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Too wonderful

di Mariacristina Nasi - 18 luglio 2006

Nella commedia Our Town (titolo italiano: Piccola città) dell'americano Thornton Wilder, pubblicata nel 1930, viene descritta la vita di un piccolo villaggio del New Hampshire, tra il 1901 e il 1914. Wilder afferma che l'opera vuole essere «il tentativo di trovare un valore assoluto per i più piccoli avvenimenti quotidiani», sicché la città rappresentata diviene quella in cui ognuno vive («our», la nostra). Tra i protagonisti figura un autore-regista, che funge da narratore, si rivolge al pubblico e commenta quanto accade.

Il dramma è suddiviso in tre atti, e racconta la vita dei tanti personaggi di questo villaggio (il lattaio, l'organista, il poliziotto), ma soprattutto le vicende di due famiglie, che si legheranno per il matrimonio dei loro figli. Nell'ultimo atto, la giovane moglie, morta di parto, si ritrova al cimitero, tra gli altri defunti della comunità, ed esprime il desiderio di poter tornare sulla terra, sentendo ancora forte, in lei, il legame con la vita, appena lasciata. Ottiene, perciò, di poter rivivere un giorno particolare della sua esistenza, quello del suo dodicesimo compleanno. Tale esperienza la riempie, però, di tristezza, poiché le sembra che i vivi non abbiano una chiara percezione di cosa sia la vita, e perciò non le concedano la necessaria attenzione; così ritorna tra i morti, mentre il marito, chino sulla tomba dell'amata, la piange.

Prima di lasciare la sua casa, la ragazza pronuncia queste parole: «Oh earth. You're too wonderful for anybody to realize you» (Oh terra. Tu sei troppo meravigliosa perché qualcuno possa accorgersi di te). Poi domanda all'autore-regista: «Do any human beings ever realize life while they live it? - every, every minute?» (Qualche essere umano si accorge mai veramente della vita mentre la vive? Ogni singolo istante?) [da notare come il verbo «to realize», significhi sia rendersi conto, sia realizzare]. L'autore-regista replica di no e aggiunge: «The saints and the poets, maybe - they do some» (I santi e i poeti, forse - in parte).

Poiché l'uomo non coglie la meraviglia della vita, né riesce a dare valore ai suoi atti quotidiani, l'essere vivi equivale a vagare nell'ignoranza, sprecando il tempo, alla mercé di qualche passioneto move about in a cloud of ignorance»; «to spend and waste time»; «to be always at the mercy of one self-centred passion, or another»). Forse solo santi e poeti riescono ad evitare ciò. Ma chi sono santi e poeti? Esseri fuori dal mondo, che possono permettersi di godere la meraviglia, perché non hanno a che fare con la realtà? I grandi poeti, come i grandi santi, non vivono in un limbo, crogiolandosi di sogni effimeri e rendendo il mondo vero più distante e ottuso; bensì, innescati nella realtà e con essa chiamati a fare i conti, ne colgono l'incanto, perché realizzano la vita, cioè la rendono presente in ciò che sono e fanno.

L'uomo comunica attraverso la vita reale, i gesti, le parole. Spesso essi abbondano, ma sono privi di vita, sprecati, perché non se ne afferrano le potenzialità, non si capisce (non si «realizza» quanto possano, in positivo, come in negativo. L'Incarnazione è la Vita realizzata. Ecco la meraviglia. I santi e i poeti se ne sono accorti, hanno atteso che si manifestasse, l'hanno cercata nella loro esistenza, spesso difficile, assurda. Poeti, non perché sognatori; santi, non perché lontani dal mondo. «Poeta» viene dal greco poiéō, «faccio, produco»; dunque il poeta è colui che realizza (nel duplice senso di «accorgersi» e «attuare»). «Realizzare» deriva da «reale», ed indica il portare a compimento, il corrispondere di ciò che si sa con ciò che si fa, perciò il farsi realtà. «Santo» è colui che realizza la comunione con Dio nella propria vita.

! Mariacristina Nasi
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