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Un rinnovato terrore

di Alexandra Javarone - 15 giugno 2006

Un sito web, spesso utilizzato da Al-Qa'ida per render noti i suoi messaggi, ha indicato il nome del successore di Al-Zarqawi, si tratta di Abu Hanza detto Al-Muhajer (l'immigrato). Al-Qa'ida promette ancora morte e terrore, annunciando scioccanti attacchi nei confronti del suo empio nemico miscredente. Quando, per un attimo, ci sentiamo di nuovo al sicuro ecco arrivare un altro avvertimento dall'Oriente. Non è un annuncio di una guerra ma una promessa di morte e distruzione.

Oggi il nostro nemico ci minaccia con un'arma ben più sozza: il terrorismo. Parola che «viene solitamente utilizzata per descrivere una lotta basata su violenze indiscriminate e destabilizzanti, impiegata da gruppi clandestini» (Devoto Oli). Il nostro avversario non è facilmente individuabile, si nasconde ed è invisibile, è un soldato di Allah, anonimo e solitario. Un uomo fatto kamikaze dall'insolente demagogia dell'islam radicale che ha saputo inoculare in lui il fanatismo dogmatico, soggiogando il suo stesso spirito critico, persuaso dalla semplice e fallace convinzione di agire in nome di Allah: «Questo terrorismo islamico disconosce il valore della vita, finendo per attribuire un valore positivo al massacro degli altri ed al proprio suicidio», sono queste le parole che usa Magdi Allam, «impegnato nella battaglia per la vita e la libertà», nel suo ultimo libro [i]Io amo l'Italia ma gli italiani amano l'Italia?

Dunque il terrorismo è una codarda macchinazione che punta a destabilizzare la morale di un Paese, colpire senza regole gente d'ogni casta e ceto, i luoghi ove tutti indistintamente hanno accesso, minando le stesse certezze di uomini innocenti. L'11 settembre nulla ha a che fare con il rifiuto del corrotto e non credente mondo occidentalizzato o con la depravazione degli Stati Uniti ma è, all'inverso, la terribile trama di un fanatismo integralista. Il ritiro totale delle truppe italiane dal Medioriente rischia di divenire un disimpegno avverso la delicata situazione che stiamo attraversando. Un voltafaccia nei confronti dei nostri alleati che auspicano invece un'ulteriore partecipazione dell'Italia alla, certo pericolosa, missione di pace.

L'Onu, dietro la cui gonna si nascondono quelli che parlano di guerra illegittima, ha invece autorizzato questi interventi: «Mi preoccupa l'Italia che manda i suoi militari e i suoi carabinieri in Iraq e poi sembra darli in pasto ai terroristi definendoli "forze di occupazione", ignorando che sono pienamente legittimati sul piano internazionale dalla risoluzione 1511 del 16 ottobre 2003, che l'Iraq è uno Stato pienamente sovrano sulla base della risoluzione 1546 dell'8 giugno 2004 e che il regime di occupazione è cessato dal 28 giugno 2004» (Magdi Allam). E non è forse l'Onu ad aver equiparato gli attacchi terroristici ad un attacco armato (sentenza della Corte Internazionale di Giustizia controversia Nicaragua - Stati Uniti), non è forse la Carta delle Nazioni Unite a legittimare la Nato il cui nuovo concetto strategico fa un puntuale riferimento alla condanna del terrorismo? L'Italia non si è forse impegnata, firmando il Patto Atlantico, a rispettare gli articoli 3 e 5 del Trattato Nato che «sanciscono il fondamentale impegno delle parti contraenti a mantenere e rafforzare la propria capacità di resistenza di fronte ad un attacco armato, e l'obbligo d'assistenza nei confronti di quello Stato (parte dell'Alleanza) che abbia subito un attacco armato».

Sarà il prematuro ritiro degli italiani dall'Iraq o dall'Afghanistan a salvarci dalle minacce dei fanatici? Oppure si tratterà di una capitolazione utile ad agevolare l'operato dei dissidenti clandestini? O sarà viceversa un compromesso utile a darci un'illusione di libertà? La «pace sinistra» alla quale s'inneggia, con inconsistenti slogan astratti e politici, mal si adegua alle esigenze di una Nazione la cui unica brama è quella di non vivere sotto il regime del terrore. Pace è per sua stessa definizione un ideale universale la cui fame non conosce sazietà, non ha colore o inutili sfumature rosso-arcobaleno, non è un brandello di stoffa che sventola, privo di cognizione alcuna, appeso alla finestra di un palazzo del centro storico di Roma. È invece, senza contraddizione, una lotta contro chi ci opprime: è l'originaria ed innata tensione umana verso la libertà.

Alexandra Javarone

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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