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Un sì contro il vecchio che avanzadi Gianteo Bordero - 22 giugno 2006 La manifestazione con cui ieri sera è stato assegnato alla Costituzione italiana uno speciale Premio Strega ha rivelato con chiarezza quelli che sono i veri motivi per cui la sinistra rigetta con tanta acrimonia la riforma della Carta del '48 messa in atto, nella passata legislatura, dalla Casa delle Libertà. Non si tratta, checché ne dicano gli esponenti «riformisti» dell'Unione, di motivi tecnici, riassumibili nello slogan «Diciamo no non alla possibilità di riformare la Costituzione, ma a questa riforma della CdL», definita - nel migliore dei casi - «pasticciata», «confusa», «costosa» e via dicendo. No. L'ostilità del centrosinistra al nuovo testo costituzionale ha ragioni più profonde, iscritte - per così dire - nel DNA dei partiti che compongono l'attuale maggioranza. Tant'è vero che ieri sera, a ritirare lo Strega in rappresentanza dei costituenti, c'era Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del Comitato del no, l'icona della più rancorosa e virulenta opposizione alla riforma del centrodestra, il paladino della sacralizzazione della Carta e della sua pressoché assoluta intangibilità. E qui sta il punto. Qui sta il nocciolo della questione. Sono passati quasi sessant'anni dall'approvazione del testo del '48. E' passata la guerra fredda, è caduto il muro di Berlino, e con esso ha subito scacco matto dalla storia il comunismo, ma per la sinistra siamo ancora fermi là, al patto costituente e alla cultura che lo aveva animato. Siamo ancora là, per l'intellighenzia colta di sinistra: ai «sacri valori morali e civili» che in questi decenni sono serviti soltanto per alimentare e foraggiare l'egemonia culturale del politicamente corretto, del mito resistenziale, della superiorità intellettuale e morale dei «migliori». Siamo ancora là. Ma intanto, mentre pochi - una élite illuminata - traevano tutto il vantaggio possibile dai «sacri valori», tutti gli altri, gli italiani, erano costretti a subire l'invecchiamento precoce e poi l'incancrenirsi delle nostre istituzioni e del nostro sistema statale, con una scuola pubblica presto trasformatasi in una burocratica riserva di caccia della cultura di sinistra, un mercato del lavoro autoreferenziale e chiuso al futuro delle nuove generazioni, un sistema previdenziale che invece che tutelare i bisognosi ha tutelato i già tutelati (gli amici dei «migliori», si intende), partiti che con gli anni hanno finito col perdere sempre più il contatto con i bisogni reali dei cittadini e della società, sindacati onnipotenti e conservatori. In sessant'anni di storia della Repubblica e in quasi sessant'anni di Costituzione repubblicana abbiamo assistito a tutto ciò, e oggi la sinistra sostiene ancora che il punto di partenza è sempre là, nei «sacri valori morali e civili». Questo passatismo peloso e ipocrita, che campa sulle spalle dei morti della tragedia bellica e li usa per mantenere la sua egemonia, si scontra però con la realtà del Paese, che oggi più che mai ha bisogno di guardare avanti, ha bisogno di una prospettiva solida per il futuro, ha bisogno di istituzioni meno autoreferenziali e macchinose, di meno sacralità ma più efficienza, meno ritualità e più chiarezza nel rapporto con i governanti. Ha bisogno di uno Stato più snello, che faccia di meno ma lo faccia meglio, intervenendo solo laddove i cittadini e i gruppi sociali ne abbiano necessità. Ha bisogno di una scuola più libera e meno ideologica, di una sanità efficiente e di una magistratura meno invadente, di un mercato del lavoro flessibile e non ingessato. Il governo Berlusconi aveva intuito che per il futuro dell'Italia occorreva questo disegno organico di svecchiamento e ammodernamento di sistema, partendo dalla Carta costituzionale e arrivando alle riforme della scuola e del mercato del lavoro, passando per la pubblica amministrazione. Tout se tient: per questo il no della sinistra alla riforma della Costituzione è un no alle riforme, un no al futuro nel nome del ritorno al passato. Un no pronunciato nel nome dell'interesse di pochi, della conservazione di un mondo che non c'è più e di una sacralità lontana, lontanissima dal sentimento degli italiani. Che amano l'Italia ma non la sua caricatura scalfariana e premiostreghiana; amano il loro Paese, quello reale, di oggi, non quello che ormai esiste solo nella testa dei nostalgici del passato. Qui sta la differenza tra il sì e il no al referendum di domenica e lunedì prossimi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.166 del 19/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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