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Con i rigassificatori l'Italia si gioca la reputazione

di Emanuela Melchiorre - 5 settembre 2006

All'indomani dell'accordo russo-algerino per la costituzione del nuovo Opec del gas, l'alternativa che si presenta al nostro Paese per differenziare le forniture e garantirci un potere negoziale sui mercati internazionali del metano è la costruzione dei tanto discussi rigassificatori.

Tabella 1

Le stime, infatti, portano a prevedere un andamento del consumo nazionale di gas naturale crescente a ritmi elevati, a fronte di una previsione fortemente decrescente della produzione domestica di gas naturale.

Se le nostre capacità di produzione saranno via via minori, diventeremo sempre più dipendenti dalle forniture estere. Sarà essenziale, quindi, la possibilità per il nostro Paese di approvvigionarsi, per le proprie forniture, presso fornitori dislocati in diversi posti del globo al fine di poter accedere a mercati più competitivi rispetto all'attuale mercato russo-algerino, anche se più lontani. Unico modo per ottenere rifornimenti convenienti da paesi lontani è quello di acquistare gas liquido, poco voluminoso, e riportarlo allo stato gassoso nel luogo di destinazione. Per far questo occorrono, appunto, i rigassificatori. La necessità è impellente e le risposte della politica economica italiana sono state tardive rispetto alle esigenze. Per stessa ammissione del governo Prodi, all'indomani della prima riunione della ormai nota «cabina di regia», recentemente da lui istituita allo scopo, non sarà possibile fare fronte all'imminente crisi energetica italiana, per lo meno per i prossimi cinque anni. L'orizzonte temporale, che è stato tracciato dai tecnici che hanno prodotto le necessarie documentazioni per la discussione della prima riunione della commissione sull'energia, ed entro il quale lo scenario energetico italiano potrà mutare sensibilmente, è di dieci anni e tutto dipenderà dalla capacità di intervenire dell'attuale governo e dagli ostacoli posti dalle comunità locali, che chiedono energia purché prodotta a debita distanza dal loro territorio.

Per risolvere i problemi in tempi non biblici, il ministro per lo sviluppo economico Pier Luigi Bersani ripropone le solite misure di massimizzazione delle scorte e di una attenta gestione delle riserve. Prodi, che ha presieduto di persona la seduta della cabina di regia, afferma che saranno ben oliati i meccanismi, - e in questa arte sembra che egli abbia da insegnare, - per la realizzazione dei progetti già autorizzati nelle regioni della Toscana, Veneto e Puglia e che entro 90 giorni sarà ultimata la valutazione di impatto ambientale dei rigassificatori di Gioia Tauro, Zaule-Triste, Porte Empedocle, Augusta e Rosignano.

Ci sono diversi aspetti che non sono stati però ancora messi in luce chiaramente dalla cabina di regia. Primo fra tutti, il fatto che ci stiamo giocando la reputazione. Poiché nella realizzazione di tali rigassificatori concorrono capitali esteri, alla realizzazione degli stessi è legata la credibilità stessa del Paese. In particolare, all'impianto di Brindisi ha concorso per 400 milioni di euro la Brindisi LNG (ex British Gas), che costituisce il maggior investimento britannico nel Sud Italia. «Se il progetto dovesse fallire, - sostiene Mark Carne, vice presidente per l'Europa e l'Asia Centrale di BG Group in una recente intervista al Sole 24 Ore - nonostante abbia ottenuto tutte le autorizzazioni, solleverebbe la difficile questione di quanto l'Italia sia attraente come destinazione degli investimenti stranieri».

Tabella 2

In secondo luogo, non sono chiari il risvolto occupazionale e i costi di formazione del personale necessario. Pare che siano stati assunti 19 esperti a contratto a tempo indeterminato che frequenteranno una serie di corsi di formazione (non escluso anche un corso di inglese!!) per la durata di due anni in diverse parti del mondo. Poiché il numero di nuovi rigassificatori che si ha intenzione di impiantare è piuttosto elevato e poiché si avrà necessità di un numero crescente di esperti da collocare all'interno delle strutture nazionali, viene naturale domandarsi perché non istituire un centro di formazione sul territorio nazionale, magari con insegnanti provenienti da altre nazioni e altamente specializzati, piuttosto che far viaggiare un numero indefinito (il Sole 24 Ore parla di 150 nuovi posti di lavoro) di futuri tecnici di rigassificatori.

Emanuela Melchiorre

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