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La Seconda Guerra Civile Americana

di Francesco Natale - 16 giugno 2006

Nel 1997, Joe Dante (regista conosciuto ai più per cult movie quali Gremlins, Salto nel Buio e L'Ululato) realizza, in sinergia con lo scrittore Martin Burke e il produttore-regista Barry Levinson, La Seconda Guerra Civile Americana. Dietro questo titolo drammatico si cela una delle migliori e più intelligenti satire sul mondo dei media e sul cinismo che li caratterizza, sull'America e sugli Americani, sullo strapotere delle lobby e delle associazioni umanitarie. Ma, soprattutto, Dante sferza impietosamente quanti hanno improvvidamente svenduto il proprio Paese e quei valori universalmente riconosciuti che ne hanno fatto faro e garante di Libertà per gli uomini e le donne di tutto il Mondo.

Attraverso la distorsione ideologica del reale, si sfrutta un «valore» come presupposto ontologico di un «anti-valore»: la libertà di informazione, cosa positiva in sé, diviene presupposto per creare notizia e non più per comunicarla, il tutto per soddisfare il dio «Prime-Time», gli inserzionisti e, soprattutto il superego demiurgico del direttore di rete. L'assistenza nei confronti dei bisognosi, vera espressione di Carità, diviene strumento per conseguire visibilità e finanziamenti, o, peggio ancora, per affogare nel dolore altrui il proprio senso di frustrazione. Il principio del pluralismo, essenza di ogni sana democrazia, diviene il predellino di lancio per il lobbismo rampante che, a suon di accordi bi-partisan sottobanco, di mazzette e tacciando di fascismo chiunque si opponga all'inaudito potere dei gruppi di pressione, ha creato una sorta di Uroboro politico, un serpente che si morde la coda fino a divorarsi completamente, collassando alla fine su se stesso.

Questo il casus belli: il governatore Farley dell'Idaho, interpretato da un eccezionale Beau Bridges (figlio del compianto Loyd e fratello del più famoso Jeff), ha deciso di chiudere le frontiere dello Stato. Niente più immigrati, niente più profughi. Egli, partito come fanatico liberal, ha progressivamente sviluppato tendenze sempre più conservatrici, ben esemplificate dal suo motto elettorale «L'America... come dovrebbe essere». Il fatto, già gravissimo di per sé, viene complicato dal genocidio che l'esplosione di un ordigno nucleare ha causato in Pakistan. Le associazioni umanitarie di volontari si mettono immediatamente in moto per assistere (meglio: gestire) migliaia di poveri orfanelli, parte dei quali deve essere accolta proprio in Idaho. Che fare? La Casa Bianca entra nel caos totale: ignorare Farley? Sarebbe segno di debolezza. Dichiarare guerra all'Idaho? Improponibile. Non fare nulla? Tattica che si addice alla burocrazia comunista cinese, ma non al baluardo della Libertà mondiale.

L'impasse sembra insuperabile, anche perchè il Presidente, chiaramente ispirato alla figura di Jimmy Carter (del quale si diceva che non sapesse fare due cose contemporaneamente, come attraversare la strada masticando un chewin-gum...), è un uomo di paglia stretto tra le fitte maglie della rete delle lobby. E' proprio il lobbista per eccellenza, discusso re del mondo mediatico e principale artefice della vittoria elettorale del Presidente, Jack Buchan (interpretato dal leggendario James Coburn) che prende in mano le redini della situazione suggerendo che: «L'importante non è compiere un gesto forte, quanto dare l'idea di farlo!». Il fine di ogni azione presidenziale è, durante il primo mandato, la futura rielezione, pertanto non ha senso tenere in considerazione l'opinione degli elettori anziani, in quanto nel «momento del bisogno» saranno con ogni probabilità defunti. Bisogna sostenere i militari ma non troppo, perchè l'infamante accusa di «Fascismo» pende sempre, come la Spada di Damocle, sopra il capo del Presidente.

E' indispensabile non interrompere le soap-opera con insulsi discorsi alla Nazione, o il voto delle donne sarà inesorabilmente perduto. Per questo il ridicolo ultimatum per la riapertura delle frontiere che il Presidente intimerà a Farley ammonterà a 67 ore e mezza. Ma Farley ha avuto il (de)merito di scindere la nazione: altri Governatori decidono di seguire il suo esempio, mentre coloro i quali sostengono la non-politica presidenziale lo fanno solo dietro alle promesse di vigorosi «fringe-benefits»: più concessioni per le case da gioco ai nativi Nord-Americani, più terreni perchè la minoranza Indù possa costruire templi a Ganesh, sempre che questo non vada a scapito dell'apertura di mille moschee riservate ai seguaci di Malcolm-X.

E mentre il Presidente, specie di ampolla vuota che Buchan riempie di volta in volta con la saggezza (apparente) tipica degli aforismi dei grandi Presidenti del passato, scopre che non è esistito solo Theodore Roosvelt, ma anche un discretamente famoso Franklin Delano, Farley si abbandona a sproloqui amorosi nei confronti di una bella giornalista messicana, dalla quale sta per avere un figlio! Egli pensa già alla sua successione: Juan Pablo Farley. Non si cura della imminente tragedia, nè del fatto che un gruppo di facinorosi abbia fatto detonare la Statua della Libertà. Chi rischia l'esaurimento nervoso è il capo del suo staff, che deve fare da lenone tra Farley e la bella reporter mentre la situazione sta sfuggendo di mano a tutti. Una serie di malintesi, fomentati surrettiziamente dai media causeranno l'inevitabile scontro tra l'esercito e la Guardia Nazionale, ma nonostante i numerosi morti e la terribile ferita che ha dilacerato non solo a livello istituzionale il Paese, l'ultima puntata di «Figli, figli miei» massima soap nazionale raggiungerà il più alto share dall'inizio della serie...

Non esiste la netta contrapposizione tra Farley buono e Presidente cattivo o viceversa. In questo film sono contrapposte piuttosto la Vecchia America vagamente «redneck» legata al Mayflower, ai Padri Fondatori, alla Guerra Fredda, e la Nuova America post-sessantottina, che mescola con sfacciata nonchalance le marce per l'orgoglio omosessuale agli interessi delle lobby petrolchimiche. Un paese che ha visto la progressiva distorsione del concetto di democrazia, parola che ormai indica un confuso guazzabuglio di diritti cui non corrispondono più doveri. E' l'America di Carter, Presidente democratico che, ritenendo Reza Pahlavi troppo autoritario ne fece cadere il regno, condannando l'Iran (e, conseguentemente, il Mondo intero) all'inferno Khomeinista. E' il pantano mediatico in cui si dimena felice Peter Arnette, giornalista d'assalto che, quando non era troppo impegnato a frequentare i bordelli di Saigon e Bangkok, scriveva fiumi di meravigliose e toccanti parole sulle atrocità comesse dai soldati americani in Vietnam e su quanto fossero salutari e liberali i regimi di Pol-Pot e Ho-Chi-Min.

Il fulcro verso cui convergono le varie sequenze narrative è l'enorme studio televisivo della più grande rete nazionale, il cui direttore, simpaticamente cinico, esplica così la politica dell'azienda: «Farley e il Presidente sono due treni: sta a noi metterli sullo stesso binario e aspettare il botto...». Di opinione contraria il giornalista anziano, interpretato da James Earl Jones, fautore di un giornalismo vecchio stile, scevro da ogni voyeauristico sensazionalismo, e in quanto tale pecora nera, voce fuori dal coro, tollerato per una forma di atavico rispetto verso l'ex «mostro sacro», e, soprattutto, perchè innocuo.

Dante, graffiante e caustico come non mai, riesce a creare una credibile ed esilarante rappresentazione del vero, sfruttando il paradosso costante, sia nei dialoghi che nelle situazioni, presentandoci quelle che a tutta prima sembrerebbero caricature, ma che a una più attenta riflessione risultano figure drammaticamente reali. Un film che oltre ad essere intelligente e divertente si presenta anche come manifesto di un'America che non è morta, ma che è stata proditoriamente ricoperta dallo stallatico mistificatore dell'ideologia liberal e del lobbismo. Un'America che se ha peccato, ha peccato per eccesso di Democrazia. Un'America che dimostra di volersi riallacciare ai Grandi Ideali che accomunano tutti i Popoli Liberi della Terra, Ideali di cui è stata coraggiosa portabandiera. Un'America che, forse perchè provata da immani tragedie, sta risorgendo. Inshallah...

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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