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numero 280
6 marzo 2008
 
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Quinto: non assassinare

di Paolo Della Sala - 24 agosto 2006

In un precedente articolo avevo affrontato, di riflesso, il delicato tema del significato autentico del quinto comandamento («Non uccidere»). In seguito ad alcune richieste, provo ora ad approfondire l'argomento anche dal punto di vista semantico, tenendo conto che da questa questione ne discendono molte altre quali, ad esempio, la liceità della guerra. I comandamenti sono, o dovrebbero essere, inoppugnabili. In realtà, la traduzione del quinto comandamento (sesto nella tradizione ebraica) è diventata occasione di una interpretazione orientale e jainista, piuttosto che giudaico-cristiana. Si prenda ad esempio il blog di Beppe Grillo, tempio del radicalismo culturale nichilista, sul quale è apparso un commento esemplare che terminava così: «Non difendo gli Hezbollah, ma gli israeliani dimostrano di non conoscere nemmeno quella Bibbia che dicono essere parte integrante della loro cultura e che ad un certo punto dice: "Quinto: non uccidere"».

In effetti, se il comandamento dovesse essere interpretato per come è scritto (con una lettura fondamentalista, cioè letterale), allora non si potrebbero nemmeno uccidere esseri viventi come le zanzare e le lattughe. Anche gli stessi vegetariani si appellano alla lettera di questo comandamento, non del tutto a torto. Anche la lettura fornita dal protestantesimo italiano, così come quella ambientalista, oscilla verso un piano irenico e finisce per utilizzare il comandamento come un messaggio onirico contro ogni guerra. Leggiamo sul sito www.riforma.net: «Lo spargimento di sangue è l'unico metodo possibile per l'autodifesa? Più che educare all'uso della forza, non bisognerebbe educare attivamente alla pace? Ci sarebbero le guerre se tutti si rifiutassero di sparare? Non si potrebbe spendere meglio il cumulo di denaro che serve per gli armamenti per risolvere i problemi di questo mondo (tipo la fame, la miseria, la malattia ecc...)? L'esercito, più che la patria, non serve forse per difendere interessi privati, sporchi affari, ed egoismi nazionali? L'esercito è l'unica risposta possibile per insegnare ai giovani la disciplina, l'impegno e la collaborazione?».

Insomma, ognuno ha adattato la Bibbia alle proprie esigenze. Adolf Hitler giunse addirittura a riscrivere i dieci comandamenti in versione nazionalsocialista, col suo Istituto per la degiudeizzazione, fondato nel 1939 a Eisenach. I comandamenti divennero dodici (l'undicesimo recitava «Onora il fuhrer e Maestro»). Il quinto comandamento diventò: «Sacri ti siano il bene e l'onore», e ognuno capirà per qual motivo...

Vediamo allora perché la traduzione corretta (o almeno il senso omiletico del testo) non dovrebbe essere «non uccidere», ma più precisamente «non assassinare». Per risolvere la questione occorre rifarsi all'originale ebraico. Ho interpellato l'Ufficio rabbinico della Sinagoga di Roma ed ho ottenuto una prima risposta. In Esodo 20,13 si utilizza il verbo Lo tirtzach, che significa propriamente «non assassinare», mentre il verbo «uccidere» si indica abitualmente con laharog. E' chiaro che il messaggio cristiano fa pensare a una estensione del comandamento in senso più generale. Tuttavia conviene pensare al fatto che la deterrenza e il ricorso alla forza in funzione di prevenzione contro il male siano legittimi non solo nel testo del Pentateuco, ma anche nei Vangeli, se pensiamo al fatto che l'apostolo Pietro portava la spada, ed anzi pensò (a torto) di poterla usare per difendere Gesù.

Il culto della non-violenza non ha basi reali, ma orientali e jainiste (gli jainisti formano un credo secondo il quale ogni essere vivente dev'essere rispettato: portano un velo davanti alla bocca per non uccidere involontariamente insetti o batteri). Non a caso il pacifismo ambientalista ha fatto un uso personalistico della non-violenza biblica, crendo così una bandiera contraddittoria e ambigua. Conviene infatti ricordare (in particolare a chi, come Riforma.net, pensa a un assoluto non-senso degli eserciti) che - paradossalmente - è proprio la presenza di un esercito democratico e l'uso della forza contro i violenti e i sopraffattori la migliore garanzia di pace e di benessere. I finti pacifisti dimenticano che i nazionalsocialisti e Stalin non si sarebbero certo astenuti dalla guerra se lo avessero fatto gli inglesi e francesi. Un rapinatore è più libero se il rapito si autodisarma.

La questione della violenza, insomma, passa solo ed esclusivamente dalla porta stretta della conversione. Non ci può essere fine alla violenza tramite una ideologia di pace, o tramite l'osservanza integralista di un comandamento. Non a caso tutti i più convinti assertori della «pace» sono i più convinti sostenitori di una sua sospensione in occasione delle lotte nazionaliste e rivoluzionarie. Nel contesto rivoluzionario tutto è permesso, incluso l'assassinio di massa, i pogrom, i campi di lavoro. Un altro significativo caso della applicazione ad personam delle prescrizioni si ha nel godimento individuale, da parte del radicalismo chic e dei suoi aggregati rosso-ambientalisti. Obbedire all'istinto conferisce il diritto di sospendere ogni contratto (matrimonio, figli, ecc...). Ciò deriva dal fatto che tutti i sogni predicati dai falsi sacerdoti del Novecento sono falliti, tranne quello più difficile da smontare: il paradiso dell'ego.

! Paolo Della Sala
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  • Complimenti - di il miscredente - 24 agosto 2006 15:24
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