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Lo stile della sinistra e l'andare avantidi Giovanni Vagnone - 27 giugno 2006 Analizzare il risultato del referendum in modo del tutto oggettivo e distaccato dalla propria visione delle cose, sarebbe difficile se non impossibile. Tuttavia non è affatto difficile svolgere alcune riflessioni sul tema e su quello che la sinistra, del canto suo, rivela essere il suo stile ad ogni conferma possibile. Da un lato infatti, sia Prodi che Berlusconi avevano sottolineato come l'approvazione della riforma costituzionale per la devolution non fosse un voto ulteriore, una sorta di fiducia, alla sinistra-centro e di contro un'ulteriore speranza della Casa delle Libertà di dare una spallata all'accozzaglia di diverse ideologie che compongono oggi il nostro governo. Dall'altro lato invece, a poche ore dal risultato (e molto meno di una giornata), le dichiarazioni della sinistra si sono fatte via via più decise, inebriate da una vittoria considerata schiacciante, e sono arrivate a quei livelli che proprio al massimo due giorni fa, si smentivano con certezza assoluta. Scrive sul quotidiano della Margherita, Europa, Federico Orlando: «Con un risultato di proporzioni imprevedibili, che ha seppellito la Mala Costituzione della destra, è finita l'era del berlusconismo. Ed è finita nel modo più radicale: con la bocciatura (...) di quel che la destra aveva pensato come il coronamento del suo malgoverno: istituzionalizzare quel malgoverno ecc.» Al di là della retorica di partito, della comprensibile ed anche giusta parzialità di chi propone la propria opinione, c'è però da ribattere su qualche punto. La riforma del malgoverno, che era una modifica ad una riforma costituzionale fatta da Amato la legislatura precedente, raffazzonata, e giuridicamente piena di contrasti e di parti oscure per l'interprete, è stata il frutto di un intento concreto al miglioramento e alla modernizzazione. E' particolare che nel commento ad un voto si ricorra agli stessi espedienti della propaganda da campagna elettorale, con i toni forti e polemici di chi non riconosce il lavoro altrui neppure nelle sue linee guida. E anzi si va oltre. Il dato più significativo è la controversa questione del Nord Italia. Sul Lombardo-Veneto nessun dubbio: ha vinto il sì, nonostante Milano e Venezia che confermano il trend tutto nostrano delle grandi città, che preferiscono l'assistenzialismo e la gestione clientelare della sinistra. Sulle restanti regioni lo «scandalo» dell'Emilia Romagna, in un primo momento esclusa dal conteggio dei voti del Nord (cui appartiene sì geograficamente, ma cui di contro difficilmente è assimilabile dal punto di vista politico-culturale); il caso del Piemonte, nuovamente trascinato a sinistra dalla rossissima Torino; e relativamente alla prima delle due particolari questioni, quella che Orlando oggi denuncia essere una vera e propria «truffa», accusa rivolta al direttore della Nexus per aver osato dire che al Nord il trend era decisamente diverso che nel resto dell'Italia. Sarebbe qui il caso di tornare sul merito giuridico della riforma, tacciata di sostituire i valori solidali della costituzione in «valori» egoistici, per non parlare dell'eresia di un premierato forte. Tutti argomenti che spiegano bene una vittoria, su una materia assai tecnica, dovuta per lo più a timori e prese di posizione a priori. Ma questa è democrazia, sono questioni di comunicazione e chi riesce a parlare, urlare, promettere di più, è normale che venga premiato. Un po' meno normale è affiancare al risultato del referendum un crollo definitivo di Berlusconi: «Ora il risultato di ieri (...) decretando la fine del quindicennio berlusconiano iniziatosi nel 1992 con la liquidazione del Caf e con Mani Pulite, sbalza tutte le responsabilità civili dall'ex premier al centrosinistra...» A questo punto non resta da sperare che, al contrario, Berlusconi trovi la forza (e soprattutto la voglia) di continuare a fare i nostri interessi sacrificando il quieto vivere che potrebbe godersi coi frutti del lavoro di una vita. L'Italia ha reagito con timore al cambiamento ed ha avuto una flessione in direzione del conservatorismo più tranquillizzante (ma al tempo stesso sul medio-lungo periodo deleterio) che promette la sinistra-centro. Due stili diversi che si fronteggiano: quello della politica che decide da sola, che fa i propri interessi e si auto-alimenta, oggi di nuovo al potere contro una politica funzionale agli interessi dei principi sui quali si basa, secondo una visione del mondo, il motore che muove il benessere e la qualità della vita. La sinistra-centro ha un'occasione di cambiare e di mostrare una faccia nuova e diversa, cosa che ogni italiano, responsabile e di qualsiasi credo politico, non può che auspicarsi, ma che tuttavia sembra piuttosto improbabile possa venir colta: troppe sono le avvisaglie dei peggiori timori che un liberale, oggi, può avere in uno stato democratico. Se di malgoverno si può parlare, per il momento, non si può che farlo del mal-non-governo di questo giovane parlamento che, al fianco dell'esecutivo, sta demolendo con alacre ostilità quanto fatto in cinque anni. Un bel modo di andare avanti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.167 del 26/6/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore editoriale: Alessandro Gianmoena, Direttore responsabile: Aurora Franceschelli, Redazione: Gianteo Bordero © 2003-2009 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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