegli anni ferrigni e violenti che ha dimenticato perfino non dico i suoi doveri, ma anche un necessario gesto di sensibiltà umana.

Il problema, infatti, non è la grazia concessa a singole persone, ma il significato politico di questa grazia. Napolitano usa quanto resta ai presidenti della vecchia prerogativa imperiale della clemenza, per riscrivere la storia recente, glissando sulla violenza degli anni di piombo. Questa grazia ha il sapore del privilegio: in questo modo il capitolo del terrore comunista in Italia viene scritto alla luce della cancellazione delle responsabilità e dell'attenuazione della gravità dei fatti. Dietro gli ipocriti paraventi di un uomo malato e di un'icona intellettuale della sinistra (il Sofri di oggi) si nasconde quindi - anche mal celato - il tentativo di far dimenticare che la carta d'identità dei comunisti al potere oggi (fra cui lo stesso Napolitano) ha una fotografia impresentabile. Questo, cari compagni, è puro e semplice revisionismo storico: ma non eravate voi quelli che considerano il revisionismo come un frutto della disonestà della destra fascista?

E non dimentichiamoci che Fausto Bertinotti, intervistato durante le celebrazioni del 2 giugno ai Fori Imperiali, si permetteva di dichiarare di trovarsi lì solo perché glielo imponeva il suo ruolo istituzionale. Ovvio che se avesse potuto - ha ammesso - sarebbe stato in compagnia del cialtronismo pacifista a manifestare contro la guerra e contro le Forze Armate, cioè contro la Patria italiana e la storia della sua gente, insieme agli urlatori sguaiati dell'arcobaleno. E poi dicevano che era Marcello Pera a interpretate politicamente e faziosamente la sua Presidenza del Senato. E Bertinotti, invece, che fa? Con l'arroganza e la faccia di tolla tipica dei comunisti continua ad esprimersi come un Segretario Partito: ma qualcuno gli ha spiegato che significa essere Presidente della Camera?

Se dunque perfino le più alte cariche dello Stato si permettono - con sprezzante menefreghismo - di interpretare in modo ideologico e fazioso il loro ruolo non resta che ammettere che oggi, in Italia, dobbiamo fare i conti con una dittatura ideologica, pronta a misurare l'ortodossia e la capacità di resistenza degli italiani al canto delle sirene. Tutto questo, però, non significa semplicemente aver occupato le istituzioni, come dicevamo prima, ma tenere sotto controllo il Paese, fino a permettersi di usarlo come un oggetto nelle loro mani; significa aver «okkupato» lo Stato ed esercitare un potere assoluto che si cerca di svincolare dalle regole democratiche anche mostrando apertamente la spudoratezza di chi umilia il suo ruolo istituzionale anteponendogli la propria vocazione ideologica.

! Stefano Doroni
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