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Istruzione a rischiodi Francesco Pasquali - 8 agosto 2006 Dalla recente indagine Istat sui percorsi di studio e di lavoro dei diplomati emerge chiaramente che oggi, per i giovani, fare un salto di qualità nella collocazione sociale risulta una prerogativa di quote limitate. L'Istat rileva che i figli ereditano il peso dei vantaggi e degli svantaggi dal percorso di studio e dalla relativa posizione occupazionale dei padri. Scelte di studio vincolate dal contesto socio-culturale familiare sono destinate a creare assenza di mobilità sociale. L'elemento principale che causa tutto ciò è rappresentato dal differente accesso alle opportunità formative. La disuguaglianza sociale oggi passa dall'istruzione. E' necessario quindi innalzare i tassi di scolarizzazione e di occupazione attraverso l'attuazione della riforma Moratti, e in particolare del canale educativo-professionale. Occorre apportare le necessarie correzioni ai percorsi universitari: circa il 70% degli studenti che ottengono una laurea triennale proseguono infatti nella laurea specialistica (dati: Almalaurea 2005), tradendo così l'obiettivo principale della riforma del 3+2, che era quello di accorciare i tempi di transizione. Colpa di ciò è anche la mancata riforma delle professioni, che rende spesso giuridicamente non utilizzabili i percorsi formativi e didattici offerti con le lauree triennali. Inoltre, il percorso formativo deve accrescere costantemente così da realizzare la stabilità occupazionale in un mercato del lavoro reso efficiente e prevedibile nei suoi mutamenti attraverso la Borsa del Lavoro; implementare le tre nuove tipologie di apprendistato; diffondere gli uffici di orientamento e collocamento presso le scuole superiori e le università. Il fatto che, come rivela il rapporto Istat, solo il 4% dei giovani si laurei entro il triennio e che anzi l'età media di laurea sia quasi di 28 anni, testimonia gli ideologismi, gli egoismi e gli opportunismi che caratterizzano tanta parte della docenza universitaria, poco disponibile ad accompagnare intramoenia i giovani nei percorsi universitari. Se i giovani, infatti, entrano tardi e male nel mercato del lavoro, rischiano di intrappolarsi ai margini di esso e non certo per colpa della legge Biagi, come vorrebbero farci credere la sinistra e un certo sindacato. Biagi anzi ipotizzava università aperte al mercato del lavoro attraverso uffici di orientamento e di placement che la gran parte degli Atenei non ha ancora attivato. La riforma Biagi ha affidato alle scuole e alle università italiane tre compiti centrali: il placement e il collocamento sul mercato del lavoro dei propri studenti, l'apprendistato di alta formazione e la certificazione dei contratti di lavoro. Con la legge Biagi si è riformato, in primo luogo, il sistema dell'apprendistato con l'obiettivo di offrire ai giovanissimi l'opportunità di inserirsi in un canale professionale a forte valenza formativa, e ai giovani già in possesso dell'obbligo formativo canali di lavoro e di apprendimento attraverso l'apprendistato professionalizzante e l'apprendistato di alta formazione per l'acquisizione di un diploma o di un titolo di studio universitario e post-universitario. Occorre lanciare una campagna d'autunno per l'avvio di questi fondamentali uffici, utili non solo nel momento della ricerca di un posto di lavoro, ma alla più generale compenetrazione tra università e territorio circostante. Di certo l'attuale contesto politico non aiuta la condizione giovanile, anzi le scelte politiche di questa sinistra, imprigionata tra il radicalismo delle sue frange estreme e l'oscurantismo conservatore della Cgil, sono fisiologicamente destinate a introdurre nuove barriere, danneggiando la fascia di popolazione più giovane e facendo così innescare la retromarcia al Paese. Un esempio lampante è l'opera di smantellamento della riforma Moratti avviata dal ministro Fioroni. Questi, bloccando la sperimentazione, ha mortificato l'autonomia scolastica e limitato fortemente la libertà di scelta delle famiglie; cancellando la figura del tutor ha interrotto un processo di modernizzazione che, attraverso il portfolio, avrebbe condotto verso una moderna forma di valutazione orientata alle competenze; le ostilità al buono scuola da parte del ministro, inoltre, rispecchiano i pregiudizi nei confronti delle scuole private e una visione statalista dell'educazione. Infine la recente controriforma dell'esame di maturità: tutte scelte in cui gli studenti e le famiglie non sono stati minimamente ascoltati. Fioroni, anzichè operare dietro dettatura dei sindacati, dovrebbe riflettere sul monito lanciato dal patriarca di Venezia, il cardinale Scola, in cui viene evidenziata la necessità del superamento del «mito della scuola pubblica». La presenza quasi monopolistica della scuola di Stato nel sistema scolastico italiano, infatti, oltre ad essere costoso e inefficiente si dimostra incapace di conseguire livelli formativi di eccellenza. Con la deriva centralista intrapresa da questo governo, e nello specifico dal ministro Fioroni, per la scuola italiana sarà sempre più difficile assorbire le trasformazioni sociali generate anche dalla presenza di nuove culture: l'intero percorso formativo dei giovani è davvero a rischio.
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Ragionpolitica, periodico on line n.172 del 8/8/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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