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Don Francesco Bonifacio, vittima del regime titinodi Vincenzo Merlo - 11 luglio 2006 Tra le vicende degli oltre 120 sacerdoti italiani uccisi per mano di partigiani comunisti sul finire della seconda guerra mondiale si desidera qui delineare quella di don Francesco Bonifacio. La sua figura - a cui nel 2005 il sindaco di Trieste Dipiazza (su iniziativa del consigliere regionale di Forza Italia Bruno Marini) ha meritoriamente dedicato una via della città giuliana - e il suo martirio ad opera del comunismo costituiscono un simbolo importante di tutta la tragica vicenda delle foibe* e dell'esodo istriano-dalmata, evidenziando come lo strumento della persecuzione religiosa abbia svolto un ruolo rilevante nella «politica del terrore» realizzata dal regime jugoslavo del Maresciallo Tito. Don Paolo Rakic, vice postulatore della causa di beatificazione di don Bonifacio, si dice convinto che il sacerdote fu ucciso non perché portabandiera di un gruppo o di una fazione, ma solamente in odium fidei, nel quadro cioè di una persecuzione che colpì numerosissimi esponenti del clero (dai vescovi ai semplici preti, italiani, sloveni e croati), come confermato dall'aggressione a Monsignor Santin fino a quella a Monsignor Ukmar, che vide l'assassinio del suo accompagnatore Don Bulesic. Chi era don Francesco Bonifacio? Perché fu ucciso dai comunisti titini? Nato a Pirano nel 1912 da una famiglia umile e profondamente cristiana, don Francesco era il secondo di sette figli. Alla fine delle elementari il parroco scorse nel fanciullo i primi segni della vocazione e lo indirizzò al seminario di Capodistria, dove si distinse per umiltà, ubbidienza e spirito di pietà. Ordinato sacerdote nel 1936 nella cattedrale di S. Giusto a Trieste, ebbe il suo primo incarico a Cittanova e successivamente assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, vicino a Buie, in Istria. Case sparse, senza luce, l'acqua molto lontana. Don Francesco si fece subito amare perché visitava ogni famiglia, specie se c'era un ammalato, e il poco che aveva lo distribuiva ai poveri. Così lo ricorda il fratello minore Giovanni: «Don Francesco profuse tutte le sue energie nell'apostolato. D'estate si alzava alle cinque, d'inverno alle sei, e subito si recava in chiesa. Dopo la Messa andava a scuola per insegnare il catechismo. Nel pomeriggio si rimetteva in cammino per conoscere tutti gli abitanti della zona e per portare loro la parola del Signore». Sofferente ai bronchi ed ai polmoni, il giovane sacerdote non dimenticava proprio nessuno: faceva visita agli ammalati, ai più poveri, e riusciva sempre a far giungere qualche dono sulla loro tavola, magari prelevandolo dalla dispensa di casa. Dopo la fine della guerra l'Istria passò di fatto sotto l'amministrazione diretta del governo jugoslavo, che progressivamente mise a tacere tutte le persone scomode, lontane dall'ideologia marxista. Ogni giorno fucilazioni lungo le strade, sparizioni, violenze d'ogni genere. Sotto tiro, da parte delle forze di Tito, soprattutto la Chiesa e gli italiani. «Come passano i giorni? Tra delusioni e paure», scrive don Bonifacio nel febbraio del 1946. Ma non disarmò mai, non indietreggiò nemmeno di fronte alle intimidazioni: furono tagliate le funi delle campane e la chiesetta fu imbrattata con scritte oltraggiose. Benvoluto dai suoi compaesani, fu consigliato di andarsene: era in pericolo. Ma all'imbrunire dell'11 settembre 1946 (aveva 34 anni), tornando verso casa dopo una visita a Grisignana, venne fermato da due uomini della Guardia Popolare. Un contadino che era nei campi si avvicinò ai sicari e chiese loro di lasciar andare il suo prete, ma fu allontanato brutalmente e minacciato perché non dicesse nulla di ciò che aveva visto. Poco dopo le guardie sparirono nel bosco. Don Francesco fu spogliato e deriso, ma chiese perdono per i suoi aggressori. Accecati dalla rabbia, questi cominciarono a colpirlo con pugni e calci: il sacerdote si accasciò tenendo il viso tra le mani ma non smise di pregare. I suoi carnefici tentarono allora di zittirlo scagliando una grossa pietra in volto, ma il curato pregava ancora. Altre pietre lo finirono. Da allora non si seppe più nulla di lui. Il suo corpo scomparve, gettato nella foiba di Martines, 180 metri di profondità. Così l'Arcivescovo Antonio Santin ha voluto ricordare Don Francesco: «Incontrare un fiore in una giornata gelida, mentre le raffiche di vento ululano sinistre, penetrano nelle case e spazzano le campagne, accende nell'anima la certezza che la terra non è un deserto senza speranza. Don Francesco Bonifacio, nella stagione violenta della guerra e del dopoguerra, fu tale fiore, dai colori tenui, ma splendido. Poi la tempesta lo divelse». Vincenzo Merlo * Il termine «foiba» è una corruzione dialettale del latino «fovea», che significa «fossa»; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua nell'altopiano del Carso, tra Trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità. In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe. Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, per infoibare («spingere nella foiba») migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, fascisti e antifascisti, colpevoli di opporsi all'espansionismo comunista slavo propugnato dal Maresciallo Tito. Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni persona e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre col filo di ferro. I massacratori si divertivano a sparare al primo del gruppo che cadeva nella foiba sospingendo con sé gli altri. Stime ufficiose parlano di 15-20.000 infoibati. |
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Ragionpolitica, periodico on line n.168 del 3/7/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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