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Referendum: una croce sul sìdi Alessandro Gianmoena - 20 giugno 2006 Il 25 giugno saremo chiamati a scegliere il futuro delle nostre istituzioni. Il referendum sulla riforma della seconda parte della Costituzione italiana ci permetterà, tracciando una croce sul sì, di dare una continuità all'adeguamento del nostro Paese al mondo nuovo della società globale. Le ragioni del sì nascono dalla consapevolezza che l'impalcatura costituzionale fondata nel '48 fosse solo l'inizio di un processo democratico nato dalla reazione delle formazioni politiche che avevano organizzato la Resistenza al regime del ventennio fascista. Negli anni della Prima Repubblica il ruolo dei partiti si è appesantito, producendo l'autoreferenzialità di un ceto politico che con il tempo è andato discostandosi dal corpo elettorale. I partiti politici divennero, di fatto, il «luogo» legittimante della Carta costituzionale ed il popolo subì l'arretramento del rapporto tra cittadini ed istituzioni generato dallo strapotere della partitocrazia e dal contesto storico della Guerra Fredda, che segnò l'Italia come territorio di confine tra l'Alleanza Atlantica ed il Blocco sovietico. Ma la storia ha prodotto nuovi passi ed il crollo del Muro di Berlino ha fatto venir meno gli assetti politici delle organizzazioni partitiche che contrapponevano le categorie di pensiero novecentesche del partito ideologico più rappresentativo, come il Pci, al confessionalismo cattolico della Dc. Il percorso democratico ebbe un significativo arricchimento con il referendum Segni, che fu il primo segnale di un popolo la cui istanza si incentrava sulla volontà di avere un maggiore peso nella gestione della cosa pubblica. Quel popolo si espresse nel '94 con la scelta di un bipolarismo che potesse ridimensionare il potere oligarchico di un ceto politico che cercava di governare il quotidiano con gli schemi di sempre. In quegli anni nacquero le formazioni politiche della Seconda Repubblica. Forza Italia di Silvio Berlusconi e la Casa delle Libertà costituiscono una compagine politica postideologica che vive la sua prassi politica nel superamento degli assetti ideologici di un Novecento consegnato alla storia. Il mondo globale, liberato dalle potenzialità della comunicazione e della tecnologia, pone problemi interamente nuovi. Nella società globalizzata il confronto culturale e la competizione del mercato globale, insieme alla velocità dei meccanismi che lo regolano, determinano la necessità di scelte politiche responsabili i cui effetti si percepiscano nell'immediatezza, mentre in passato si diluivano nell'arco di anni. La riforma costituzionale prodotta dalla Casa delle Libertà segue il passo all'andamento di un mondo che si fa sempre più piccolo. Essa fornisce gli strumenti per un rapporto più stretto tra cittadino ed istituzioni. La possibilità di elezione diretta del Presidente del Consiglio e la differenziazione di Senato e Camera, nell'ottica del superamento del bicameralismo perfetto, con uno snellimento del numero degli eletti, restituisce un maggiore peso al corpo elettorale, responsabilizzando la classe politica nelle scelte dell'azione di governo. Scegliere il sì significa modificare la riforma scellerata del titolo V che la sinistra aveva prodotto allo scadere del suo passato governo, una riforma che ha determinato il caos nella suddivisione delle competenze concorrenti tra enti regionali e nazionali. Quello adottato dalla sinistra è un federalismo vuoto, dettato dall'opportunismo politico, volto ad intercettare i consensi del popolo che vive le inefficienze di uno Stato accentratore. L'interesse nazionale che la riforma della Casa delle Libertà inserisce nel quadro costituzionale e la riduzione a tre (ordine pubblico, istruzione e sanità) delle materie di competenza regionale è il giusto equilibrio che ripristina l'integrità nazionale ed al contempo offre quell'opzione federale necessaria all'esigenze di ammiistrazione del territorio. La sinistra si oppone al rinnovamento, poiché la conservazione dello status quo le consentirebbe una restaurazione dello strapotere di quei partiti che si configurano come residui della partitocrazia della Prima Repubblica. Non votare sì implicherebbe un salto nel passato, un disimpegno dalle sfide che il mondo nuovo ci pone. Rinnovare la centralità del cittadino nelle istituzioni significa imboccare un cammino virtuoso, dove il corpo elettorale è parte attiva e responsabile nella scelta dell'indirizzo politico e del soggetto istituzionale incaricato della sua realizzazione, ossia il premier. Ciò non implica uno stravolgimento radicale delle regole come l'esasperazione della sinistra vuole fare intendere, gridando all'attentato alla Costituzione, ma è una chiara espressione di una consuetudine nata con il bipolarismo italiano, laddove l'indicazione del primo ministro nasce dalla volontà di rottura degli schemi della partitocrazia. Chi si oppone al rinnovamento della Carta costituzionale vuole ancora regalarci un'Italia instabile, dove la classe politica dei vecchi partiti diviene il punto di convergenza ultimo nella gestione della cosa pubblica, dove lo strapotere degli organismi senza diretta rappresentatività diviene strumento politico. Tutto ciò contribuisce a svilire il concetto di democrazia, riducendo il potere del corpo elettorale ad una semplice delega in bianco ai partiti nella gestione di uno Stato pervasivo. Ragionpolitica.it ha profuso il suo impegno nella sensibilizzazione, attraverso internet, dei cittadini perchè scelgano di metter una croce sul sì, per rendere protagonista l'Italia nel tempo della globalizzazione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.166 del 19/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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