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6 marzo 2008
 
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Aprire le università al mercato

di Francesco Pasquali - 10 agosto 2006

Gli ingenti tagli alle università, e i danni che produrranno - come l'aumento indiscriminato delle tasse per gli studenti e l'abbassamento ulteriore della qualità della didattica - sono una occasione per riflettere seriamente sulla debolezza dell'attuale sistema di finanziamento dell'istruzione terziaria. Sulla testa del responsabile del ministero dell'Università e della Ricerca sono piovute forti critiche anche da sinistra. La Rete Nazionale Ricercatori Precari, attraverso un documento dal polemico titolo «aridatece Moratti», ha denunciato il fatto che «proprio quel settore che, in campagna elettorale, era stato dipinto come "strategico" da ogni schieramento politico, con promesse di rilancio messe per iscritto anche nel programma dell'Unione, oggi viene punito dalla politica economica del governo. Il dietrofront è tale da indurre lo stesso ministro a Mussi a minacciare le dimissioni. Una forma di protesta a cui peró non ha creduto nessuno, infatti non si dimetterà. E, per i precari, la vita sarà ancora tutta un quiz». Mentre il senatore diessino Fulvio Tessitore ha sottolineato che i tagli «colpiscono i procedimenti virtuosi di quelle università che hanno saputo acquisire fondi alternativi rispetto a quelli statali». E' comprensibile l'agitazione.

Tagliare i fondi oggi significa condannare le università. L'università italiana, infatti, imprigionata in forme di regolamentazione fortemente centralizzate, continua a fare affidamento quasi completamente su fondi pubblici, mentre sono necessari dei programmi per aumentare e diversificare i finanziamenti, specie rivolgendosi alle imprese e ai privati. Di fatto gli atenei, ricevendo per la maggior parte finanziamenti pubblici, ad una minima stretta della spesa rischiano la paralisi, mettendo in pericolo l'intero percorso formativo. Il sistema attuale - è evidente - non è in grado di produrre eccellenze.

Anziché minacciare le dimissioni e attribuire la colpa per gli scarsi investimenti privati ad un «problema di cultura degli imprenditori» il ministro Mussi, essendo alla guida di un dicastero di importanza fondamentale per la formazione della classe dirigente di domani, alla luce del pantano in cui sta conducendo l'università dovrebbe trovare il coraggio di uscire da vecchi schemi ideologici e riconoscere che gli atenei italiani devono necessariamente aprirsi al mercato e intraprendere la strada della competizione, realizzando delle alleanze virtuose a livello territoriale.

La capacità di attrarre investimenti passa inevitabilmente attraverso l'abolizione del valore legale del titolo di studio, in quanto solo così si realizza quella sana competizione tra gli atenei basata sulla qualità del servizio offerto e sulla reputazione. A una maggiore capacità di offrire formazione di eccellenza corrisponderà una maggiore capacità di attrarre finanziamenti. Istruzione e percorsi formativi qualitativamente elevati sono strategici per l'intera collettività: l'innalzamento del livello di istruzione genera un aumento della crescita e condiziona i livelli di occupazione. Se l'istruzione terziaria europea non inizia a rivolgersi al mercato per la ricerca di fondi non riuscirà mai a raggiungere i livelli di eccellenza degli Stati Uniti. Il progetto di una economia basata sulla conoscenza e sulla valorizzazione del capitale umano dovrà essere quindi annoverato tra i fallimenti più dannosi per l'Ue.

! Francesco Pasquali
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