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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'eresia della carita' come annullamento di se'

di Antonio Iannaccone - 5 settembre 2006

In un recente editoriale, approfondendo le ragioni dell'attuale tragica situazione italiana dei clandestini morenti sulle coste italiane, don Gianni Baget Bozzo ha individuato il motivo ideologico di questo dramma in una certa concezione della politica (su cui convergono alcuni cattolici e la sinistra) intesa come pura «compassione» o, meglio, in una politica che avrebbe fatta propria una certa concezione del Cristianesimo come un «alienarsi dimenticandosi di sé» in favore del prossimo (l'immigrato, da accogliere sempre e comunque). Così, don Gianni si chiedeva se un cattolico impegnato politicamente debba fare propria questa concezione fino al punto di rinunciare a qualsiasi tipo di identità.

La domanda è provocatoria e ne contiene una implicita e ancor più forte: una tale concezione si può dire «cristiana» in senso stretto? Ovvero, dove sbaglia il Cristianesimo definito come «svuotamento di sé per l'affermazione esclusiva del prossimo»? Innanzitutto, questa definizione elimina un elemento che è alla radice stessa del vivere cristiano, anzi l'elemento stesso che la definisce: la vita come testimonianza. Se la sostanza di quel che credo è il mio essere nulla per affermare il prossimo che incontro, ciò significa, paradossalmente, che non ho «niente» da portargli se non me stesso (benché reso nulla per lui). E invece il Cristianesimo è l'annuncio entusiasta di una «notizia», ovvero di un fatto reale che supera sia me che il prossimo che ho di fronte: il fatto di un uomo che pretende di essere vagliato come il senso della libertà umana e della storia.

Ma esiste un ulteriore motivo che rende monca questa concezione: la riduzione assoluta del mistero dell'io e, contemporaneamente, la concezione dell'uomo come vero dominus assoluto della morale. Come è possibile questo apparente contraddizione? Perché l'io dell'uomo si scopre come tale - ovvero come sciolto da ogni cosa e liberato nella sua infinita dignità - solo se è un «tu». Cioè solo se un Mistero inconcepibile lo chiama per nome, così che quel minuscolo io assume una rilevanza infinita e, grazie a questa pienezza inimmaginabile, è capace di interpellare altri «io» alla medesima dignità. Annullando se stesso per l'affermazione del solo prossimo, in realtà il cristiano «ultracompassionevole» annulla anche il Cristianesimo stesso, che è in primo luogo un riconoscere di essere scelti, ovvero una «vocazione». Paradossalmente, invece, nella scelta «kamikaze» di annullare me stesso per il prossimo, affermo una sovrumana potenza dell'io, che, in fondo, non ha bisogno di null'altro che di se stesso per essere «perfetto» in questa forma di compassione assoluta.

E' inquietante notare il parallelismo tra questa visione ultracompassionevole (ma in realtà molto «egocentrica», come abbiamo visto) del Cristianesimo e il parallelo fanatismo islamico: entrambi, fatte salve le differenze morali tra i due atteggiamenti, contemplano la possibilità di annichilirsi per il prossimo. L'uno annulla se stesso in forma spirituale, l'altro arriva ad eliminarsi fisicamente: difficile non pensare alla sottile presenza del fumo del nichilismo che, da Nietzsche in poi, è penetrato fin nelle ossa della cultura occidentale e anche orientale. Tanto più che, sia nell'eresia ultracompassionevole cristiana che nell'Islam, il concetto di Dio è tutt'altro che vivo: nella prima, il dio-uomo è schiacciato sulla sola croce, senza la gloria della resurrezione e senza la domanda sulla persona di Cristo come verità dell'uomo; nel secondo, è un Assoluto Immobile.

In definitiva, come ogni altra eresia cristiana, anche l'«ultra-carità» si può riconoscere con un criterio semplice e infallibile: la riduzione della pretesa di Cristo a fatto trascurabile.

! Antonio Iannaccone
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