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Il moralismo ipocrita dei no globaldi Marco Massignan - 12 agosto 2006 Il neodeputato rifondarolo Francesco Caruso, il no global disobbediente duro e puro, l'anima bella che predica l'esproprio proletario e che ha fatto della solidarietà con i forzati della terra il leit-motiv di un'autoredenzione terrena, è in realtà un bieco latifondista. Risulta infatti proprietario di uliveti, vigneti, terreni ed immobili, sparsi tra vari comuni in provincia di Cosenza, frutto del generoso lascito di uno zio. Ne ha dato notizia qualche tempo fa, con ampia dovizia di particolari, Paolo Bracalini su Il Giornale. Insomma, un curriculum da ricco borghese che sembra uscito dai registri di uno yatch club di Montecarlo. Intanto, i suoi elettori restano indefessamente fedeli al motto: «Non capisco, ma mi adeguo». Si sa, il «mitico» zoccolo duro della sinistra è lento a capire. Se ci siamo soffermati sulle vicende personali di questo Che Guevara all'amatriciana è proprio per sottolineare lo iato che intercorre tra il dire e il fare tipico del retroterra culturale di certi figuri. La nostra società, in effetti, è zeppa di siffatta categoria di novelli moralisti che ci catechizzano quasi giornalmente con spreco di parole e di carta: ma la predica vale per gli altri, mai per se stessi. La cifra, dopo tutto, è sempre la medesima: l'ipocrisia, e del genere più sfacciato. Scrive Vittorio Mathieu: «Noi oggi ci meravigliamo del doppiopesismo con cui alcuni giudicano se stessi e gli altri. Lo stesso comportamento sessuale, la stessa attività imprenditoriale, gli stessi progetti di legge sono giudicati in modo opposto a seconda di chi li pratichi o li presenti: gli uni sono manifestazione della libertà, gli altri di degenerazione borghese. È esattamente la posizione della gnosi che non porta più quel nome ma conserva la stessa mentalità». Anche l'immoralità no global è - mutatis mutandis - così: si sputa nel piatto dove si mangia. L'attivista gnostico è ben descritto da Luciano Pellicani (La società dei giusti, Etas) con le seguenti parole: «Egli ritorce il patrimonio culturale ricevuto dalla società contro la società medesima. Il che lo trasforma in un moralista, fustigatore implacabile degli usi e dei costumi vigenti, permanentemente indignato di fronte a un mondo che egli percepisce come il regno dell'ipocrisia e della menzogna». Il tratto saliente della sua personalità è il risentimento. Il mondo gli appare «stregato, deformato, capovolto», cioè il contrario di ciò che dovrebbe essere: non può sorprendere, pertanto, il fatto che lo gnostico, nella misura in cui «si erge contro la propria condizione e contro l'intera creazione», possa avvertire una attrazione irresistibile per la rivoluzione: il che lo porta a dire no all'esistente essendo irrimediabilmente «viziato». Del resto, è errato immaginare che chi ha scelto determinate ideologie lo abbia fatto esclusivamente per motivi progressisti e samaritani: spesso, invece, si è attratti dalla violenza, dal desiderio punitivo nei confronti del prossimo e della società. In altre parole, non si diventa comunisti o no global soltanto per umanitaria vocazione al bene, ma anche per una mistica ed ascetica vocazione al male. Le pulsioni utopiste - mascherate da false ottime intenzioni - celano di sovente universi carcerari ed asfittici, negatori delle più basilari libertà individuali. Prendiamo, ad esempio, i giacobini: costoro avevano l'idea fissa (quasi una vera e propria ossessione) che bisognasse sempre e comunque punire qualcuno; erano come invasati dalla necessità di trovare, per qualunque cosa, un «colpevole» da castigare. Identificare il male in ciò che è esterno alla nostra società è quanto fanno anche i no global: ciò che si cerca è un candeggio veloce della propria coscienza, è un nemico da abbattere, una causa da patrocinare a marce e a parole, e così via. Ma - attenzione! Ecco all'orizzonte la tragicomica nemesi -, dalla rivoluzione al salotto, dall'indignazione permanente alla poltrona di direttore di qualche patinata rivista, dalla demonizzazione delle istituzioni al seggio in Parlamento il passo è assai breve. Come ricorda Gomez Davila: «Il militante comunista prima della sua vittoria merita il massimo rispetto. Dopo non sarà che un borghese indaffarato».
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Ragionpolitica, periodico on line n.172 del 8/8/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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