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Attualità del cattocomunismo

di Leonardo Tirabassi - 26 giugno 2006

Ma il cattocomunismo è ancora vivo? A questa domanda non retorica, Ernesto Galli della Loggia in un lungo articolo, quasi un saggio, sul Corriere di domenica 18 giugno, dà una risposta negativa e ben argomentata, che mi trova d'accordo solo in parte. Provo a spiegarmi e parto ripetendo la tesi principale. Il cattocomunismo è stato un movimento composito; ma tutto diretto e dedicato verso un progetto politico chiaro: l'unione, la ri-unione, del popolo degli umili con al centro la classe operaia attraverso la ricomposizione dei due popoli divisi, quello cattolico e quello comunista. E quindi ecco l'andare verso il dialogo, verso l'alleanza di quei due partiti che, unici, rappresentavano le due identità separate, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Questo progetto, continua lo storico, è finito, perché sono cambiate e definitivamente i presupposti storici. Il grande scontro tra capitale e lavoro è ormai tramontato in tutto l'occidente, soppiantato dal sorgere dei «temi immateriali» come la bioetica, gli stili di vita, i diritti individuali.

A causa di questo profondo cambiamento sociale, che sta stravolgendo tutto il pianeta, sono scomparsi «gli antichi caratteri di classe» della sinistra che si sta dirigendo verso una concezione della politica non più basata sull'impegno, ma su una morale di tipo individualistico libertario. Come si capisce, i grandi temi etici segnano, però, una frattura profonda all'interno della sinistra fino a rompere quella storica alleanza che vide il coronamento del disegno togliattiano dell'incontro tra i due popoli nel compromesso storico. Oggi, quindi, sul terreno dei valori, dove era avvenuta la ricomposizione della frattura fondante la storia dell'Unità d'Italia, si sta verificando una nuova, (ed epocale?) rottura. Da una parte la Chiesa che cerca di opporsi, impegnandosi in una «battaglia nobile disperata e importante» contro l'inevitabile conformismo rappresentato dalla affermazione di un «soggettivismo etico, da una spinta edonistica-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell'anticlericalismo». Fin qui Galli della Loggia.

Le cose stanno vermente così? Sì e no. Non c'è dubbio, infatti, che sul piano teorico politico dell'argomentazione razionale, il quadro disegnato del commentatore del Corriere sia vero. La ricerca dell'abbraccio tra comunisti e cattolici ormai non ha più senso, sia perché di fondo essa è già un prodotto della storia, è già avvenuta, sia perché il marxismo-leninismo e la sua incarnazione italiana, il PCI, sono definitivamente sepolti da quel benedetto crollo del muro. La fine dell'URSS è allora il prodotto più alto e non dichiarato di due forze (opposte?) che hanno segnato un'epoca. La dissoluzione dell'impero sovietico è il frutto della lotta temeraria di un Papa polacco e della globalizzazione, segno della nuova modernità secolarizzante.

Ma il piano della teoria politica, dove è disegnata questa analisi perfetta, non comprende tutto il campo del reale. Le azioni, i pensieri, le idee degli uomini non sono dettate solo dai sillogismi cartesiani. L'etichetta di «cattocomunismo» copre fenomeni storici diversi. Cossiga ricordava, sempre sul Corriere di giovedì 22 giugno, per lo meno tre filoni in un qualche modo riconducibili ad una «certa» area, se non proprio catto comunista, formata da cattolici vicini e amici del partito comunista, e distingueva tra cattocomunismi, cattolici comunisti e dossettiani. Non solo, perché si realizzi un incontro tra due aree, il movimento di avvicinamento deve avvenire da entrambi i lati, sia dal mondo cattolico che da quello comunista, sia dalla Democrazia Cristiana che dal Partito Comunista, sia dalla dottrina cattolica che dalla elaborazione marxista.

Questo per dire che non solo ci fu, tra i cattolici, chi andò a vario titolo nelle braccia del comunismo, ma anche chi dalla democrazia cristiana andò verso le posizioni del socialismo reale, come la sinistra democristiana, i dossettiani ecc. Questi settori, anche se non cattocomunisti, entrarono in dialogo forte e sostenuto, sia sul piano teorico che politico, con il marxismo e le posizioni politiche del PCI. Con la globalizzazione, la dissoluzione del comunismo, con la via italiana a tutto ciò, tangentopoli e la conseguente scomparsa manu militari della DC, il senso profondo di quel progetto è tramontato per sempre. E' anche per questo che finisce l'idea politica del cattocomunismo, ma, secondo me, rimangono vivi i cascami ideologici di quel progetto a causa anche del modo in cui, in Italia, la realtà del post guerra fredda viene nascosta proprio da tangentopoli che «salva» gli attuali DS.

Si ha quindi la fine del comunismo, ma non del Partito comunista italiano, né come mentalità dei comunisti, e di chi li ha sostenuti come quella sinistra democristiana, entrambi salvati dal vortice delle inchieste giudiziarie che segnarono la fine della Prima repubblica. Ecco che quella alleanza politica nata durante l'affermarsi della massificazione della produzione, sia sopravvissuta alle trasformazioni sociali, compresa la crescente astrazione del lavoro, per diventare l'asse dei governi attuali di centro sinistra della seconda repubblica.

Allo stesso tempo, l'ideale incontro di popoli si nutriva di contenuti politici precisi in un sogno di socialismo paternalista e statalista alimentato dalla spesa pubblica, e dal deficit, per arrivare, in politica estera, a utopie mediterranee, filo arabe e antiamericane. Non solo: quell'idea di incontro, di nuova unione di due parti divise dello stesso popolo, era agita a scapito dell'altra componente della sinistra italiana, quel Partito Socialista visto dai cattocomunismi, comunisti cattolici, dossettiani, e quant'altro, come un orpello inutile se non, con Craxi, dannoso e pericoloso, perché antiautoritario nella sua politica riformista ai limiti del velleitarismo e comunque diverso perché mondano e pluralista. Penso quindi che i contenuti, anche se sono scomparse le premesse storiche, di quel compromesso non siano assolutamente morti e l'Unione ne raggolga in modo ottimomale i frutti politici: ecco allora la difesa della spesa pubblica, lo statalismo, la difesa del centralismo amministrativo, l'anti americanismo, il terzo mondismo, l'egualitarismo pauperista, come ricordava Baget Bozzo (Corriere del 20 giugno) e quant'altro.

Tutto ciò ancora, però, non è sufficiente a definire l'eredità politica profonda del cattocomunismo. Rimane, infatti, da spiegare una precisa concezione della politica che continua a fornire più che argomenti, stili di ragionamento pubblico ben precisi. Mi riferisco alla torsione moralistica che la politica assume in chi è erede di quella tradizione: qui lo scontro, come appunto tra ultimi e primi nella scala sociale, tra poveri e ricchi, tra proletariato e padroni, è ancora tra bene e male assoluti, in un manicheismo che finisce per sposare e giustificare le posizioni più giustizialiste.

Vi è da aggiungere che parlando di posizioni politiche, partorite all'interno di una religione complessa come quella della Chiesa cattolica, queste devono trovare origine, motivazioni e legittimazione in quella tradizione. Qui, per le mie capacità, il discorso diventa troppo complesso, ma come osservatore esterno vorrei poter suggerire alcuni spunti di riflessione. Baget Bozzo sottolineava la prevalenza del tema della giustizia su quello della libertà a cui si può aggiungere l'idea manichea e gnostica del mondo; una visione e riduzione della fede come sociologia al servizio della società dove la chiesa, in quanto comunità e non come gerarchia, svolge il ruolo di assistenza sociale. Per chi è cresciuto leggendo «Lettera a una professoressa», «L'obbedienza non è più una virtù» sa bene di cosa stia parlando e infatti ecco i pellegrinaggi dei ministri del governo Prodi a Barbiana e sulla tomba di Dossetti. Temi ereticali e interpretazioni riformiste si sono fusi in una teologia che arriva disarmata a discutere di scienza, limiti, responsabilità e libertà della persona.

Augusto Del Noce per tutta la vita ha lottato, isolato e osteggiato dagli ambienti accademici e giornalistici a la page, contro la stortura che il pensiero cattolico di sinistra operava in nome di un adeguamento ai tempi. «Pensare a un "aggiornamento" come a un'adeguazione al "nuovo" sarebbe una di quelle tante sciocchezze senza pari che conoscono oggi un'incontrollata circolazione». Non c'è dubbio infatti che oggi le posizioni della Chiesa cattolica e della sinistra davanti alla scienza e al soggettivismo relativista siano contrapposte. Molto più complessa però e non scontata è la questione di come il clero, le parrocchie, il popolo dei fedeli dopo anni di melassa buonista che ha sostituito alla fede in Cristo la cristianizzazione della società, che forse non ha nemmeno più rapporti con certe interpretazioni del Concilio Vaticano Secondo o per fino con la teologia della liberazione, vivano questo passaggio.

! Leonardo Tirabassi
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