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D'Alema e le grane internazionali

di Giovanni Vagnone - 13 giugno 2006

Massimo D'Alema, vicepremier e ministro degli Esteri italiano, incontrerà, venerdì durante il suo viaggio negli Usa, il segretario di Stato Condoleeza Rice. Fin qui non c'è molto di strano, ma c'è da affrontare un nugolo di questioni collegate alla maggioranza che il povero ministro deve rappresentare, e di come gli statunitensi vedano la situazione dal canto loro. La sinistra radicale è sempre all'offensiva, con un impianto di anti-americanismo assolutamente estremista che non conosce tregua ed è «senza se e senza ma». C'è l'opposizione netta e dura ad ogni proposta americana anche relativa alle missioni civili che l'Italia dovrebbe sostenere «a seguito» di un ritiro delle truppe; c'è la volontà (parola di Diliberto) di definire addirittura la situazione in Afghanistan come di guerra e quindi di ritirarsi anche da lì: alla richiesta della Nato (della Nato, non solo degli odiatissimi USA) e supportata da Emma Bonino di più aerei e più truppe, il leader del Pdci ha risposto: «è completamente inaccettabile».

Grossi problemi, insomma, che evidenziano, nel grande magma del governo, la componente più estremista che sta manovrando Prodi come un burattino per tenere il potere e fare ciò che vuole (moltiplicare le poltrone quasi miracolosamente, annullare le riforme senza neanche pensarci su, ripartire da capo per tornare indietro ecc...), l'aspirazione ad uno zapaterismo nostrano che annichilisca ogni valore ed ogni certezza, in favore di un pavido relativismo vuoto di ogni speranza e motivazione. La Casa delle Libertà sta cercando di denunciare questo atteggiamento folle ed autodistruttivo per l'Italia, e pare che gli States non ignorino la preoccupazione della minoranza del 50% degli italiani. Per questo l'incontro del 16 giugno si profila difficile: D'Alema punta tutto sul presentarsi con un dossier complesso, non solo limitato all'Iraq (per non fare una figura troppo meschina, insomma, cerca di mettere tanta carne sul fuoco), e gioca in attacco.

In linea con la posizione dell'Unione Europea, infatti, affronterà «inevitabilmente» l'argomento sui diritti umani e gli standard umanitari nel carcere di Guantanamo (Cuba), carcere che ha collezionato alcuni cammei imbarazzanti per Washington e che appartiene ad una mentalità di determinazione e decisione del tutto sconosciuta al vecchio continente. In parallelo anche Wolfgang Schussel, Cancelliere austriaco al momento presidente del Consiglio dei 25, incontrerà il prossimo 21 giugno George W. Bush, per trattare ufficialmente la medesima questione della chiusura del carcere internazionale. Ciò non toglie, però, che dovrà anche giustificare la decisione di un rientro di truppe da concertare con il suo collega di Bagdad, Hushyar Zebari, che non lasci un vuoto di sicurezza in un Paese in cui tra fazioni, terrorismo sopravvissuto e tensioni interne, ogni forza in meno potrebbe essere fatale.

Alle polemiche del centrodestra, D'Alema risponde, con finta ingenuità, che lo stesso Berlusconi in campagna elettorale aveva promesso un rientro di truppe, al che, ora, o la polemica sarebbe del tutto strumentale al suo ruolo di oppositore, oppure le promesse elettorali non sarebbero state mantenute. Il fatto è però quello che la stessa Rice farà notare al nostro nuovo ministro degli esteri: ovvero che il ritiro è una cosa, la fuga zapateriana un'altra. Un ritiro sensato, anche in un momento in cui i frutti dell'azione di peace enforcing con strumenti militari si stanno raccogliendo, è più che accettabile per un alleato che ha dato tanto in termini di risorse, mezzi, vite e stile; una fuga come quella spagnola è invece un passo indietro che gli Usa non vogliono né per il bene dell'Iraq, né per l'immagine dell'Italia all'estero. Immagine che ormai, purtroppo, è già ben più debole di anche solo un paio di mesi fa.

! Giovanni Vagnone
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