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La riforma costituzionale e i conti dello Stato: perché votare sì

di Danilo Giurdanella - 20 giugno 2006

La Carta costituzionale italiana del 1948 fu definita, all'epoca dell'emanazione, fra le migliori d'Europa. Illustri giuristi, spesso membri della Costituente e della commissione dei settantacinque, ne redassero con cura i principi e posero le fondamenta del nuovo ordinamento giuridico repubblicano, cui l'Italia, da aspirante membro dell'Onu, si sarebbe dovuta conformare. Vero, dal punto di vista ideologico la Costituzione Italiana risulta un pastiche, spesso di difficile discernimento. Le influenze marxiste ed il tentativo conciliatorio di queste con la dottrina sociale della Chiesa e con i principi liberali sono evidenti. L'impostazione economica è squisitamente vetero-keynesiana, nonostante gli sforzi di Luigi Einaudi ed altri padri costituenti, in contrasto con le teorie economiche che cominciavano a prendere piede nei circoli accademici di allora.

Insomma, l'Assemblea aveva partorito una buona legge costituzionale, ma adatta ai tempi in cui i cittadini italiani vivevano e alle esigenze di una Repubblica ancora ideologicamente divisa. L'Italia era inoltre un Paese principalmente agricolo, con un Pil pro capite inferiore a quello degli altri stati al di là delle Alpi, con una popolazione giovane e con una spesa pubblica, interventi nel settore economico a parte, molto ridotta. Negli anni seguenti il contesto cambiò di colpo. L'Italia divenne uno dei principali esportatori mondiali. La popolazione cominciò ad invecchiare. E la spesa pubblica insieme al debito pubblico, nostro malgrado, crebbero a dismisura, tanto che, al giorno d'oggi, l'Italia può vantare il dubbio primato del terzo debito pubblico al mondo e del primo in Europa.

Qualcosa, nel processo di industrializzazione italiano, non aveva funzionato e le esigenze della società non si rispecchiavano più in una Costituzione precocemente invecchiata. Il fabbisogno dello Stato, dopo essersi ingrassato negli anni Sessanta, scappò di mano negli anni Settanta, crescendo esponenzialmente. Ma il gettito fiscale, nonostante i miglioramenti dell'economia, non è stato al passo. E' chiaro che il Belpaese, anche con lo scudo dell'Euro, non potrebbe continuare a sopportare questo squilibrio. Da un lato il patto di Maastricht ce lo impedisce, fissando al 3% il rapporto di squilibrio fra deficit e Pil; dall'altro la soluzione proposta dalla sinistra, di aumentare le tasse a dismisura, causerà una diminuzione della competitività italiana rispetto ai concorrenti europei. L'unica soluzione allora è quella di una riforma sostanziale dell'ordinamento giuridico italiano. Non agendo sulla quantità della spesa pubblica, come pure si è agito ad esempio in alcuni stati federati americani, con una modificazione costituzionale ad hoc, tendente a vincolare la spesa pubblica alla popolazione e alla taglia dell'economia. Ma ridistribuendo le competenze in maniera più razionale. Insomma gli stessi servizi a costo minore: questa è la filosofia che ha ispirato la riforma costituzionale del centrodestra. Da premettere che tale tentativo è stato fatto anche dal centrosinistra, ma è miseramente fallito. La riforma costituzionale della sinistra è infatti soltanto riuscita a complicare le cose, avendo ad effetto un immediato incremento delle cause fra Stato e Regione portate innanzi la Corte Costituzionale, diventata inadeguata, con solo quindici giudici, a tale mole di lavoro.

La riforma varata dal centrodestra segue un principio direttivo molto semplice: quello della responsabilità della spesa. Potremmo in un senso dire che questo principio è il padre del federalismo fiscale e cha la sua introduzione nella Costituzione rappresenta non solo il primo passo verso un raggiungimento della realizzazione di tale criterio nell'ordinamento giuridico italiano, ma una vera e propria conquista del moderno Stato di diritto. Responsabilità della spesa non significa che ognuno paga i suoi costi, significa che ognuno gestisce le proprie risorse. La sua utilità si potrebbe sintetizzare con un detto dell'insigne premio Nobel per l'economia Milton Friedman: nessuno spende i soldi altrui come spende i propri.

Grazie alla riforma gli enti pubblici territoriali compiranno una attenta analisi dei costi e dei benefici di qualsiasi intervento pubblico. Questo significherà non solo una razionalizzazione dei servizi pubblici e delle spese dello Stato ma anche una maggiore loro efficienza. Insomma votare sì al referendum costituzionale non significa rinunciare ai principi dettati dai padri fondatori, significa al contrario applicarli alle esigenze del giorno d'oggi. Perché lo status quo, altrimenti, ci condurrebbe verso una deriva argentina che dobbiamo assolutamente evitare.

! Danilo Giurdanella
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