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Il futuro dei giovani dovrebbe essere al centro della politicadi Francesco Pasquali - 13 giugno 2006 La recente ricerca del Censis sulla mobilità sociale fa emergere che in Italia, oggi, fare un salto di qualità nella collocazione professionale e quindi sociale risulta appannaggio di «quote che rimangono limitate, riaffermando di fatto il peso non irrilevante dei vantaggi e degli svantaggi che i figli ereditano delle posizioni occupazionali dei loro padri». Se a questo dato aggiungiamo l'appello dell'Ocse che, nel suo rapporto annuale dedicato all'occupazione, indica che «rimuovere le barriere sul mercato del lavoro è diventata la priorità resa ancora più urgente dalla necessità di limitare l'impatto dell'invecchiamento della popolazione» è lampante che nel nostro Paese esiste un'emergenza giovanile legata al fenomeno del rinvio delle scelte di vita, con tutto ciò che ne consegue, e che la disuguaglianza sociale oggi passa dall'istruzione. Il termine può sembrare datato, ma ancora oggi ci vediamo costretti a parlare di un conflitto intergenerazionale che si caratterizza soprattutto di isolate, ma solide, resistenze culturali che devitalizzano a ritmo crescente la nostra comunità sia da un punto di vista economico che sociale. I giovani, diversamente da quelli che hanno vissuto negli anni ‘70, non vogliono né prendere né togliere, vogliono semmai essere messi nelle condizioni di poter dare. Molti giovani si dimostrano molto più realisti dei loro genitori, sanno accettare l'idea di vivere in una «società attiva» e responsabile, a patto che le singole potenzialità possano essere liberamente espresse, dove davvero l'uguaglianza sia considerata il punto di partenza e i talenti possano emergere, dove cooptazione, legami parentali e appartenenza corporativa non continuino a sostituirsi al merito. Non possiamo farci contagiare da chi ci giudica con vecchie chiavi interpretative, spesso intrise di ideologia e ci liquida come una generazione da compatire in quanto economicamente e socialmente precaria. La nostra è la generazione delle tre w, è cresciuta con la maglia dell'Europa, naviga disinvolta nel mare delle novità e sarebbe in grado di orientarsi benissimo se solo non gli fosse impedito dalle diffuse rigidità. La flessibilità è entrata nella nostra cultura. La nostra generazione non ha il complesso della prima classe, viaggia in low-cost alla velocità della globalizzazione che ci impone un forte senso della realtà. Sono ben consapevoli - e non del tutto dispiaciuti - che il per sempre dei nostri genitori si è trasformato nel per adesso. Sappiamo che il gioco è cambiato e saremmo anche dei bravi giocatori se solo chi ha l'onere di aggiornare le regole avesse il coraggio di farlo, anziché continuare nel difendere un mondo che non c'è più, o addirittura strumentalizza il senso di insofferenza giovanile promettendo deresponsabilizzanti forme di illusoria sicurezza che conducono all'inevitabile declino economico. Dobbiamo individuare ed isolare quanti, spesso in cattedra, demonizzano la cultura del rischio, non valorizzano l'auto-imprenditorialità e vorrebbero educarci all'egualitarismo mascherato da uguaglianza. Di certo l'attuale contesto politico non aiuta la condizione giovanile, anzi le scelte politiche di questa sinistra, imprigionata tra il radicalismo di matrice comunista delle sue frange estreme e l'oscurantismo conservatore della Cgil, infatti, sono fisiologicamente destinate a produrre disvalori, a danneggiare la fascia di popolazione più giovane e a fare innescare la retromarcia al Paese. Insomma, la smania delle controriforme rischia di avere la meglio sul senso di responsabilità che dovrebbe spingere una classe dirigente a tener conto del bene comune e impedire che l'intero sistema torni al punto di partenza per ragioni ideologiche e pregiudiziali. Oggi è necessario innalzare i tassi di scolarizzazione e di occupazione attraverso l'attuazione della riforma Moratti, e in particolare del canale educativo-professionale; apportare le necessarie correzioni ai percorsi universitari; agevolare l'accesso dei giovani alle libere professioni, riducendo i tempi di tirocinio; realizzare la stabilità del lavoro attraverso un accrescimento formativo costante in un mercato del lavoro reso efficiente e prevedibile nei suoi mutamenti attraverso la Borsa del Lavoro; implementare le tre nuove tipologie di apprendistato; diffondere gli uffici di orientamento e collocamento presso le scuole superiori e le università; promuovere in modo massiccio l'auto-imprenditorialità attraverso intese con il sistema bancario e fondi di garanzia. È necessaria quindi una maggiore partecipazione dei giovani all'interno del sistema della democrazia rappresentativa, realizzabile anche attraverso un clima culturale fortemente orientato a dare fiducia e valore ai giovani per stimolare una politica di straordinario coordinamento tra le diverse competenze per far sì che il futuro dei giovani sia il parametro principale con cui valutare le diverse iniziative legislative.
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Ragionpolitica, periodico on line n.165 del 12/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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