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numero 280
6 marzo 2008
 
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Referendum: un sì per avvicinare le istituzioni ai cittadini

di Aurora Franceschelli - 12 giugno 2006

La Carta costituzionale varata nel 1948 ha fissato, quale principio cardine del nostro modello di società, il valore della dignità della persona umana e del suo naturale sviluppo nella società. La Costituzione italiana, come ogni costituzione moderna, sancisce l'inviolabilità dei diritti dell'uomo: ogni ostacolo che impedisce lo sviluppo della persona umana va quindi rimosso. L'esperienza totalitaria spinse i cosiddetti «padri» costituenti a consacrare un principio, quello della centralità della persona umana, senza il quale il concetto di democrazia, di giustizia individuale e sociale e soprattutto quello di libertà avrebbero perso qualsiasi valore sostanziale.

Il sistema istituzionale edificato dopo l'esperienza di regime è stato il baricentro attorno a cui ha gravitato la società italiana del dopoguerra sino ad oggi: ha permesso al Paese di svilupparsi, di incamminarsi sul terreno delle riforme, di vivere il Miracolo economico, di traghettarci nell'epoca della globalizzazione. Anche un meccanismo istituzionale così ben concepito ha maturato, con il tempo, alcune «falle». Questo perché alla Carta costituzionale attuale si è pian piano sovrapposta una «Costituzione di fatto», una Costituzione che si è andata affermando quale reale fondamento dello Stato e che ha mistificato alcuni principi cardine.

In realtà la nostra Carta costituzionale, così come concepita e varata, prevedeva l'esistenza di un sistema politico capace di garantire stretti collegamenti tra i cittadini e le istituzioni, le quali, a loro volta, avrebbero dovuto espletare le loro funzioni ponendosi al servizio dei cittadini stessi. Cos'è accaduto? L'art. 49 della Costituzione parla di concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale. Sarebbe opportuno chiedersi, alla luce di quanto codificato dal suddetto articolo, se i cittadini abbiano potuto svolgere questo ruolo, se la partecipazione all'organizzazione politica, economica e sociale invocata dall'art. 3 sia reale o sia solo lettera morta. In realtà, quando la nostra Costituzione vide la luce, all'indomani della caduta del regime, i cittadini elettori, e con essi tutto il popolo italiano, non avrebbero potuto fare a meno di uno Stato capace di assumersi da solo la responsabilità di perseguire l'interesse pubblico. L'evoluzione e la maturazione politica della società italiana è avvenuta all'interno di un tessuto sociale in cui lo Stato si è andato connotando come organo omnicomprensivo, come interprete assoluto delle esigenze della collettività.

L'eccessivo interventismo statale non ha fatto altro che contribuire a deresponsabilizzare la società, a mortificare la libertà di intrapresa e quindi la centralità che l'individuo ha nel contesto della società, sancito in modo inconfutabile dalla nostra architettura istituzionale. Sul terreno politico i partiti, concepiti quali canali grazie ai quali la volontà dei cittadini si trasforma in volontà dello Stato, hanno finito spesso per costituire un freno alla democrazia. L'implosione del sistema dei partiti, nella storia italiana, è una chiara testimonianza delle difficoltà che attraversano questi soggetti di rappresentanza politica, proprio perché non è possibile controllarne la democraticità interna e perché in essi contano gli iscritti, non gli elettori.

La Riforma costituzionale varata dal centrodestra (55 sono gli articoli modificati), che sarà sottoposta a Referendum il 25 e 26 di giugno, si inserisce in una logica che, ricalcando i principi ispiratori della nostra Repubblica, ossia la centralità della persona umana, si propone di adattare la nostra Carta costituzionale alle sfide della modernità. Il cittadino avrà la possibilità di rafforzare nettamente il suo «concorso» alla determinazione della politica nazionale. La riforma prevede, infatti, il principio secondo cui il Premier deve essere espressamente indicato dagli italiani e deve governare sulla base di un programma che, al momento delle consultazioni elettorali, viene sottoposto al vaglio diretto del popolo. In pratica affida all'elettore un ruolo più attivo, gli si consente di scegliere contemporaneamente maggioranza, Premier e programma. Non sarà più necessario il voto di fiducia del Parlamento: infatti l'insediamento del Presidente del Consiglio avverrà unicamente sulla base dell'indicazione dei cittadini, riducendo così il ruolo dei partiti. Il Premierato introduce, in sostanza, una sorta di revisione dei rapporti Governo/Parlamento, che ha l'obiettivo di garantire la stabilità, di impedire i ribaltamenti della maggioranza voluta dagli elettori e di conseguenza il Premier da essa espresso. Il presidente del Consiglio, scelto dai cittadini, diverrà il responsabile effettivo dell'indirizzo politico del Governo e avrà la prerogativa esclusiva di scegliere e revocare in autonomia i suoi ministri.

La riforma istituzionale andrà ad incidere, oltre che sulla forma di Governo (Premierato) anche sulla forma di Stato: se verrà approvata l'Italia approderà alla forma di Stato federale. La riforma del Titolo V adottata dal centrosinistra a fine legislatura prevedeva che tutte le materie fossero sottoposte a legislazioni concorrenti tra Stato e Regioni: questo ha contribuito ad alimentare un elevato conflitto di competenze tra Stato e Regioni e ad accrescere la spesa degli enti locali. Le norme varate dal centrodestra hanno come obiettivo quello di ovviare alle incongruenze della riforma precedente: si distinguono ora le materie di competenza statale e quelle di esclusiva competenza regionale (sanità, polizia locale e istruzione), che a questo livello possono cioè essere gestite meglio dal punto di vista organizzativo e finanziario; si introduce, per alcune situazioni in cui i progetti dovrebbero essere gestiti a livello interregionale, il primato dell'interesse nazionale. Questo principio è alla base della volontà di salvaguardare l'unità nazionale: il Governo, infatti, avrà il potere di bloccare le leggi regionali che giudica contrastanti con l'interesse nazionale.

Il modello federale si inserisce in una logica ben precisa: rafforzare il potere decisionale ai livelli più bassi significa attribuire la potestà di legiferare a quelle istituzioni territoriali più vicine alle esigenze dei cittadini. Il criterio a cui si ispira la teoria federalista è quello secondo cui vi sono diversi livelli di esercizio del potere: il principio di sussidiarietà, che è alla base dell'idea federalista, prevede che ad ogni livello, a partire da quello più vicino al cittadino, si attribuiscono le competenze e le prerogative che a quel livello possono svolgersi in modo più efficace ed efficiente rispetto a quanto avverrebbe a livello nazionale. L'attuazione del principio di sussidiarietà si pone come conditio sine qua non per l'attuazione di una democrazia che abbia come punto di riferimento i cittadini, in cui lo Stato diviene organismo che si pone al loro servizio. La riforma del bicameralismo perfetto è direttamente correlata all'esigenza federale di poter avere un organo di rappresentanza, il Senato, che sia espressione delle istanze regionali e territoriali.

La riforma costituzionale varata dalla Casa delle Libertà risponde ad una logica di adattamento alle esigenze della modernità: modificare le istituzioni per avvicinarle ai cittadini significa preparare un terreno adeguato al diritto, codificato dalla Carta costituzionale, secondo cui i cittadini dovrebbero poter concorre alla determinazione della politica nazionale. L'architettura istituzionale prevista dal nuovo Testo è volta finalmete a creare una sorta di cinghia di trasmissione della volontà dei cittadini nella volontà dello Stato. Votare sì al referendum significa rafforzare, dunque, lo spirito originario della Carta del 1948, che prevede la centralità della persona umana.

! Aurora Franceschelli
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