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Silent Hilldi Francesco Natale - 22 luglio 2006 Negli ultimi cinque anni il rapporto tra realtà cinematografica e videogames è radicalmente mutato: se una volta le software house facevano a gara per accaparrarsi i diritti dei block buster cinematografici per realizzarne giochi e prodotti multimediali (i cosiddetti tie-in), oggi questo rapporto ha subito una decisa inversione di marcia. Oggi sono sempre più spesso i videogames a fornire ispirazione a sceneggiatori e registi e a catturare l'attenzione dei produttori. I risultati di questo «new deal» holiwoodiano ma non solo, sono stati altalenanti: a fianco a produzioni di buon livello o comunque divertenti, come il primo storico Mortal Kombat o i due capitoli di Resident Evil troviamo quel losco figuro di Uwe Boll, «regista» di sconvolgenti porcherie come «House of the Dead» o «Alone in the dark», film forse apprezzati da qualche amante del trash estremo dotato di grande senso dell'umorismo e di notevole spirito di abnegazione. Silent Hill si inserisce decisamente nel primo filone. Anzi, oserei dire che rappresenta la miglior conversione da gioco a film finora realizzata, sia per la qualità intrinseca della pellicola, sia per la sostanziale fedeltà alla tetralogia (tra qualche mese uscirà per Playstation 3 il quinto capitolo) videoludica. Il lavoro più impegnativo che deve affrontare chi traduce in pellicola il mondo virtuale di un videogioco, soprattutto se si tratta di un cult assoluto come la saga di Silent Hill (iniziata da Konami nel 1999 sulla prima storica Playstation), consiste infatti nel saper coniugare le esigenze del movie-biz, ovvero l'incasso al botteghino prima e con l'home video dopo, con l'intransigenza dei fan del videogame, i quali si presentano come il pubblico potenziale più difficile da soddisfare in quanto assai poco tollerante nei confronti delle licenze che il regista, spesso improvvidamente, si prende rispetto all'impianto originale della storia narrata. In questo caso dobbiamo riconoscere che il lavoro svolto da Christopher Gans alla regia e da Roger Avary alla sceneggiatura è stato davvero ben fatto, coadiuvato da una splendida e suggestiva fotografia (curata da Dan Laustsen) che rispecchia in maniera assai fedele le cupe e marcescenti atmosfere del gioco originale. Certo, la trama del film non è pedissequamente riconducibile ad un episodio specifico delle serie di Silent Hill: l'impianto narrativo generale è largamente ispirato al primo capitolo, mentre la protagonista femminile Rose (la bravissima Rhada Mitchell) esce pari pari dal terzo episodio, unico ad avere una donna come personaggio principale, mentre il marito di lei, interpretato da Sean Bean (il Boromir de «Il Signore degli Anelli») somiglia nettamente al protagonista del secondo episodio. Il cast ricomprende anche numerosi personaggi secondari che gli amanti del videogame non mancheranno di riconoscere, dalla scarmigliata Dalia alla poliziotta Sybil, per arrivare alla sfortunata Alessa, figlia di Dalia, ed effettivamente reale protagonista degli eventi narrati. Questi i fatti: la figlia adottiva di Rose, Sharon, è afflitta da crisi di sonnambulismo durante le quali menziona costantemente la cittadina di Silent Hill, ghost town sita nella contea di Toluca. Al fine di aiutare Sharon ad uscire dal suo stato di prostrazione psichica Rose decide di fare armi e bagagli per recarsi a Silent Hill e svelare il mistero celato nella mente della figlia. Silent Hill è però svanita da ogni mappa, né vi sono cartelli stradali che indichino chiaramente come raggiungerla. La gente di Toluca Country inoltre non ne parla volentieri, limitandosi a vaghi accenni riguardanti terribili accadimenti risalenti a vent'anni fa. Rose riesce a trovare la strada per la città fantasma ma resta vittima di un incidente che la lascia priva di sensi. Al suo risveglio Sharon è scomparsa. Rose si addentra così nella nebbia di Silent Hill, sotto la cenere che, quasi fosse neve, continua a cadere dal cielo. Intravede la figlia che fugge di vicolo in vicolo e la segue, per ritrovarsi improvvisamente catapultata in una dimensione parallela chiamata «Oscurità». L'Oscurità è una versione decadente, putrefatta e lebbrosa della città reale: i luoghi e le strade sono i medesimi, ma tutti rugginosi, oscuri e macilenti. All'interno dell'Oscurità si aggirano inoltre creature mostruose di origine sconosciuta. Se esse siano proiezioni mentali o concrete entità demoniache non ci è dato, almeno all'inizio, di saperlo. Rose riesce a sopravvivere alle incursioni dell'Oscurità nel reale, che accadono ad intervalli di tempo irregolari e scopre una sparuta comunità di fanatici religiosi che è sopravvissuta al grande rogo sotterraneo che rese Silent Hill inabitabile. Un rogo che continua misteriosamente ad alimentarsi a distanza di 20 anni... I tragici e misteriosi eventi accaduti a Silent Hill nonché il legame di Sharon con essi viene composto gradualmente come un mosaico, mantenendo sempre alto il livello di tensione e di interesse dello spettatore, e rendendo il più comprensibile possibile un intreccio narrativo complesso ed originale. In questo, forse perché il film si presenta come una sinossi degli episodi del videogame, rileviamo un ulteriore elemento di successo della produzione, che riesce a dare una spiegazione plausibile agli eventi narrati senza cadute di stile o, peggio, disintegrando l'alone di mistero che permea la città maledetta. Ergo, lo spettatore non resterà deluso poiché a fine film non gli viene spiegato nulla rimandando ogni delucidazione ad un lucroso seguito cinematografico, ma al contempo restano molti elementi insoluti e interrogativi (ancora) senza risposta, lasciando viva così la curiosità senza generare frustrazione o la sensazione di essere stati presi in giro. Il film piacerà inoltre sia ai fan della serie Playstation, che ritroveranno un'ambientazione a loro familiare e fedelmente riprodotta, sia a chi non ha mai preso il joypad in mano, poiché la sceneggiatura è così ben realizzata da non richiedere alcuna conoscenza pregressa dell'oscuro mondo di Silent Hill per comprendere gli eventi narrati. Un plauso inoltre per l'effettistica, curata da Patrick Tatopoulos: davvero adeguata e mai barocca o fuori luogo. In definitiva, pochi film riescono come Silent Hill a trasmettere la concreta natura del male e del demoniaco coniugando elementi come la fatiscenza delle ambientazioni (in questo ricorda, mutatis mutandis, un grande capolavoro di Andrei Tarkovskij, «Stalker») con la irrazionalità bestiale delle creature che si aggirano nell'Oscurità, empie, deformi e sfigurate e col folle fanatismo dei sopravvissuti che vivono in un mondo crepuscolare a cavallo tra la realtà e l'Oscurità, prigionieri di una gabbia le cui sbarre sono state forgiate coi loro orribili peccati. Sebbene non si possa definire Silent Hill un film introspettivo, induce però qualche moderata riflessione sulla natura umana, sul Male, sul sacrificio, sull'amore materno e sul sentimento che sta alla base della abominevole maledizione che ha colpito la città: la vendetta.
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Ragionpolitica, periodico on line n.169 del 18/7/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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