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numero 280
6 marzo 2008
 
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Se il buongiorno si vede dal mattino

di Erik Marangoni - 13 giugno 2006

Non è stata una grande vittoria, quella del centrosinistra alle recenti elezioni legislative. Pur avendo vinto di stretta misura contro la Casa delle Libertà, la formazione capitanata dal professor Romano Prodi ha incassato una maggioranza parlamentare risicata, soprattutto al Senato, che non lascia troppe speranze per il futuro. Il nuovo premier, infatti, si trova a dover fare i conti con una compagine eterogenea, divisa al suo interno e in lite praticamente su tutto. Dai Pacs alla fecondazione assistita, dalla politica economica all'impegno militare italiano in Iraq e Afghanistan, esponenti del governo Prodi hanno fatto tutto il possibile per cercare di confondere le idee, dando l'impressione di una assoluta mancanza di un coordinamento comune. In particolar modo, nell'ambito della politica estera, non sembra a tutti chiaro, all'interno del nuovo governo italiano, che nel nuovo assetto geo-strategico e di fronte ai gravi problemi che incombono nel Vicino e nel Medio Oriente, in Africa e in America Latina, non è semplicemente possibile continuare ad adottare una strategia di azione «quotidiana», fondata sulla disperata, continua ricerca del consenso degli esponenti più estremisti della maggioranza. Sarebbe ora che qualcuno, a Palazzo Chigi, dicesse chiaramente da che parte intende stare, quali alleanze intende mantenere e quali modificare, e poi assumersi le responsabilità delle proprie azioni.

Per anni abbiamo sentito il centrosinistra accusare Berlusconi di «rovinare» l'immagine dell'Italia all'estero. Abbiamo sentito tutti gli atti d'accusa contro il premier italiano quando, al discorso di presentazione del semestre di presidenza italiano dell'Unione Europea, si difese contro le offese personali rivoltegli dal deputato socialista tedesco Schulz. Abbiamo sentito per giorni interi levarsi al cielo le voci di sdegno contro Berlusconi che scherzava con la presidente finlandese in occasione degli incontri per la scelta della città che avrebbe dovuto ospitare la sede dell'Authority alimentare dell'Ue. Per anni il centrosinistra, in una sorta di fanatismo auto-lesionista, ha terrorizzato i partner europei circa il pericolo del berlusconismo, finalizzato all'instaurazione in Italia di un regime da «repubblica delle banane», contro cui persino l'Avvocato Agnelli aveva protestato. Lo stesso Prodi, in una recente intervista a un quotidiano tedesco, ha parlato di un Berlusconi che ha «schiavizzato» l'Italia, salvo poi smentire frettolosamente quanto detto. Ebbene, i primi giorni del governo di centrosinistra hanno dimostrato che questa fantomatica rispettabilità internazionale, il nuovo governo è lungi dall'averla conquistata. Lasciamo stare le accuse di regime rivolte alla Casa delle Libertà, campate in aria e smentite dalla decisione di schierarsi contro Berlusconi da parte di tutti i «poteri forti» dello Stato, compresi i principali quotidiani nazionali. Siamo davvero sicuri che la faccia del nostro Paese sia migliorata con la vittoria del prof. Romano Prodi? Il centrosinistra ha fatto eleggere, con un colpo di mano, al Quirinale un uomo, ex comunista, che negli anni d'oro del Pci appoggiò entusiasta l'invasione dell'Ungheria nel 1956 da parte dei sovietici, che provocò diverse centinaia di morti e sancì di fatto il predominio dell'Urss sull'Europa centro-orientale, oltre a porre fine alla distensione tra Est e Ovest seguita alla morte di Stalin. Contro Napolitano si sono schierate alcune associazioni locali ungheresi, che hanno chiesto al governo di ritirare l'invito che la prassi vuole sia rivolto al nuovo presidente di uno Stato estero, per una visita a Budapest.

Alla Presidenza della Camera è salito un uomo, dichiaratamente comunista, che appoggia apertamente i movimenti, i centri sociali, quelli che hanno recentemente distrutto corso Buenos Aires a Milano, tanto per intenderci, e che sogna l'abolizione della proprietà privata, mentre nella stessa Assemblea è presente uno dei leader dei movimenti italiani, Francesco Caruso da Napoli, il quale sogna la rivoluzione contro lo Stato e intanto si intasca senza troppa reticenza il cospicuo mensile che gli viene elargito, alla faccia dei precari e dei pensionati. Infine, notizia dell'ultima ora, abbiamo alla segreteria della Camera un uomo, Sergio D'Elia, ex terrorista di estrema sinistra, condannato a 12 anni per l'omicidio di un agente di polizia, ammazzato durante l'assalto ad un istituto penitenziario negli anni di piombo; e meno male che, grazie ai voti del centrodestra, si è impedito alla signora Menapace, comunista convinta (che novità!) di salire alla presidenza della Commissione Difesa del Senato. Le sue esternazioni sulle Frecce Tricolori e sulla parata militare del 2 giugno, obiettivamente, non hanno destato un'ottima impressione. Si potrebbe completare il quadretto parlando degli anni '60, quando un giovane D'Alema si dilettava nel lancio delle molotov contro polizia e carabinieri, ma sorvoliamo per carità di patria. Ebbene, siamo proprio sicuri che l'immagine dell'Italia sia migliorata di molto, nel dopo Berlusconi?

In politica estera, dicevamo, il centrosinistra non ha dimostrato grande capacità in questi primi giorni di governo. Sull'Iraq le posizioni della sinistra erano note: la maggior parte dei partiti dell'attuale governo vuole che i nostri soldati si ritirino, con diverse posizioni circa la tempistica. I recenti attentati contro i nostri militari in Iraq e Afghanistan hanno fatto salire le quotazioni di quanti chiedono a gran voce l'immediato ritiro, in stile Zapatero. I ministri degli esteri e della difesa fanno la spola tra Roma e Baghdad per cercare di tranquillizzare i membri del governo iracheno: l'Italia si ritira, ma continuerà ad appoggiare il governo democraticamente eletto. Peccato che non venga detto in che modo. La proposta di invio di personale civile al posto dei militari, presentata dal ministro D'Alema come una svolta nelle politica estera italiana, si è rivelata presto per quello che realmente è: inutile propaganda. Sarebbe interessante sapere a quali civili il ministro D'Alema si riferisce e quanti sarebbero effettivamente disposti a recarsi in Iraq senza la copertura dei nostri militari; o forse il ministro D'Alema intende chiedere a Stati Uniti e Gran Bretagna di fornire la sicurezza ai nostri concittadini? Inoltre, continuare questo tira e molla sui tempi e, addirittura, sulla definizione stessa di ritiro, non aiuta di certo a tranquillizzare gli animi, anzi. Come da più parti viene affermato, i terroristi cercheranno in tutti i modi di far sembrare il ritiro delle truppe italiane come una loro conquista, perciò, una volta presa la decisione del ritiro (o rientro, ma la differenza è minima) sarebbe opportuno che il governo fissasse una data certa e si assumesse per intero le responsabilità di un simile gesto.

Sull'Afghanistan, stessa storia, con l'unica differenza che una parte della maggioranza (la meno estremista) ritiene per ora che la missione italiana debba continuare. Tuttavia, non è difficile prevedere che, di fronte all'ennesimo attacco contro le nostre truppe, anche la parte più moderata della coalizione non esiterebbe a modificare la propria posizione, con grave pregiudizio per la reputazione internazionale del nostro Paese. In questa linea si colloca la decisione, da parte del governo italiano, di non fornire né aerei, né soldati, in vista delle nuove operazioni contro i talebani nel nord del paese, nonostante le esplicite richieste da parte del segretario generale della Nato. Se questa è la strada che il centrosinistra intende percorrere per «risollevare» la reputazione del nostro Paese all'estero, non siamo messi molto bene.

! Erik Marangoni
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