|
|||||||
|
|
REFERENDUM NUOVA COSTITUZIONE: PERCHÉ VOTARE SÌDue grandi traguardidi redazione - 23 giugno 2006 Basta con la politica chiusa nei suoi giochi di potere, che guarda al cittadino come ad una risorsa da spremere per mandare avanti i suoi grossi apparati malfunzionanti, e considera ogni partecipazione alla politica come un’interferenza, un disturbo sgradevole da zittire.
E’ con questa volontà che il sì al referendum è anzitutto una scelta per gli elettori prima ancora che per una parte politica; è una scelta per la politica dei cittadini contro la politica dei palazzi, del potere, dell’indifferenza.
Un’Italia sicura e moderna
L’Italia è stata per oltre mezzo secolo una Repubblica dominata dal Parlamento. Ciò di per sé non è una situazione critica, ma lo diventa qualora il Parlamento sia politicamente frammentato e istituzionalmente macchinoso. Se il motore non gira, l’intero sistema finisce per spegnersi, proprio come rischia di succedere da ormai un decennio.
La centralità del Parlamento è servita per ricostituire l’Italia dilaniata dalla dittatura e dalla guerra. Ma le ferite ormai rimarginate non possono più essere l’alibi per giustificare la degenerazione del Parlamento in un organo dove si parla tanto ma si decide poco e, soprattutto, si decide male, senza trasparenza perché si spezza il filo che lega la politica ai cittadini. E’ spuntata l’alba sulla notte della Repubblica, e l’Italia chiede alla politica decisioni, responsabilità, risposte invece che discussioni e divisioni.
L’Italia chiede un Primo Ministro che sia tale anche di fatto, dotato dei poteri necessari per guidare il suo governo e non solo per occupare una carica. L’Italia ha bisogno di un Primo Ministro che non cada in balia di una qualunque maggioranza nata in Parlamento fuori dalle elezioni. Il Primo Ministro deve essere una figura autonoma e sottoposta a legittimazione democratica, ponendosi quale momento di sintesi operativa con il Parlamento, e non una sua pendice. Senza riforma il Primo Ministro resta esposto alla volontà del Parlamento.
Non è questione di prestigio del Primo Ministro, ma di rispetto della volontà elettorale che ha scelto quel particolare candidato come Primo Ministro. Bisogna dire sì alla riforma per dire no alla politica che cancella con la gomma della prevaricazione la volontà scritta dagli elettori con il loro voto.
Il riequilibrio dei poteri tra Primo Ministro e Parlamento procede parallelo con la distribuzione federale del potere alle Regioni. Non è più accettabile né sostenibile per lo Stato stesso che le istituzioni centrali vengano sommerse di incarichi che devono essere realizzati in ambito locale, ma che possono esserlo soltanto se in mano alle autorità locali. Anche il centrosinistra aveva approvato una frettolosa e contraddittoria riforma delle competenze di Stato e Regioni, lasciando però nella confusione generale l’individuazione di tali materie e la definizione dei loro confini. La riforma del centrodestra ha portato chiarezza in questo delicato campo: ha affermato il principio di sussidiarietà; ha tracciat o linee di demarcazione rigorose e ha stabilito una netta divisione delle competenze. Ha salvato l’Italia dal soffocante centralismo del passato, ma l’ha anche difesa dal rischio di quel federalismo divisivo e conflittuale con cui la sinistra stava per scardinare l’unità nazionale.
Ecco il vero simbolo della riforma costituzionale: la ritrovata unità nazionale dopo decenni di frammentazione ed isolamento. Il principio dell’interesse nazionale coordina, ma non sopravanza, il pluralismo istituzionale alla radice del nuovo ordinamento. Votare sì al referendum vuol dire votare sì all’Italia unita nelle sue tradizioni locali.
Una riforma per il citadino
Il cittadino, prima di tutto. Questa riforma non pensa più nella riduttiva ottica dell’elettore e dei modi con cui estorcere il suo consenso. Pensa, piuttosto, alla sicurezza del cittadino, che può affidarsi a istituzioni solide e funzionanti nel rispetto della sua volontà. La situazione attuale chiede molto ai cittadini; votando sì per la riforma costituzionale, la politica può offrire certamente uno stabile quadro generale in cui il cittadino può programmare la sua vita per affrontare le sfide del mondo globale.
La riforma costituzionale è prima di tutto questo: la maturazione della coscienza politica dell’elettore attorno al quale gravita il sistema istituzionale. Ecco perché la sinistra si oppone con una ferocia che va ben oltre la critica di diritto costituzionale. E’ consapevole che l’approvazione definitiva di questa riforma impedirebbe alla politica di rinchiudersi in se stessa prolungando il regime di occupazione politica e istituzionale della sinistra.
La riforma costituzionale non è il monopolio dei giuristi e dei professori, dei tecnici e degli esperti. Sono anzitutto le regole con cui i cittadini sottoscrivono il loro contratto con la politica. Queste regole devono essere tali da non estromettere il cittadino, ma devono essere tradotte in forme ed espressioni che lo coinvolgano. La politica, come le istituzioni, sono un patrimonio pubblico. Votare sì vuol dire anche realizzare, attuare il discorso sulle riforme.
Agli appelli degli insigni professori di diritto costituzionale, che riempono la testa di sottili disquisizioni, scambiando la polis per un’aula accademica dove imporre le loro opinioni e zittire il dissenso, il centrodestra risponde con la semplicità delle parole e dei fatti.
La risposta più forte alle parole della sinistra è questa riforma.
Sì! redazione |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||