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Magdi Allam al Meeting di Cldi Rita Bettaglio - 29 agosto 2006 Intervento puntualissimo e di alto valore umano ed etico quello di Magdi Allam al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini il 24 agosto. Tre le parole chiave di una conversazione di poco meno di un'ora e mezza, davanti a una platea che non ha di certo lesinato gli applausi all'italiano vicedirettore del Corsera di origine egiziana: realtà, verità e libertà. Il discorso si è dipanato a cavallo delle pagine del recente libro di Allam Io amo l'Italia. Gli italiani la amano? (Mondadori), prendendo le mosse dall'attuale situazione italiana riguardo i fenomeni del terrorismo internazionale e dell'immigrazione da paesi islamici. Eccone uno stralcio per punti. Conoscere la realtà. Per chi si occupa di una tematica difficile e complessa quale il rapporto con un altro che appartiene ad una cultura, ad una religione come l'Islam e che è il prodotto di un contesto sociale, educativo, familiare ed economico assai diverso dal nostro, «è necessario in primo luogo calarsi nel vissuto delle persone, in una prima fase spogliandoci di quelli che sono i nostri parametri valutativi appresi ed i paramentri ideali e religiosi che rapppresentano la nostra identità. E' il momento in cui siamo chiamati a fotografare la realtà ed è bene che la fotografia sia il più possibile oggettiva perchè se questa fotografia viene filtrata dai nostri parametri, che non sono quelli della persona con cui interagiamo, il rischio è che questa fotografia venga distorta». Questo rischio si è già prodotto, di fatto, nella nostra rappresentazione di un Islam e dei musulmani che ha finito per avvantaggiare nel concreto gli elementi più estremisti, concedendo loro il controllo di gran parte delle moschee, della visibilità mediatica perchè si è voluto a tutti i costi che ci fosse il corrispettivo del sacerdote, del clero, di un unico referemente spirituale, quando fisiologicamente e storicamente l'Islam è una religione che si coniuga al plurale. Fotografata la realtà, deve subentrare la nostra valutazione, mettendo in campo i nostri valori, la nostra identità. Qui ci sono grossi problemi. Si ritiene comunemente che «siamo tutti sullo stesso piano e che lo spazio sociale, giuridico, valoriale sia uno spazio neutro dove chiunque può entrare liberamente, imporre le proprie leggi, i propri valori e la risultante di questo insieme ibrido, caotico dovrebbe essere una comune civiltà». Nelle democrazie europee come il Regno Unito, la Francia, l'Olanda si è pensato che fosse sufficiente elargire la libertà perchè essa diventasse patrimonio collettivo, ma si è creato un contesto ghettizzante con identità distinte, e talvolta contrarie, a quella nazionale. Bisogna assumere una posizione eticamente responsabile, che ci consenta di definire quale sia il nostro interesse, quale il bene e quale il male, quale la verità e quale il falso. Senza ciò non resta che «una navigazione a vista», ed è quello che sta avvenendo oggi in Italia: non si ha chiaro quale sia la rotta né il traguardo. «Su questa barca il capitano deve fare il conto con tanti altri rivali che vogliono primeggiare perchè più è incerto il futuro più la classe politica tende ad agire non da statista, ma da politicante con una visione miope di breve respiro perchè non si sa bene quanto potrà durare il governo, quanto potranno durare loro in seno al potere e quindi quello che conta è fare delle dichiarazioni eclatanti per raccogliere un titolo del giornale o del telegiornale, perchè da quel titolo potrà dipendere la raccolta dei voti necessari a perpetuare il loro potere». In Italia si è perso il senso dello stato, dell'interesse nazionale, la cultura del bene della collettività, e diventa arduo riuscire a dare risposte adeguate alle grandi sfide della globalizzazione. Bisogna far tesoro degli errori commessi dagli altri Paesi europei e partire «dalle nostre certezze, dai nostri valori, da quel sistema di valori che caratterizza il nostro essere italiani e che deve trovare conforto e radicamento nella tradizione cristiana dell'Italia». La svendita dei propri valori per denaro è una strada che porta al suicidio della civiltà ed è un atteggiamento che l'Italia sta reiterando, ad esempio con la Libia. Ma lo hanno fatto anche altre nazioni occidentali, come la Germania, la Francia e gli Stati Uniti negli anni passati. Gheddafi ha pagato il «riscatto del sangue» delle tribù arabe, pagando di più per le vittime statunitensi: poi venivano i francesi e infine i tedeschi, perchè quella per lui era la gerarchia valoriale, una gerarchia tribale accettata dalle democrazie occidentali. Odio di sè. «Noi siamo testimoni e vittime di una fase specialissima della storia contemporanea in cui convergono due nichilismi: quello in ambito islamico, che ha portato ad un baratro sul piano dei disvalori - che fa addirittura immaginare che la morte sia preferibile alla vita - e un nichilismo presente in Occidente che, partendo dal relativismo culturale, dallo shock seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, quando ci si era illusi che l'Occidente disponesse di una solida identità per la semplice contrapposizione all'ideologia e all'impero comunista, scoprendo invece subito dopo che era un'identità sconnessa dalle sue radici, fragile, che aveva perduto il radicamento con la tradizione cristiana». Questa fragilità si tocca con mano ogni volta che l'Occidente è chiamato ad affrontare una grande crisi internazionale, rivelandosi diviso. «La radice del male che attanaglia l'Occidente risiede nel non voler guardarsi dentro, nel non volersi riconciliare con se stesso, con i propri valori, con la propria identità, all'insegna di un relativismo che immagina un mondo dove tutto è percepito in modo fluttuante: popoli, etnie, religioni che dovrebbero coesistere liberamente, senza riferimenti identitari». Questo modello di convivenza sociale è fallito in Gran Bretagna, in Francia, in Olanda. «L'Occidente che non vuole fare i conti con questo fallimento identitario, valoriale, civile è l'Occidente che finisce per odiare se stesso, nel momento in cui, non essendo in grado di attribuirsi un'identità forte, finisce per soccombere ad altre identità forti che, a differenza dell'Occidente, sanno bene quello che vogliono». I predicatori d'odio si avvalgono della democrazia, dei diritti presenti in seno alle democrazie europee per affermasi, per diffondere il loro credo. E purtroppo sono già riusciti a trasformare l'Europa non solo in una terra di predicazione di un Islam radicale e violento, ma in una fabbrica di kamikaze islamici con passaporto europeo. L'Occidente che odia se stesso è quello che si preoccupa soltanto della punta dell'iceberg, ma non si vuole occupare dell'iceberg, quella fabbrica dei kamikaze, robot della morte, che è profondamente radicata anche in Italia, nei luoghi di culto islamici dove si diffonde l'odio, si nega il diritto all'esistenza di Israele e se ne predica la distruzione. L'odio dell'Occidente verso se stesso è a tal punto radicato che il 26 giugno il Tribunale della libertà di Bologna ha sentenziato che chi uccide soldati in Afganistan sarebbe un «martire islamico»: un tribunale laico che fa propria una concezione dell'estremismo islamico adottando il termine «martire islamico», dicendo ai terroristi che possono legittimamente uccidere i soldati italiani. Perchè continui a parlare, a rischiare la vita? C'è la necessità di conoscere la realtà ed essa «ci testimonia che c'è una guerra, scatenata dal terrorismo globalizzato islamico contro l'insieme della civiltà dell'uomo, contro l'Occidente, ma anche contro quei musulmani che non sono a loro immagine e somiglianza e che rifiutano di sottomettersi al loro arbitrio»: E' una guerra di natura aggressiva, non reattiva. «I burattinai del terrore, Osama Bin Laden in primis, sono mercanti di morte, sono imprenditori del terrore, che usano il terrorismo in modo deliberato, strumentalizzando una versione radicale dell'Islam, avvalendosi di robot della morte, persone che, a seguito di un lavaggio di cervello, sono state trasformate in robot della morte per perseguire obiettivi di potere politico, economico, potere nei paesi musulmani e in seno alle comunità musulmane presenti in Occidente e, in fieri, nell'insieme del mondo». Non ci si può tirare indietro, non esistono nemici buoni e nemici cattivi per questo terrorismo: ci possono essere nemici pavidi, che si possono lasciare alla fine, e nemici che resistono. Allam ha citato Churchill: «Una persona tollerante, una persona disponibile, è quella persona dà da mangiare a un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo». Questa guerra è una realtà che riguarda tutti, come dimostra un evento che è passato sotto silenzio per la mistificazione dei mezzi di comunicazione: in Germania nei giorni scorsi, per pura fortuna, si è evitata una strage. Due kamikaze libanesi stavano per farsi esplodere su due treni: erano saliti imbottiti di esplosivo, ma i timer non hanno funzionato. Ma se c'è il kamikaze vuol dire che c'è anche la fabbrica dei kamikaze. Per Magdi Allam non si tratta di una battaglia personale, ma per la vita e la libertà di tutti. Denuncia la nostra incapacità, o assenza di volontà nel caso dei politici, di guardare in faccia la realtà ideologica che forgia i kamikaze: realtà di predicazione violenta. Giornalismo «nobile», che fa il bene delle persone. «Per me è vitale partire da persone in carne ed ossa, che sono in parte una fonte primaria d'informazione che mi consente di rendere nota la loro vicenda, ma nella gran parte sono delle persone che diventano parte della mia famiglia estesa, allargata, con cui io instauro un rapporto che dura nel tempo, che va al di là del semplice rapporto giornalistico». Un esempio è un fatto concreto di un italiano, un romano di 67 anni, malato terminale di cancro, che intendeva sposare una donna tunisina di modestissime condizioni, con cui conviveva da 15 anni, per assicurarle un futuro economico. Quando la donna si è rivolta all'ambasciata tunisina per chiedere l'autorizzazione a sposarsi, le è stato richiesto il certificato di conversione dell'uomo all'Islam, e la conversione doveva essere avvenuta sul suolo tunisino. La denuncia sul Corriere della Sera ha portato l'ambasciata tunisina a fare una deroga in quel caso. Questa vicenda ha dato ad Allam un grande sollievo interiore perchè dimostra che «si può fare del giornalismo portando del bene alla gente e perchè ha denunciato un aspetto fondamentale della nostra civiltà: la violazione della libertà di coscienza. Dobbiamo essere consapevoli, purtroppo, che esistono delle aree extraterritoriali in Italia dove si fa applicare la legge islamica in sostituzione della legge italiana e questo non dev'essere permesso». Crisi mediorientale. «La soluzione risiede nella consapevolezza che a minacciare la pace in Medioriente sono tutti coloro che negano il diritto alla vita altrui e che, per realizzare l'autentico interesse di tutti i popoli della regione, i libanesi, gli israeliani, i palestinesi, è necessario unire tutte le forze, creare il fronte più vasto possibile per isolare e sconfiggere un fronte del terrore che, negando il diritto alla vita altrui, di fatto finisce per negare il diritto alla vita di tutti ed il bene della libertà di tutti. Noi dobbiamo essere estremamente chiari nell'individuazione della realtà e nell'assunzione delle posizioni etiche. Dobbiamo andare al di là della generica condanna della violenza e dei generici appelli alla pace per giungere a quello che porterà veramente una pace che non sia una semplice stretta di mano davanti alle telecamere, ma che si sostanzi nel rispetto della sacralità della vita e della dignità delle persone indipendentemente dalla loro fede, dalla loro etnia, dalla loro cultura. Questa pace potrà aversi soltanto sulla base della condivisione dei valori; il passo che è necessario fare in Medioriente risiede nel superamento di logiche antiquate, di generici appelli contro la violenza e per la pace. Io credo che il Pontefice sia stato, nel momento in cui ha chiarito che il dialogo con l'Islam deve fondarsi sul confronto relativo ai diritti fondamentali della persona, ai valori fondanti della nostra umanità, accantonando le dispute teologiche, una persona che parte dalla consapevolezza che per modificare la realtà bisogna guardare in faccia la realtà e bisogna confrontarsi con le persone, che sono quelli che, da un lato, possono cambiare la realtà e sono i protagonisti della realtà». Davvero null'altro da aggiungere.
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Ragionpolitica, periodico on line n.175 del 29/8/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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