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6 marzo 2008
 
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La complessità delle sfide globali

di Leonardo Tirabassi - 21 giugno 2006

Due forze contrapposte si stanno scontrando sullo scenario internazionale, producendo una sorta di impatto tellurico foriero di ulteriori cataclismi. E' infatti per lo meno da un quindicennio che la comunità internazionale discute di due tendenze contrastanti come la globalizzazione, la diffusione della democrazia e del mercato da un lato e, all'altro polo, uno scontro ideologico particolarmente virulento, di civiltà, come si è detto. Data però la confusione che regna nel centro sinistra per quanto riguarda la politica estera e le scelte di sicurezza non si capisce più su quali criteri esse vengano operate, se su un piano ideologico, sentimentale o chissà su quali altri parametri. E' incredibile vedere ministri degli esteri che avrebbero pilotato di persona gli aerei su Belgrado diventare immediatamente zapateriani! Ma questo è quello che succede e su questo ci tocca ragionare, mettendo assieme i pezzi di un discorso ormai confuso.

Quando si parla di politica estera e di sicurezza, il primo punto di partenza è la definizione degli interessi nazionali, a cui segue l'analisi dell'ambiente internazionale con le sue minacce ed opportunità. Questo metodo permette di ordinare le priorità, di dare una gerarchia agli stessi interessi, mettendo in prima fila quelli vitali ed in ultima gli interessi che non riguardano assolutamente la sicurezza del paese. Il passo successivo è rappresentato dalla traduzione degli interessi in obiettivi quantificabili, per definire poi il budget corrispondente e così via. Il processo di pianificazione della sicurezza, come si vede, ha la stessa logica di qualsiasi altro processo di pianificazione strategica, compresa quella aziendale. Se, per esempio, prendete uno dei manuali di Philip Kotler, uno dei guru del marketing, potete divertirvi a confrontare quanto appena detto con una delle tabelle riportate all'inizio, realtive a l'organizzazione di una campagna marketing.

E' quindi necessario, per fissare gli obiettivi, operare una valutazione dell'ambiente di sicurezza futuro al fine di prevedere le caratteristiche dei conflitti che ci aspettano e quindi cosa l'Occidente, i nostri alleati, il nostro Paese debbano fare per difendersi, contrastare, e magari evitare, disinnescandole, eventuali minacce. La previsione del futuro è un arte che, se si vuole escludere la chiromanzia, viene effettuata con diversi metodi, dall'analisi dei trend alla costruzione di scenari, tutte metodologie che non evitano certo il verificarsi di effetti perversi; incidenti di percorso, apparizione di imprevisti, ma comunque, per essere poi credibile, una qualsiasi scelta deve raccogliere un consenso accettabile, che sappia appunto ridurre al minimo questi inconvenienti. Il primo punto su cui tutti i think thank, comunità scientifiche, governi, uffici strategici, accademie concordavano era la constatazione che, dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine reale del sistema comunista, non ci fosse più nessuna ideologia alternativa all'Occidente in grado di sfidarlo, anche nella costruzione di sistemi sociali diversi. Questo era quanto uno studioso di Chicago nel 1992, Francis Fukuyama, andava sostenendo.

Dissolta l'Urss, anche il marxismo-leninismo come sfida ideologica all'Occidente era scomparso e all'orizzonte non si vedeva il sorgere di nessuna ideologia alternativa su scala globale capace di raccogliere un consenso nemmeno paragonabile all'ideologia marxista nelle sue varie declinazioni e scuole. Da quel momento magico, la democrazia, prodotto della globalizzazione, si sarebbe dovuta sviluppare senza limiti, anzi: la stessa caduta del Muro era il frutto della nuova ondata di interconnessione del mondo. Dalla constatazione, vera, che la democrazia non aveva più rivali veniva tratta una conclusione politica, falsa, ispirata al peggiore, perché cieco, ottimismo. Come affermò Bush padre dopo la prima guerra del Golfo, si era alla vigilia di «un nuovo ordine mondiale» che riposava su un «consenso globale» e su «valori morali e politici condivisi». A questa scuola ottimista, se ne contrapponeva un'altra che vedeva non sorgere il sole radioso dell'avvenire, ma l'addensarsi delle nuvole.

Appena un anno dopo la «Fine della storia», usciva nel 1993 il saggio di un altro celebre studioso, Samuel Huntigton, dal titolo «Lo scontro di civiltà». La tesi era presto detta. Con la fine della guerra fredda il mondo era diventato più instabile a causa dell'eruzione di nazionalismi distruttivi causati dall'emergere di frizioni etniche, tribali, religiose, insomma conflitti derivati da scontri tra identità locali di ogni tipo. La guerra nell'ex Jugoslavia era lì a dimostrarlo, assieme ad i conflitti in Etiopia, Somalia, Sudan, guerre centro africane e così via. Al posto di una sicurezza basata sull'equilibrio del terrore, si è istituita un'ansia per l'instabilità globale e la sicurezza diviene la preoccupazione principale. La caratteristica comune di questi conflitti armati, a causa anche dell'indebolimento del legame statale, è rappresentato dall'esser prodotti da scontri tra culture, tra religioni diverse, tra «civiltà» ritenute antagoniste e l'Islam risulta essere, per motivi storici complessi, la civiltà che si contrappone frontalmente all'Occidente.

Oggi, quindici anni dopo questo dibattito e con l'11 settembre alle spalle, si può dare un giudizio che sia anche una sintesi di queste due posizioni. L'integrazione prodotta dalla globalizzazione non è solo positiva; porta con sé ambivalenze riguardo la natura delle forze fino a determinare l'incertezza della direzione futura. Interconnessione e disintegrazione, ordine e disordine sono prodotti in egual misura della globalizzazione che, se è stata causa della fine della guerra fredda, dello sviluppo economico della Cina, è anche fonte di effetti di rimbalzo, compreso lo strumento bestiale del terrorismo internazionale, proveniente anche dal mondo islamico. Ma non solo, volatilità dei mercati, instabilità economica, proliferazione nucleare e diffusione delle armi di distruzioni di massa, pulizie etniche sono tutte il frutto della situazione post guerra fredda. In una parola, il mondo multi o unipolare è molto più caotico di quello bipolare. Caos però non equivale immediatamente a minacce alla sicurezza, a pericolosità; non solo, guerre e stragi avvenivano anche durante la guerra fredda. E' cambiata invece, e parecchio, la nostra percezione del pericolo che ci sembra più incerto, confuso, oscuro.

La prima necessità è mettere ordine a questo caos, riducendo la complessità dell'ambiente esterno: nuove forme di governance sono necessarie, nuove forme istituzionali internazionali sono possibili per reggere semplicemente alle sfide che sono anch'esse sovranazionali. Con due osservazioni però: la prima, la forza, il ricorso alla guerra non è scomparso da questo mondo; anche gli interventi di peace keeping umanitari, magari attraverso l'istituzione di una polizia internazionale, che si ispirano ad alti valori morali, richiedono l'impiego delle armi, di soldi e, qui veniamo al secondo punto, di una volontà politica sovrana capace di raccogliere consenso. Se dobbiamo tenere assieme caos e ordine, globalizzazione e disintegrazione, scontro di civiltà e forze di interconnessione, forza e governace, sempre meno si capisce come un pacifismo accecato dall'ideologia antiamericana, dalle marce della pace, dalla retorica terzomondista o con lo sguardo rivolto all'imbelle Europa - si ricordi sempre la guerra in Jugoslavia -, riesca a elaborare uno straccio sensato di politica estera e di sicurezza per il nostro Paese.

! Leonardo Tirabassi
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