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numero 280
6 marzo 2008
 
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Massimo Viglione

L'identità ferita

Il Risorgimento come Rivoluzione & la Guerra Civile italiana

recensione di Mario Secomandi - 22 agosto 2006

Perchè tra gli italiani continua a fare difetto un comune sentire, un senso di comune appartenenza? E come mai, ancora oggi, a sessant'anni dalla fondazione della Repubblica e dall'emanazione della Costituzione, il Paese ed il popolo italiani sono profondamente divisi da fratture ideologiche e non si sentono parte di un'unica Nazione? Sono, queste, domande attualissime, cui ogni seria storiografia dovrebbe dar risposta.

In realtà, le radici dello smarrimento di un'identità comune italica risalgono a molti lustri or sono, precisamente al periodo a cavallo fra il '700 e l'800, ossia a quello del crollo definitivo degli Stati preunitari di matrice medioevale in concomitanza ed in seguito all'affermarsi del movimento risorgimentale. Il 1796 è la data emblematica dell'inizio della «Rivoluzione italiana». In quell'anno abbiamo avuto difatti l'invasione napoleonica del Paese, segno della volontà, da parte delle potenze d'Oltralpe, di esportare in Italia, con la forza delle armi, tutta l'impalcatura di principi e modalità di governo della Rivoluzione francese. E fu così che si ritrovarono sotto assedio i regimi tradizionali, quelli retti cioè da una concezione armonica ed un assetto organico della società, ed aventi come minimo e ad un tempo essenziale comun denominatore la fede cattolica: su tutti, lo Stato Pontificio e la Casa reale dei Borbone. Stiamo parlando, in altri termini, dell'epilogo dell'epoca detta «medioevale» e del contestuale inizio pieno di quella moderna. Processo, questo, tutt'altro che lineare ed indolore, come stiamo per sottolineare.

Lo storico Massimo Viglione, nel libro L'identità ferita, ha ben fatto, con l'originalità e l'acutezza che lo contraddistinguono, il punto della situazione circa i più avanzati studi sul Risorgimento, portando ancora di più a galla come la Rivoluzione italiana abbia creato lo Stato ma non una Nazione, in quanto lo stesso movimento unitario non ha fatto che scagliarsi sia contro la religione degli italiani (quella cattolica), sia contro le secolari strutture di governo locali. La prima Guerra civile italiana risale proprio agli ultimi anni del XVIII secolo, ed è stata quella che ha visto contrapporsi i giacobini e gli insorgenti. Da una parte c'erano le élites rivoluzionarie liberal-progressiste e radical-laiciste filo francesi; e, dall'altra, la maggior parte del popolo italiano, contro-rivoluzionario e cattolico, insorto in armi per difendere il proprio Stato sacrale e tradizionale dall'assalto degli «invasori stranieri». Portato di ciò furono decine di migliaia di italiani morti, fra cui anche donne, bambini, anziani e malati. Esemplificativa di tale scontro è la grande insorgenza napoletana del 1799 (consapevolmente occultata dalla storiografia dominante di matrice progressista ed illuminista), in cui l'«Armata della Santa Fede» guidata dal Cardinale Ruffo, con al suo seguito decine di migliaia di volontari prevalentemente popolani, diede serio filo da torcere ai promotori della Repubblica partenopea di stampo giacobino. Ma, viene da chiedersi, perché la stragrande maggioranza del popolo italiano non si mise dalla parte dei rivoluzionari napoleonici? Senz'altro perché ravvisava in essi un'oligarchia non votata a portare libertà, progresso, benessere e prosperità, ma al contrario distruzione ed offesa alla propria identità religiosa e morale tradizionale.

Qualche lustro dopo, ossia nel 1860, si ha la fondazione dell'unità d'Italia. Anche in tale frangente v'è stata una Guerra civile: fra il Regno di Sardegna, intento ad imporre la propria egemonia estendendola al resto della Penisola, e la popolazione soprattutto meridionale che, in rivolta, volle difendere gli assetti preesistenti e l'identità cattolica. Gli italiani, che da secoli erano divisi geopoliticamente, erano stati fino ad allora uniti proprio e soltanto da una comune fede religiosa. Fallita la proposta neoguelfa, la quale prevedeva una confederazione fra Stati fondata sul rispetto e tutela dell'identità tradizionale e della guida del Papato romano, ha avuto la meglio, anche sulla scorta degli aiuti ed appoggi logistici e finanziari segnatamente di Francia e Gran Bretagna, il «partito piemontese», fautore di un modello di stampo unitario, accentratore, burocratico e laicista, in netta contrapposizione al modello degli Stati preunitari, decentrati, sacrali, organici e cattolici. La rivolta meridionale, non di rado bollata dalla storiografia benpensante come «brigantaggio», invero si configurò quale autentica reazione al malgoverno della nuova classe dominante, che stava di fatto depauperando la popolazione e dilapidando dissennatamente le casse statali.

I libri di storia non di rado tacciono altresì sul fatto che, proprio a causa di tali politiche, vi fu un'emigrazione da parte di decine di migliaia di meridionali di una portata inaudita, con tutto il corollario di disagi e sofferenze per la tenuta del tessuto familiare e sociale dell'intero Paese. Parallelamente, occorre smascherare le tante menzogne propalate dalla cosiddetta «leggenda nera» sugli Stati preunitari del centro-sud. In una parola, non risponde al vero che lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie fossero, in comparazione al Regno di Sardegna, arretrati e dispotici. Anzi, per molteplici aspetti è da registrare come i primi due fossero rispetto ed a differenza di quest'ultimo meglio in grado di coniugare politiche socio-economiche umane nei confronti dei ceti medio-bassi con la tutela delle tradizioni ed identità religiose della gente. In buona sostanza, lo Stato unitario non seppe unire ma dividere gli italiani.

E' necessario allora andare a sfatare tanti luoghi comuni, tramutatisi in veri e propri feticci intoccabili, sul mito dell'unità d'Italia, messi in campo dalla vulgata ideologicamente e preconcettamente filo-risorgimentale e di sinistra. Il nuovo Stato unitario, impregnato di principi illuministici e permeato dall'influenza delle logge massoniche d'Oltralpe e d'Oltremanica, invero perseguitò la Chiesa cattolica e mise in atto politiche marcatamente anti-popolari. La stessa spedizione dei Mille, con a capo il tanto osannato «eroe dei due mondi» Garibaldi (che era un massone d'alto rango nonché fervente spiritista e nemico giurato dei preti e della Chiesa cattolica) non poté attuarsi che per il tramite di ingenti finanziamenti britannici. Poi, per coprire i costi delle operazioni belliche e per far fronte all'indebitamento crescente nei confronti dei Paesi esteri, il «partito piemontese» ad esempio non esitò ad imporre al popolo un inaccettabile fisco gravoso (a livelli mai visti prima), unitamente alla coscrizione della leva obbligatoria, e l'obbligo della scuola di Stato, in modo da indottrinare le giovani menti agli ideali laicisti ed anticlericali ed alla nuova «religione dell'Umanità», ad un tempo razionalista, sincretista e pagana, in netta antitesi e sostituzione al cristianesimo. Per tacere dei saccheggi, incendi, profanazioni ed espropri di case, conventi, istituti ecclesiastici e chiese, e dei veri e propri campi di concentramento costruiti per imprigionarvi, torturarvi, ed in non pochi casi uccidervi gli oppositori politici e chiunque non si inchinasse e prostrasse totalmente e supinamente al nuovo corso.

Orbene, tutto ciò va a celarsi dietro l'allora vincente formula «libera Chiesa in libero Stato», coniata da Cavour, vero e proprio artefice di un'unità d'Italia cosiffatta. La scarsità e mediocrità effettiva della classe dirigente liberal-risorgimentale (dal laicismo burocratico della Destra storica si è passati al trasformismo corruttore della Sinistra storica) é infine sfociata nell'avvento del Fascismo, che, con il rinnovato tentativo dello stesso Duce di nazionalizzare le masse e collettivizzare le coscienze, cercò di essere a tutti gli effetti una sorta di «secondo Risorgimento», tale da porre le basi per realizzare una vera e propria religione civile della Patria. Col crollo del regime, in concomitanza con la fine della Seconda guerra mondiale, si ha poi la terza Guerra civile italiana: gli italiani si ritrovarono divisi in due grandi blocchi; stavolta gli antifascisti contro i fascisti.

Giungiamo così allo Stato repubblicano italiano, che, fondato com'è su di un anti-valore, qual è l'antifascismo, ha estremo ed urgente bisogno di rifondarsi in positivo su di una tavola di valori autentici, che sono quelli che innervano la sua stessa plurisecolare storia: il cristianesimo e l'umanesimo. Il referendum fra Monarchia e Repubblica del '46 con tutta probabilità «pilotato» a favore di quest'ultima, il pericolo del fronte social-comunista alle elezioni del '48, il terrorismo rosso e nero degli anni '60 e '70, la corruzione ed incrostazione di potere endemica del sistema politico consociativo di matrice catto-comunista, Tangentopoli, il secessionismo, non sono stati altro che sintomi e frutti di una non unità degli italiani, e di un profondo gap che continua ad intercorrere fra Paese legale e Paese reale, ovvero fra establishment politico e popolo, fra il Palazzo e la gente.

La nuova frattura che va emergendo oggi pare infine essere quella fra chi si pone - come l'area moderata e di centrodestra - a difesa e tutela dell'umanesimo laico e cristiano e chi invece - come la sinistra - propugna paradigmi politico-culturali d'impronta laicista e nichilista, dal relativismo zapateriano alla tecnocrazia finanziaria ed anti-popolare dell'Unione Europea, fino agli approcci di un mondialismo livellatore d'impronta massonica che, ben lungi dal perseguire una globalizzazione improntata al rispetto delle specificità locali, rischia invero di minacciare la stessa esistenza di culture, lingue, tradizioni ed identità religiose differenti.

! Mario Secomandi
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L'identità ferita
  • Autore:
    Massimo Viglione
  • Editore:
    Ares
  • Prezzo: 16,00 €
  • Pagine: 280

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.174 del 22/8/2006
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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