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Tocca agli imprenditoridi Gabriele Cazzulini - 13 luglio 2006 Un nuovo, vecchio antagonismo sociale si sta scatenando in Italia. A fomentarlo è la politica economica del governo schiacciata sull'inasprimento fiscale. L'obiettivo ufficiale è il risanamento dei conti pubblici, ma la manovra correttiva di recente approvazione si è rivelata un nulla di fatto per ripianare il disavanzo pubblico. Ben più clamore hanno scatenato le «liberalizzazioni», su cui l'Unione sta investendo notevoli energie. Il principio ispiratore di questa politica economica è bersagliare le rendite, i capitali, le piccole imprese, i risparmiatori e ora, dopo le «liberalizzazioni», le associazioni di categoria. Quest'elenco di vittime condotte davanti al plotone d'esecuzione del ministero dell'Economia è alquanto variegato e attraversa differenze di ceto, di professione e di appartenenza politica. Difficile individuare un comune denominatore, rimanendo nella sfera economica. E' infatti la politica che colora di significato la strategia economica del governo. L'esigenza di riordinare i conti pubblici non è l'unico movente, e forse, almeno in questi primi mesi di potere, non è quello decisivo. La legittimazione dell'economia dell'Unione è una legittimazione politica, perché utilizza l'economia come arma per minacciare, sabotare e colpire avversari politici. Chi? Anzitutto gli imprenditori, quelli veri. Sono loro, la base che a Vicenza ha acclamato Berlusconi sfiduciando la dirigenza di Montezemolo e della grande industria di Stato. Sono gli imprenditori che non cercano scialuppe di salvataggio finanziarie nelle fusioni con gruppi esteri, che non fanno i furbetti del loro quartierino alla caccia di facili, troppo facili opportunità di speculazione. Sono gli imprenditori che competono da soli contro la tigre indiana e il dragone cinese, creando ricchezza e distribuendola nella società. Ecco che il piano si astrae per cogliere una tendenza che oltrepassa la politica quotidiana. Gli imprenditori sono il nemico dell'Unione perché rappresentano il punto pivotale di un modello di sviluppo alternativo a quello imposto dall'Unione. E' chiaro che nell'ottica dell'Unione non può operare liberamente un meccanismo di produzione e distribuzione della ricchezza diverso da quello basato sul connubio tra Stato e grande industria. Colpire gli imprenditori vuol dire scardinare il sistema imprenditoriale; non è questione di uomini, ma di sistema. Allora la politica fiscale diventa strumento punitivo giustificato da una rinverdita forma di antagonismo sociale contro i «ricchi» - dipinti come parassiti sociali e nemici dei «lavoratori», insieme alle «corporazioni» che strozzano la «concorrenza» sulla pelle dei consumatori. E' tutto linguaggio riesumato dalle pagine più buie della nostra storia. Ma dove c'è il linguaggio, c'è prima una mente che lo pensa, e dopo una mano che lo realizza - che colpisce. E' quindi in atto una revisione forzata dell'immagine sociale dell'imprenditore, abbruttito in un affarista senza scrupoli, incallito evasore fiscale e spregiudicato sfruttatore di lavoro, amante dei rapporti di lavoro saltuari e privi di tutele e che, last but not least, vota Berlusconi. E' anche una revisione orizzontale, che estende a molte categorie non imprenditoriali gli stessi attributi, le stesse stigmati, dell'imprenditore. E' il caso dei commercianti e dei liberi professionisti, tutti risucchiati in quest'ondata di rancore. Perché questa recrudescenza? Perché la sinistra non dimentica che il focolaio dell'opposizione è lì, nel dinamismo della libera impresa, che sperimenta la lotta allo Stato intrusivo - quindi la lotta alla sinistra. Per estirpare stabilmente le radici sociali dell'opposizione di centrodestra bisogna innaffiare veleno nel terreno imprenditoriale. Ecco il vecchio, nuovo antagonismo sociale con cui la sinistra arringa il «popolo» dei cittadini-consumatori contro i «ricchi» prepotenti. Solo che questa volta i presunti nemici del popolo non sono gli imprenditori, i capitalisti, che sono invece il motore dello sviluppo e della ricchezza socialmente distribuita. Ma ecco il punto: la ricchezza non deve essere più o meno omogenea. Non ci devono essere italiani benestanti, che godono dei frutti del loro lavoro. Ci devono essere italiani con redditi di serie B e italiani con redditi di seria A, ed ogni fonte deve rimanere controllata dallo Stato. E' la distribuzione sociale del benessere in uno Stato oligarchico. Pochi super-ricchi abbarbicati nelle cittadelle dello Stato, nelle enclavi dorate delle burocrazie che guardano dall'alto un'informe popolazione tenuta a pascolare nel recinto di condizioni semi-dignitose. C'è forte odore di comunismo... L'attuale politica economica non è altro che la prosecuzione istituzionale, «pulita», degli assalti urbani in cui, durante la campagna elettorale, le masse violente hanno sfogato la loro brutalità contro esercizi commerciali in varie città italiane. All'epoca sembravano frange estreme sguinzagliate dalla sinistra radicale. Oggi scopriamo che quelle frange hanno ceduto il testimone alla maggioranza per estendere il raggio d'azione, con tasse, «liberalizzazioni» e lotta all'evasione fiscale, contro ogni forma di benessere imprenditoriale. La ricchezza liberamente guadagnata non ha più diritto di cittadinanza. Diventa un insulto ai lavoratori, ovviamente tutti degradati a semi-uomini incapaci di scegliere e di criticare, di pensarsi autonomamente rispetto allo Stato. In questo c'è una visibile continuità di strategia con i teoremi comunisti, al punto che sta per sfiorarsi la ripresa della lotta di classe. Ma questa volta la classe dominante è la fusione della sinistra con lo Stato, artefice di un'ideologia anti-imprenditoriale che aizza le masse violente e crea un'atmosfera sociale fortemente ostile alla libera impresa. Il modello bicefalo Stato-grande industria deve detenere il monopolio della produzione e distribuzione della ricchezza. Solo così può controllare la società, impoverendo i nemici e arricchendo i suoi alleati. Ma per fare questo occorre neutralizzare il sistema imprenditoriale, possibilmente acquisendone le ricchezze, da ridistribuire non certo in senso democratico. Altrimenti da dove viene fuori il danaro per tagliare il cuneo fiscale alla grande industria? Far fuori il sistema imprenditoriale è uno degli ultimi obiettivi per instaurare un dominio generalizzato all'intera società, che trova nella politica la sua colonna portante. Contando sulla magistratura, sui media, sulla grande industria, sui sindacati politici e sugli intellettuali, alla sinistra non resta che mettere fuori uso l'intelligence. Così lo spazio di resistenza si comprime, fino a scomparire.
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Ragionpolitica, periodico on line n.168 del 3/7/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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