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Occorre ridefinire il concetto di «guerra»di Giovanni Calabresi - 9 giugno 2006 All'indomani della morte di molti soldati del contingente Italiano in Iraq ed in Afghanistan, è giunta l'ora di aprire un dibattito approfondito sul peace making e sul concetto di guerra nel terzo millennio. Cos'è la guerra oggi? Ormai, da molti anni, esattamente dal 1945, anno in cui si è conclusa la Seconda Guerra Mondiale, ultimo conflitto di massa e di popolo, la guerra è rifiutata dall'opinione pubblica dei Paesi a democrazia avanzata e, allo stesso modo, la perdita di uomini in conflitto. Il significato stesso di «guerra» deve essere ridefinito e molti analisti si sono avventurati nel cercare nuovi confini al fenomeno «conflitto». Qualcuno ha dato alla "guerra" un significato quasi "matematico", definendola in termini quantitativi e dimensionali. Se, cioè, durante una giornata di scontri in area di crisi - nel cosiddetto teatro di operazioni - si registrano più di un certo numero di caduti, allora si può parlare di guerra; altrimenti, si tratta di qualcos'altro. A dire la verità, è tutto troppo riduttivo. Fatto sta che con le operazioni di peace making, ovvero con le operazioni di pace sancite dalla Carta delle Nazioni Unite - è nato il concetto di «conflitto a bassa intensità». In pratica si tratta di una guerra «stop and go», combattuta con atti di guerriglia, alternati a momenti non di pace, ma di assenza di conflitto. Non esiste un «fronte di guerra» vero e proprio, ma uno scenario di crisi locale, all'interno del quale l'attacco è improvviso, fulmineo ed il combattimento locale, di per sé, ha una durata limitata nel tempo, assumendo sovente l'aspetto dell'attentato terroristico. Una vera e propria «guerra puntiforme», combattuta, da parte dei Paesi democratici, non più con eserciti di popolo, ma con l'impiego operativo di corpi specializzati e tecnologicamente equipaggiati: SAS britannici, Col Moschin e Consubin italiani, Navy Seal statunitensi, ecc. Oltre al piano tattico, operativo e tecnico, però, il concetto di guerra ha subito una trasformazione anche sul piano della cosiddetta «grande strategia» e delle motivazioni. Se fino alla seconda guerra mondiale il conflitto era una prova di forza tra uno o più attaccante ed uno o più difensori e si sviluppava a 360°, con il coinvolgimento globale delle popolazioni interessate, il che era dovuto anche ad un armamento non in grado di stabilire differenze tra livello militare e civile, oggi, il conflitto è vincolato al principio etico dell'esportazione della democrazia e della libertà, nonché della risposta all'aggressione terroristico-ideologica. Questo è un fenomeno che pone i «duellanti» - per usare un termine caro a Von Clausewitz - su livelli diversi. Da una parte l'attaccante-difensore dei valori di cui sopra; dall'altra il difensore-aggressore, il terrorista mosso da «profeti ad alta e bassa tecnologia» e pronto tatticamente ad adoperare «asimmetricamente» tutti i mezzi necessari a cacciare l'attaccante-liberatore, compresa l'azione suicida e l'attentato terroristico «fuori teatro». Il che porta ad una definizione nuova di scenario del conflitto, da definirsi come teatro operativo potenzialmente illimitato, con possibile coinvolgimento della popolazione inerme. Ecco che la guerra si trasforma in risposta militare all'atto terroristico, in guerriglia e, appunto, in conflitto a bassa intensità. Le caratteristiche della guerra classica si possono riscontrare solamente nella fase iniziale dei combattimenti - basta pensare all'attacco alleato nella prima e nella seconda Guerra del Golfo, ma anche all'attacco in Afghanistan - nel momento, cioè, in cui l'attaccante-difensore sferra il «primo colpo» - che solitamente è aereo e «massiccio» - e gli permetterà di poter preparare il terreno all'invasione dei territori da liberare o da «bonificare» attraverso l'impiego successivo delle truppe di terra. La vittima civile, comunque, non è prevista, né giustificabile, se non come sporadico «danno collaterale». La fase successiva è la stabilizzazione dell'area, il peace keeping. Il paradosso risiede nel fatto che questa fase del «low intensive conflict» rappresenta, ormai, il vero conflitto a causa delle azioni organizzate e puntiformi degli «insorti». L'operazione umanitaria, il peace keeping, successivo al peace enforcing contiene in sé il rischio dell'attacco improvviso e a sorpresa, in una logica di guerra asimmetrica, che assume le caratteristiche «ogni luogo e ogni tempo». Attacco terroristico, guerriglia, intelligence a molteplici livelli, guerra elettronica e di comunicazione, attacco classico, rapimenti in area di crisi prendono il nome di «guerra modificata combinata senza limiti», secondo la definizione più attuale offerta dagli analisti cinesi . E allora la domanda è: quali saranno i confini della nuova guerra? Ma soprattutto, conviene combattere guerre non nostre? E poi, esistono veramente, ormai guerre, che non siano di tutti? Ecco che la risposta può essere data solamente sul piano tecnico, ma anche su quello politico, da una classe dirigente non ideologica e non demagogica... e, purtroppo, non è il caso dell'Italia, da un mese a questa parte. Giovanni Calabresi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.164 del 5/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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