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Chi è contro la partitocrazia vota «sì»di Gianni Baget Bozzo - tratto da Panorama del 10 giugno 2006 Vi è una ragione profonda per cui il governo dell'Unione è totalmente impegnato nel rigetto della riforma costituzionale attuata dal centrodestra. La riforma è il tentativo di porre fine alla partitocrazia come regime della Repubblica. Nella prima Repubblica, la democrazia consisteva nella delega del corpo elettorale ai partiti. Era così perché il costituente non aveva stabilito nessun meccanismo di regolamento dei conflitti istituzionali, lasciando al Parlamento ogni disponibilità di scelta. Il risultato era che l'accordo o il disaccordo dei partiti costituiva l'unica regola politica. I referendum Segni furono l'espressione della volontà dell'elettorato di riacquisire il diritto, proprio delle democrazie, di designare, con il voto popolare, il governo e di dare ai vari organi dello Stato una competenza propria e limitata. Nasce così il tentativo di dare forma costituzionale al processo di decisione politica, ridesignando i ruoli del parlamento, del governo e del presidente della Repubblica. E' la riforma che vuole attribuire al cittadino la scelta politica, dando una figura precisa al processo di formazione delle leggi e del governo, a partire dal corpo elettorale. Il centrodestra ha attuato questa prospettiva di riforma che, per la verità, è il frutto di un processo nato a sinistra dalla collaborazione del segretario del Pds, Achille Occhetto, con Mario Segni. E' da sinistra infatti che deriva il principio fondamentale della seconda Repubblica, il sistema maggioritario. Berlusconi gli dà forma politica definitiva, creando il bipolarismo. Il secondo principio della riforma costituzionale è il federalismo; ma anche questo è un principio accettato da sinistra con una riforma caotica del Titolo V che ha reso ingovernabile il paese e fu introdotta soltanto per attirare verso sinistra il voto leghista. Votare «no» alla riforma vuole dire semplicemente votare per la restaurazione della partitocrazia. E non a caso questa è la forma dell'Unione, l'assemblaggio di dieci partiti con programmi e identità diverse, con scopi diversi. Gli incarichi di governo tornano ad essere delegazione di partito. E' vero che l'Unione tende a presentare il suo governo come frutto delle primarie e come governo guidato da una sola persona: ma è una realtà, questa, smentita ogni giorno dalle differenti posizioni dei ministri, in cui ciascuno esprime il suo partito e motiva le sue scelte con la linea della forza che lo esprime. Per questo il governo dell'Unione è un governo di restaurazione, è la negazione di tutto il processo di riforma delle istituzioni che ha dato vita al bipolarismo e alla scelta del governo da parte del corpo elettorale. Il fatto che il criterio di partito sia stato alla base di tutte le cariche istituzionali da parte dell'Unione indica che il principio partitocratico è tornato ad essere la forma delle istituzioni. La sinistra che aveva spinto all'inizio il processo riformatore lo abbandona e torna alla sacralità della Costituzione del '48 e della prassi parlamentare che ne è derivata. La scelta del corpo elettorale tra il «si» e il «no» alla riforma è una scelta tra la democrazia occidentale e la partitocrazia. E la partitocrazia è una forma larvata dello Stato partito che fu proprio dei totalitarismi europei, di destra e di sinistra. Il voto per il si è un voto per la democrazia compiuta, per fare del corpo elettorale il principio motore delle scelte politiche.
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Ragionpolitica, periodico on line n.164 del 5/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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