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Libertà di cultura e formazionedi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000 La cultura non è mera erudizione, non si riduce ad addestramento tecnica scientifica o umanistico che sia né men che mai coincide con l'ideologia. Accatastare nozioni su nozioni, in modo compilativo ed intellettualistico, significa confondere la cultura con l'erudizione: ossia con qualcosa tanto pregno d'intellettualismo quanto privo d'intelligenza, e come tale sterile ed inadatto a proporre qualcosa di genuinamente innovativo. Dalla prospettiva sciacchiana la cultura, prima di proporsi in termini quantitativi, deve concretizzarsi in modo qualitativo. La cultura autentica non è confinabile nei luoghi comuni, nell'assenza di inquietudine e responsabilità, nel nichilismo di moda ormai da troppo tempo. Non si tratta, perciò, di incrementare aritmeticamente la propria "enciclopedia" quasi fosse un catalogo dal quale estrarre l'ostentazione di turno: l'addizione di nozioni ed informazioni non è sufficiente a formare una persona che voglia e sappia rimanere al livello che ontologicamente le compete. La filosofia di Sciacca concepisce l'uomo come un poliedro, una figura che possiede sfaccettature infinite. Da un punto di vista antropologico, pertanto, visto nel suo significato originario, il termine cultura si identifica con quello di educazione intera dell'uomo, formazione a trecentosessanta gradi attraverso l'esercizio e l'impegno di tutta la persona nell'interezza delle sue capacità teoriche, pratiche e spirituali. La cultura è strettamente apparentata alla filosofia, in quanto ricerca di un sistema aperto di idee sul mondo e sull'umanità, che rientrano a far parte di ciò che di volta in volta e a vario titolo dirige la nostra vita e i nostri rapporti con gli altri: come Sciacca ricorda, «Il filosofare, da Platone in poi, è itinerario; e il filosofo, se tale è itinerante» ricorda Sciacca dalle pagine de L'interiorità oggettiva (L'Epos, Palermo 1989). La cultura come forma di libertà possiede una connotazione genuinamente politica: il suo fine non è il livellamento mentale e sociale degli individui (livellamento che, per definizione tende sempre verso il basso) bensì l'innalzamento di ognuno alla dignità intellettuale e sociale che gli compete in quanto persona: in questo senso, scrive ancora Sciacca ne La Chiesa e la civiltà moderna, «fare i democratici non significa affatto mettersi in manica di camicia o creare privilegi per gli "scamiciati", ma fare che tutti sappiano portare la giacca, cioè che tutti vestano un abito, che un tempo era espressione di una classe avente un grado superiore di cultura, di capacità, di mezzi economici, ecc...» L'uomo colto è libero di pensare con la propria testa, e libero di agire di conseguenza con cognizione di causa, per il bene proprio e per quello comune. Del resto Come si legge ne Gli Arieti contro la verticale (Ed Marzorati, Milano 1972), la cultura autentica è una forma di libertà: sintesi di finito e infinito, di orizzontale e verticale, di momenti analitici e momenti sintetici, di ricezione e dono. L'autentica cultura, secondo Sciacca è «formazione della sensibilità, dell'intelligenza, della volontà, invenzione e creazione di quelle forme idonee per l'educazione a uomo libero». Dire cultura è dunque dire esercizio di libertà intelligente, posta al servizio del perfezionamento della persona nella sua interezza di corpo e anima. Chi educa se stesso liberamente non risulta passivo nei confronti di ciò che riceve, poiché assume ciò che riceve in modo critico, responsabile e creativo, ponendosi in tal modo nella condizione migliore di ricreare e comunicare "nuova" cultura, senza limitarsi a ripetere pedissequamente ciò che ha ricevuto. Mettendo al bando l'indottrinamento, la passività intellettuale, la sottomissione ideologica, culturalmente ci si dirige ad una sintesi attuale fra tradizione e progresso le cui possibilità positive risultano pressoché infinite, e sicuramente non preventivabili a priori. Storicamente il concetto di cultura come formazione personale a raggio intero, comprendente tutti gli ambiti del sapere, ha le sue radici nel mondo dell'Antica Grecia. La Paideia elaborata dai greci, Platone e Aristotele in testa, sviluppa ciò che poi confluirà nella visione dell'humanitas romana particolarmente cara a Cicerone e Varrone. Culturale, sotto questo profilo, è la ricerca che l'uomo fa di se stesso con tutto se stesso: è l'indagine creativa che egli porta avanti, in tutti gli ambiti di suo interesse, al fine di conoscere sempre più se stesso nonché il modo o i modi attraverso cui potersi esprimere e realizzarsi pienamente nel mondo che lo circonda. In tal senso, se tende al miglioramento dell'uomo, al perfezionamento delle sue facoltà, qualsiasi attività può dirsi culturale: il lavoro più umile e semplice che si possa immaginare può avere risonanze inaudite per chi lo svolge e per i suoi simili. Ad uno stupido addottrinato, sostiene Sciacca, è da preferirsi un ignorante colto, ossia colui che prima di dire che sa qualcosa, ammette umilmente di non sapere, di non essere onnisciente, di non possedere risposte o ricette definitive. Questo perché la realizzazione personale passa non solo attraverso il fare, ma anche e soprattutto attraverso l'essere. Per poter fare bene ciò che si fa, dice Sciacca, occorre sapere chi si è, occorre conoscere il significato e il senso della nostra vita, del nostro essere-qui. La misura della nostra qualità di vita passa attraverso la coscienza di ciò che in realtà siamo: Thomas Merton, monaco trappista le cui opere hanno fatto il giro del mondo, nelle pagine del suo Semi di contemplazione (Garzanti, Milano 1991) scrive che «per me essere santo significa essere me stesso. Quindi il problema ...è in pratica quello di trovare chi sono io e di scoprire il mio vero essere». Dopo Cristo, la cultura non si origina non più dalla razionalità umana ma dall'intelligenza divina. La cultura dell'Ellade, direbbe Pascal, acquista finesse: ricevendo da un lato l'opportunità di vedere i propri limiti intrinseci e dall'altro la possibilità di dilatarsi nelle ricchezze di una visuale mai abbracciata prima. La razionalità greca, tesa al conseguimento della felicità sulla scorta di forze ed energie umane, alla luce della Rivelazione si fa intelletto d'amore, che continuamente legge l'immagine della Verità riflessa di continuo nello specchio dell'anima: in interiore nomine, come insegna il padre della Chiesa Agostino d'Ippona: l'Eros platonico convola a nozze con l'Agape cristiana. Dopo l'evento cristiano lo scopo della cultura (e di conseguenza della civiltà) non è più la scienza come libertà e "salvezza" meramente umana: l'uomo illuminato dall'intelligenza è consapevole che è in tal senso è stato posto un prima e un dopo: la cultura risorge al Logos sempre contemporaneo, alla divina presenza donata all'intuito di ogni uomo. Il Cristianesimo "invera" la migliore cultura precristiana. Nella tradizione culturale cristiana non è presente nessuna forma di disprezzo, svalutazione, o esclusione pregiudiziale nei confronti delle verità giunte sino a noi dall'antichità. Cultura greca e romana e cultura cristiana non rappresentano momenti antitetici: all'interno dell'universalità cristiana la paideia dell'Ellade, ben lungi dall'essere eliminata, è anzi implicata e compresa ad un livello qualitativo che non solo ne garantisce l'autonomia, ma ne permette la fecondità più creativa. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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