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La libertà dell'outsiderdi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000
Ma se l'accesso al Tempio gli è negato, niente però può impedire di portare il fermento spirituale fuori di esso. Infatti non tutto il male viene per nuocere. Vivere la condizione dell' outsider fornisce la possibilità di adottare un criterio fondamentale e tutt'altro che negativo: quello di non aderire mai ad un atteggiamento in modo così rigido da non poter fare anche in modo diverso o contrario. Ciò non significa comportarsi come una banderuola in balia del vento, ma semplicemente stare alla larga dalla falsa coerenza, dalle etichette che non solo gli altri, ma anche noi stessi possiamo apporre ai nostri modi di essere e di fare: per vivere nella compresenza di fedeltà e libertà. In senso spirituale, un tale atteggiamento evoca la figura del Passero delineata da Juan de la Cruz, ed in particolare una delle sue caratteristiche peculiari: quello di stare con il becco all'insù, sempre attento a recepire le invisibili notizie recapitate all'anima da Dio attraverso l'azione della Grazia. Al di là delle norme ecclesiastiche e ancor di più della mentalità clericalista (il clericalismo è la negazione dell'ecclesialità: è spirito di parte elevato a principio di pensiero e azione), forse inconsapevole epigona della manzoniana Donna Prassede, la fede Péguy è comunque e sempre credibile e autentica, perché radicata misticamente nel mistero dell'Incarnazione, nel punto dove realtà distinte come mondo e Chiesa, materialità e spiritualità, natura e grazia, necessità e libertà si incontrano, e pur mantenendo le loro rispettive distinzioni riconoscono il loro vero accordo. In antitesi al razionalismo, al clericalismo, al perfettismo, egli innesta, nelle profondità che ogni volta conquista e dalle quali ogni volta è conquistato, lo spirito della semplicità sana e realista di chi vede il mondo e se stesso alla maniera di Pascal: come grandeur et misère, compresenza di grandezza e miseria. Ma se la misura di Pascal gli permette di non sottovalutare o sopravvalutare cose e persone, la bussola e il sestante per le sue navigazioni esistenziali gli vengono dall'ancoraggio al mistero dell'Incarnazione di Dio in Gesù Cristo, Evento dove l'elemento spirituale si fa carne e l'invisibile si mostra nel visibile: et homo factus est. Dove lo spirituale si attua in modo terreno. Dove Dio entra nel mondo ed opera in esso. L'Incarnazione, dice Péguy, è il segno dell'amore divino per l'essere umano. Un segno che l'uomo può comprendere e soprattutto incontrare. Per sé e per gli altri, l'uomo può diventare ciò che realmente è, finalizzare concretamente la sua vocazione personale, onorare i compiti che la vita gli pone innanzi solo a condizione che sia libero. Per questo si può definire la libertà di Péguy come libertà rappresentativa. Quando attraverso il pensiero la verità si traduce in parole, oppure quando tramite l'azione si costituisce come presenza nel mondo, la libertà di un singolo individuo sgorga da se stessa oltre se stessa, rendendo presente la libertà di una comunità, di un popolo, di un insieme di persone radicate su di un medesimo terreno ed accomunate da un medesimo sentire. Non a caso il respiro stilistico, il suo ritmo e la musicalità dei versi e delle frasi diventa ampio e profondo, autenticamente "péguyniano", quando la sua coscienza di singolo si dilata fino a diventare coscienza di popolo, quando l'isola-Péguy si accorda con l'arcipelago di altre individualità che nel riconoscimento di radici comuni si riconoscono comunità di persone. L'opera non è caratterizzata dalla voce di un singolo isolato in se stesso, ma dall'eco di molti apporti. Più che un monologo, il canto di Péguy è come un coro cantato da un sola voce, una voce solista che canta in rappresentanza di molte altre. Péguy rompe con il clericalismo in nome della autentica solidarietà fra le persone. Ed in nome della libertà della persona rompe con il socialismo rivoluzionario. Il moralismo clericalista e quello socialista, secondo Péguy, sono sostanzialmente identici: più vocati alla lettera che allo spirito; più attenti alla facciata che non a ciò che ad essa sta dietro. Il moralismo ama più il contenitore che il contenuto ed più inclinato alle prediche che alla pratiche. Adora l'abitudine ed odia l'eccezione - e tutto ciò che può provocarla. E l'abitudine, secondo Péguy, è ciò che porta a non voler ammettere che oltre a quel che c'è, c'è qualcosa d'altro. Il moralismo in religione veste i panni del formalismo che viene definito dell'abitudine, abitudinaria a tal punto di dimenticarsi di sé come tale. Un tale formalismo non può fondare l'identità di una persona né tanto meno quella di un popolo: questo in sintesi è il suo messaggio alla cerchia clericalista. Il moralista clericale possiede una falsa coscienza della religione ed un'idea tanto precostituita quanto riduttiva della vita di fede: qui Péguy, con Bergson, può affermare che «una cattiva idea bell'e fatta è molto più perniciosa in quanto bell'e fatta che in quanto cattiva; un'idea falsa bell'e fatta è molto più falsa in quanto bell'e fatta che in quanto falsa (. ..) C'è qualcosa di peggio dell'avere un cattivo pensiero. È un pensiero bell'e fatto». Il moralismo socialista si definisce sulla menzogna razionalistica, e su intenzioni ideali che diventano sterili ed astratte nel momento in cui una rivoluzione terrena si attua nel nome esclusivo dell'economia o della società senza classi e non per amore della libertà e della dignità della persone. In breve, Péguy smaschera il socialismo rivoluzionario come nichilismo sovversivo: non espressione di spirito vitale ma dinamica intrisa di volontà di potenza che usa l'ideologia come pseudoreligione e legittimazione teorica della violenza pratica. Una rivoluzione, sostiene Péguy, è un movimento che parte da dentro, e solo a tale condizione esso può esternarsi in modo costruttivo. Il rivoluzionario autentico è infatti chi scende nella sorgente inesauribile della propria interiorità e riemerge portando con sé piccoli tesori pronti non alla tesaurizzazione e all'immobilità, ma alla dinamica della condivisione armonica, rispettosa della ricchezza interiore che la singolarità umana naturalmente possiede, che avviene sulla base di un sostrato comune. L'autentico rivoluzionario sa distinguere fra povertà e miseria, fra la paupertas ed l'egestas direbbe Orazio: la povertà è condizione propria di chi non è ricco ma comunque possiede ciò che gli occorre per vivere con semplicità sia la vita interiore sia quella esteriore La miseria, invece, abbruttisce l'uomo al punto tale da estraniarlo da se stesso e dai suoi simili: è l'indigenza bruta, una schiavitù materiale che produce disperazione spirituale: è uno stato di morte vivente che merita di essere combattuta con ogni mezzo. Non a caso Péguy elegge Giovanna d'Arco come suo modello. Egli non ne vuole copiare le gesta della Pulzella d'Orleans, ma imitarle rappresentandone la figura. Per un poeta la via dell'imitazione passa attraverso la rappresentazione del modello eletto. Ed imitare significa avere un modello da seguire nella sostanza di ciò che esso rende presente: con l'intelligenza di aderire all'essenza di ciò che tale modello rappresenta. Rap-presentare, appunto: propriamente, renderlo presente, contemporaneo come una figura storica ma non storicizzata, ossia come figura la cui storia si svolge in un tempo determinato dalla cronologia di date e avvenimenti, ma ad un livello sempre ad essi superiore per qualità e durata. Copiare la vita e le gesta della Pulzella significherebbe trasporre la sua storia e l'essenza della sua missione in modo ripetitivo, e perciò sterile. Operare una sorta di clonazione inutile. Ciò che Péguy vuole rappresentare di Giovanna è l'essenziale: e l'essenziale è che la santa di Orléans compie la sua missione spirituale in modo terreno, e la sua testimonianza personale si dilata e diventa testimonianza di un popolo. La sua mente ha radici infitte nel cielo, come i rami autunnali descritti da Rilke: tanto quanto le sue azioni si radicano nella terreno dell'esistenza storica, carnale, nella comunanza con i suoi simili. La vicenda di Giovanna d'Arco racchiude il mistero di Dio. Di un Dio che si è fatto uomo non solo perché l'uomo ha bisogno di Dio ma anche perché Dio ha scelto, con illimitata libertà, di aver bisogno dell'uomo e della sua collaborazione. La Pulzella di Péguy rappresenta una prospettiva globale, una luce inaspettata, non preventivata da calcoli e misure umane, ma proprio per questo capace di includere il senso dell'esistenza personale come vita di un singolo e di un popolo: capace di rendere visibile il sole anche quando questi scivola necessariamente al di sotto dell'orizzonte ottico e quindi al di fuori di un'immediata visibilità. Giovanna d'Arco, figura reale in cui spirituale e terrestre sono compresenti, è l'esempio perfetto della libertà che si propone come peculiarità popolare presso e oltre l'individualità singolare: la libertà spurgata da ogni traccia di possibile egoismo individuale, che diventa libertà personale e plurale al contempo. Il mistero della carità divina che diventa carità fraterna e reciproca collaborazione, affinché mistica e politica non siano, come di prassi sono, termini inconciliabili, realtà separate. Fabrizio Gualco |
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