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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'antisemitismo di sinistra

Una tradizione inconfessata

di Aldo Vitale - 25 luglio 2006

I drammatici eventi che in questi giorni si stanno consumando nella terra dei cedri, in Libano, hanno scatenato le reazioni di tutta l'opinione politica mondiale, ivi compresa quella italiana. In subbuglio anche le nostre forze politiche che, nel tentativo di piazzarsi sul campo, mitragliano la stampa con un formidabile fuoco di fila di dichiarazioni, opinioni ed interventi. Accade così che nella selva mediatica spiccano e si distinguono sempre più nettamente alcune posizioni che tradiscono una allarmante fedeltà ad un inquietante periodo, ad una «sinistra» tradizione: l'antisemitismo sovietico.

Lasciando da parte la tragicomicamente pirandelliana circostanza per cui il Presidente del Consiglio Romano Prodi si barcamena nell'ambito della mediazione della politica internazionale tanto goffamente e pericolosamente quanto un elefante in una cristalleria (avendo chiesto per la risoluzione del conflitto israelo-libanese niente meno che l'intercessione e l'intervento dell'Iran, quello stesso Iran che ambisce alla cancellazione dello Stato di Israele e che nega l'esistenza dell'olocausto denunciandolo come invenzione di marca sionista), sembra più utile soffermarsi sulla posizione assunta dalle forze più estreme della sinistra di Governo. I membri più in vista del Partito dei Comunisti Italiani hanno, infatti, assunto una posizione di difesa del regime degli hezbollah criticando aspramente l'azione militare di autodifesa che Israele sta portando avanti. L'onorevole Diliberto ha addirittura auspicato un intervento delle nostre forze armate contro le truppe israeliane.

Sorgono così alcuni insoffocabili e naturali quesiti. Che ne è di quel pacifismo ad oltranza che per anni ha coeso tutta la sinistra contro le presunte tendenze guerrafondaie del Governo di centrodestra «complice» degli yankee? Ancora: perché se dal centro-destra si sollevano, ogni tanto, delle critiche alla supponenza ebraica ci si strappa le vesti scandalizzati dalla orrida presenza dell'intolleranza antisemita, mentre se da sinistra si vuole addirittura far la guerra ad Israele, in combutta con l'intolleranza terroristica e fanatica delle orde islamiche, non si denuncia il fenomeno come razzista ed altrettanto antisemita? La risposta alla prima domanda richiederebbe una trattazione separata, così da rendere necessario concentrarsi sulla seconda.

La questione è molto più semplice di quanto possa apparire. L'odierna sinistra radicale altro non è che l'ala conservatrice e detentrice della ortodossia filo-sovietica del defunto PCI. Non è un mistero che Togliatti sia stato per anni segretario di Stalin condividendo con il sanguinario dittatore l'ideologia, la dottrina politica, la prassi governativa, la teoria economica e statale. Ciò che è meno risaputo è il fatto che Stalin liquidò più ebrei di Hitler per motivi altrettanto «razziali» ed ideologici. Stalin, che avendo vinto la guerra ha anche vinto il diritto di riscrivere intere pagine di storia omettendo, elidendo, aggiungendo a piacimento con la complicità di tanta parte dell'intellighenzia della sinistra europea anche a lui postuma, era convintamente antisemita per tre ragioni sostanziali.

In primo luogo per ragioni culturali: Stalin proveniva da una regione della Georgia, l'Ossezia, in cui da secoli l'antisemitismo faceva parte della cultura locale. In secondo luogo per ragioni ideologiche: da sempre gli ebrei sono stati identificati come portatori di «capitale», sono noti per la loro rispettabile ed invidiabile abilità nel commercio e nella finanza, rappresentando quel nemico della classe operaia, il nemico borghese e capitalista, tanto stigmatizzato dalla profezia marxista prima e dalla prassi leninista-stalinista poi. In terzo luogo per ragioni politiche: all'indomani della rivoluzione d'ottobre del 1917 il primo incarico ricoperto da Stalin fu quello di Presidente per gli Affari delle nazionalità. L'incarico prevedeva il gravoso compito di risolvere il problema delle multinazionalismo, del multiculturalismo e del polietnismo all'interno dello Stato sovietico.

Nella dottrina marxista le nazionalità devono essere abolite così come gli Stati, in quanto la loro presenza, la loro esistenza sarebbero contrarie agli interessi del proletariato ed alla creazione della società comunista senza classi, senza nazioni, senza Stati. Fu in quest'ottica che Stalin liquidò milioni di ebrei. La prima vittima della ferocia antisemita del dittatore georgiano fu proprio un nome eccellente del bolscevismo della prima ora: Lev Trockij, bolscevico ebreo antistalinista messo a morte dai sicari di Stalin. Togliatti importò questa tradizione antisemita nel PCI, seppur lasciandola dormiente, in uno stato di quiescenza, per poter cavalcare e sfruttare al meglio, dopo la fine della guerra, l'ondata di sconcerto per l'antisemitismo nazista, ottenendo un doppio vantaggio: continuare a mantenere segreti i crimini di Mosca, e far apparire il PCI come il miglior amico di Israele ed il peggior nemico dell'antisemitismo di matrice «esclusivamente» nazista.

Così le forze che oggi costituiscono le forze di estrema sinistra poggiano, essendo indiscutibilmente di matrice stalinista come ha più volte puntualizzato un trockjista come Marco Ferrando del costituendo Partito comunista dei lavoratori, su un antisemitismo tanto cieco e odioso quanto quello ben più rinomato dei nazisti. Il germe dell'antisemitismo di sinistra sembra dunque risvegliarsi e riproporsi più forte che mai nello scenario della dottrina e della prassi politica della sinistra radicale, sempre più coerente con un passato color morte e grondante sangue celato sotto il velo della aprioristica ipocrisia ideologica di chi si è arrogato il diritto di riscrivere la storia cancellando dalla stessa dapprima la vita e poi la memoria delle sue stesse vittime.

Aldo Vitale

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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