|
|||||||
|
|
Ostaggi a vitadi Armando Pannone - 5 settembre 2006 In un Paese liberale si può decidere di andare in pensione quando si vuole, certi di poter godere immediatamente delle somme trattenute e accantonate durante tutta la vita lavorativa in vista di questo traguardo. In un Paese a guida o ad ispirazione comunista, non esiste il singolo diritto del lavoratore alla pensione. Nessuno può dire basta quando lo vuole e magari fare un'altra cosa, no. Il diritto individuale diventa una concessione. Il sistema europeo, a forte declinazione comunarda, prescinde dalle singole volontà. Ciò che conta sono i diritti dei lavoratori, intesi come classe, categoria e devono essere mediati dalla concertazione sindacale. Il sindacato decide dunque quando e se posso andarmene. Si è completamente stravolto il rapporto lavoratore-sindacato. La delega alle trattative non può spingersi sino alla sfera intima della volontà individuale. Il sindacato, per usare una metafora, da amministratore è diventato proprietario del palazzo. I lavoratori, adesso, dopo aver concesso delega in bianco alla propria vita lavorativa e non, con chi possono prendersela? Colpa loro, di noi tutti, che non abbiamo compreso il legame sottile con cui ci siamo avvinti al posto di lavoro e non possiamo reciderlo. Il lavoro diviene dovere, a questo punto. Dobbiamo anche sentirci in colpa perché, decidendo di andarcene quando vorremmo, mostriamo di non avere coscienza sociale. Questa è l'impostazione tradizionale che abbiamo respirato e alla quale abbiamo aderito. Un'impostazione che ha reso sempre più indispensabile il sindacato e sempre più invasivo. Molti cinquantenni avranno rabbrividito sentendo i leaders sindacali dichiararsi possibilisti sull'innalzamento dell'età pensionabile. Di chi parlano? Di me? Che ne sanno loro di quello che ho in mente di fare? Tardi, per riappropriarsi della propria dignità. Siamo talmente abituati ad esprimerci in termini di diritti collettivi, interessi diffusi, che abbiamo dimenticato la dimensione personale del rapporto di lavoro, sancita costituzionalmente. Il sindacato deve tutelare la mia posizione lavorativa, nel rispetto delle leggi ma se e quando troncare un rapporto di lavoro spetta a me, solo a me, deciderlo. Non è colpa del singolo lavoratore se chi doveva amministrare ha usato male i soldi o ha sbagliato a fare i conti. Sembra invece che ciascun lavoratore debba portare su di sè il peso di anni di fallimenti, di debito pubblico vertiginoso, di sprechi di denaro e che non possa godere i frutti della propria vita lavorativa senza disapprovazione sociale o penalità economiche, i famigerati disincentivi.. Riconduciamo il problema in alvei naturali, per favore. Si possono tagliare le uscite, a cominciare dagli interventi sulle consulenze d'oro, sugli apparati inutili, sui costi degli appalti pubblici. Ipotesi che la sinistra al governo non sembra prendere in alcuna considerazione, anche perché ha ampliato, invece di snellire, la macchina burocratica e gli apparati pubblici. Il contratto collettivo ha unicamente lo scopo di proteggere gli interessi comuni dei lavoratori, ma ogni singola posizione deve essere tutelata sin quando viene espresso il consenso alla prosecuzione del rapporto. Nessun organo rappresentativo può sovrapporsi alla personale volontà, in quanto terza ad un rapporto sinallagmatico tra lavoratore e datore di lavoro. In virtù di tale impegno, l'accantonamento delle somme per il godimento di un vitalizio culmina nel momento, individualmente stabilito, della cessazione del rapporto. Sarebbe come se, volendo prelevare in banca i miei risparmi, il direttore mi comunicasse che non posso, che devo concertarlo e che, in caso di insistenza, subirò un disincentivo. Assurdo? Follia pura? No, perché i lavoratori hanno delegato la loro vita al sistema di rappresentatività sindacale. Nessuno può più muovere un passo finchè vige questo sistema complesso di relazioni in cui i diritti dei singoli vengono sacrificati in nome e per conto di interessi generalizzati di natura magari diversa e non coincidente con essi. Rimedi? Puntare alla ridefinizione del ruolo del sindacato, ridimensionandone la capacità pervasiva. Il sindacato ha un ruolo importante se è al servizio del lavoratore, non può autonomamente decidere delle singole posizioni. Non si vede perché la mediazione dei rapporti di lavoro e delle vertenze debba essere condotto con un sistema che prevede l'esclusione di impugnative personali di contratti collettivi. L'impostazione comunarda del rapporto di lavoro è giunta al punto di non ritorno. Il sindacato che siede alle feste di partito, che parla a titolo personale di scelte individuali, ha aumentato il suo apparato burocratico, il suo peso politico. Perché venga arginato il suo potere deve essere trattato come uno strumento giuridico ed assolvere con umiltà alla sua funzione democratica. Il paradosso italiano è che il sindacato partecipa alle marce, dialoga con le forze politiche, tracima nel mondo politico, è organo decisionale a pieno titolo. Insomma, l'evoluzione della dialettica sindacale è talmente avanzata, la tutela degli interessi generali è così assorbente che quasi pesano i singoli problemi del dipendente da affrontare. Il lavoratore, oltre all'azione di delega sindacale, sappia che può individualmente, come cittadino, adire il Tribunale del Lavoro o il Giudice Ordinario. Ciascuno lo può fare, restituendo a se stesso ed alla propria veste di lavoratore un pizzico di dignità in più. Ciascuno può mandare a dire, inequivocabilmente, a chiunque in televisione parli di concertazione possibile su interessi non suoi, un chiaro messaggio: «Non in mio nome».
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.176 del 5/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||