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Il paradossale clericalismo dei radical-chic

di Gianteo Bordero - 29 agosto 2006

Ai chierici del politicamente corretto - cattolici «adulti» compresi - gli applausi del Meeting di Rimini a Silvio Berlusconi proprio non sono andati giù. Ma come hanno fatto i cattolici duri e puri di Cl - si sono chiesti molti commentatori - a mostrare simpatia e affetto nei confronti di un uomo che rappresenta - a loro dire - l'antitesi del cristianesimo? Che è la quintessenza del consumismo rampante, del capitalismo selvaggio, dell'edonismo godereccio? Non dovrebbero essere, i cattolici del Meeting, più cauti nelle loro scelte politiche, magari indirizzando il loro voto verso i partiti dei «buoni cristiani», quelli della solidarietà, dell'opzione per i poveri, dell'anti-globalismo e dell'accoglienza del «diverso»? Il tutto, poi, è aggravato dal fatto che i ciellini non si limitano a professare la loro fede nel privato, tra le quattro mura delle sedi del movimento, ma hanno la «pretesa» che questa fede entri - per così dire - nella vita concreta di tutti i giorni, dal lavoro all'impresa, dalla cultura finanche alla politica. Così, quando si ritrovano in sintonia con Berlusconi su temi come la scuola, la sanità, l'impresa, la concezione dello Stato, apriti cielo. Dàgli al Cavaliere e dàgli a Cl!

Qui non si tratta di stabilire se gli applausi a Berlusconi siano stati opportuni o meno e se, analogamente, siano stati opportuni i fischi alla Binetti e la fredda accoglienza riservata a Rutelli. Non si tratta neppure di entrare nel merito delle scelte degli organizzatori del Meeting e delle critiche che anche osservatori attenti e acuti come Antonio Socci hanno sollevato, sostenendo che Comunione e Liberazione avrebbe smarrito il suo slancio originario per essere fagocitata dal protagonismo della Compagnia delle Opere e da un certo - potremmo chiamarlo così - «politicismo».

Le critiche sollevate ad esempio da Eugenio Scalfari su Repubblica e da Franco Garelli su La Stampa toccano un punto ancor più radicale, che riguarda la definizione del ruolo del cattolico nella società e, in fondo, l'essenza stessa della fede cristiana. Sotto l'accusa a Cl di fuoriuscire dall'ambito strettamente «religioso» ed ecclesiale ed agire spregiudicatamente nel campo delle «opere», si nasconde in realtà l'idea secondo cui l'esperienza «personale» della fede debba per ciò stesso rimanere tale, debba rimanere cioè nell'ambito della sfera intima e privata e, anche qualora essa assuma un risvolto comunitario, tale risvolto debba comunque muoversi nello spazio - per così dire - intra-ecclesiale. In una parola: la fede va bene fintanto che non disturba, fintanto che si limita all'enunciazione di una serie di buoni propositi e di richiami di principio, fintanto che - insomma - rimane una «cosa di Chiesa», roba da sagrestia o da oratorio. Così anche la dimensione pubblica della fede può essere accettata nella misura in cui mette il suo sigillo sul pensiero dominante, sul politicamente corretto, sul paradigma multiculturale, buonista e pacifista del radicalismo chic e dell'intellettualismo sociologico.

A ogni pie' sospinto si chiede ai cattolici un surplus di laicità e, proprio nel momento in cui questo surplus tenta di venire a galla, come nel caso del Meeting di Rimini e dei suoi dibattiti su temi come l'economia e l'impresa, allora ecco che viene chiesto agli stessi cattolici di essere un po' meno laici e di ritornare ad essere clericali, di starsene tranquilli nell'ovile chiesastico. Sembra un paradosso, questo, ma è la realtà che emerge leggendo molti commenti apparsi sulla grande stampa nazionale in questi giorni. Viene da pensare che la tanto invocata «laicità» dei credenti voglia dire, in sostanza, insignificanza, mancanza di incisività, perfino mancanza di fede - se è vero, come è vero, che il dinamismo della fede pervade e coinvolge tutti gli aspetti dell'esistenza.

E così prende forma questo strano clericalismo intellettualoide e radical chic, che chiede di fatto ai cattolici di non essere più se stessi, di non assecondare l'impeto positivo a operare che proviene loro dall'esperienza dell'incontro cristiano. Si chiede ai cattolici di essere clericali per non disturbare il manovratore e, se proprio essi devono intervenire sulla scena sociale e politica, si limitino a dare l'imprimatur e ad incensare col turibolo del politicamente corretto la cultura che va per la maggiore e i partiti che la rappresentano. Amen.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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