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La concertazione è la fine della politicadi Gabriele Cazzulini - 13 giugno 2006 E' forse questo l'ideale di stato al quale l'Unione sta lavorando quando parla di concertazione? La risposta sembra affermativa, almeno guardando alle prime, timide, mosse con cui il governo sta cercando, da aracnide politica, di intessere una nuova ragnatela con cui avvolgere sindacati e grande industria - sue prede predilette. Guardando ai primi effetti, questa trama non sembra molto resistente, anche se le sue ramificazioni stanno raggiungendo i centri vitali della politica e dell'economia. Ma il rapporto tra predatore e vittima non è ancora stabilito. L'incontro di ieri con la triplice sindacale è servito più ad accendere i motori, facendo sentire al governo il rombo dei sindacati così forte che da ieri le orecchie di Prodi non sentono più ragioni per sostenere la logica dei due tempi prevista da Padoa-Schioppa. Il Ministro - ormai è d'obbligo il verbo al passato - anteponeva il risanamento dei conti pubblici al rilancio dello sviluppo. Prima tirare la cinghia e poi pensare a crescere era anche il motto di Prodi. Ora i fori della cinghia sono stati tappati dai sindacati, che non intendono veder spenti i rubinetti della spesa sociale, tanto meno ritoccata all'in su la riforma previdenziale. Anzi, rilanciano, metà dei benefici derivanti dal taglio del cuneo fiscale sono da versare nelle casse dei lavoratori, cioè nelle tasche dei sindacati - e via ogni strana idea su tagli ai contributi previdenziali. La prepotenza gonfia il suo torace quando non trova davanti a sé la fermezza della maturità. Dopo tutto è il governo che cade nella sua stessa trappola quando invita i tre sindacati «dimenticandosi» di mandare l'invito anche agli industriali. In realtà la furbizia di facciata con cui il governo organizza solo incontri a due deriva anche dalla necessità di non ingarbugliare ulteriormente la matassa delle trattative inserendo tutte le parti sociali - altrimenti sarebbe come giocare una partita a scacchi con tre giocatori. Ma in questo modo si raddoppiano le scacchiere, cioè le trattative: una per i sindacati, una per gli industriali. La concertazione viene così naturale al governo perché riflette il suo stesso principio di sopravvivenza interno: un insieme di oltre una decina di partiti è destinato all'estinzione se non sviluppa capacità continue di ridurre le distanze e trovare, di volta in volta, gli accordi per chiudere così la porta d'uscita ai partner in fibrillazione. Senza dimenticarsi che anche le rocciose parti sociali sono ormai ridotte ad un colabrodo perforato da divisioni e rivalità. E' la grande industria che partecipa all'orchestra, lasciando però a casa la piccola e media impresa - la vera Cenerentola che aveva trovato in Berlusconi il suo principe azzurro. Lo stesso in campo sindacale: sono le grosse sigle confederali che firmeranno la riforma dei contratti di lavoro zittendo i comitati di base e il sindacalismo spontaneo. Perché funzioni, la concertazione deve però risolvere un dilemma che solo la politica è in grado di risolvere. Anche la politica è una parte, ma è la parte a cui spetta di assumere le decisioni. Allora: come rispettare la parità che deve regolare il tavolo della concertazione, se poi tocca alla politica prendere decisioni per tutti? Sta tutto qui il cuore del problema: la politica è una parte, ma deve essere anche la parte che alla fine si impone sulle altre. Se ogni poltrona è uguale, allora chi decide? Tutti parlano, tutti propongono e tutti chiedono. Ma solo la politica dovrebbe imporre le sue decisioni a tutti, se non fosse che il verbo al condizionale impone un significato ipotetico. L'astratta ipotesi si indurisce in realtà solo se la politica dispone dell'autorevolezza, non solo istituzionale, di riservarsi ogni potere di decisione finale. E' evidente che il deficit decisionale sia l'handicap più letale per la sinistra. L'incapacità di decidere è la naturale conseguenza di tutti i difetti dell'Unione e allo stesso tempo ne è l'origine. E' il simbolo di una politica che prima ha ucciso il leader e poi si è suicidata lasciandosi incenerire dalla concertazione - che sta alla politica come il multiculturalismo sta all'identità e alla tradizione di un popolo. Lo stato corporativo basato sulla triplice alleanza tra sinistra, sindacato e grande industria funziona anche senza politica, perché le decisioni fondamentali sono assunte esautorando la politica, o comunque relegandola a margine. La decisione è la risultante di una frammentazione di interessi corporativi, anziché esprimere l'unità di un blocco socio-politico maggioritario che s'incarna nel suo leader. Più che uno stato corportativo è uno stato «mezzadro» che delega la sua sovranità in cambio di consenso organizzato e non popolare, in cambio di pace sociale. La vera anti-riforma della sinistra è demolire l'autonomia dello stato rinunciando all'identità della politica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.165 del 12/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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