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Il pastore della fededi Gianteo Bordero - 5 settembre 2006 Subito dopo l'elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio, il 19 aprile del 2005, molti - sia critici che sostenitori del porporato tedesco - prospettarono l'inizio di un papato «restauratore». L'immagine che tanti avevano negli occhi era quella del «rigido» custode della dottrina della fede, che con i suoi documenti, negli anni del lungo regno di Giovanni Paolo II, aveva per così dire smontato ad una ad una tutte le pretese «nuoviste» della teologia progressista. L'idea comune era che Ratzinger avrebbe trasposto tout court la sua attività all'ex Sant'Uffizio nel pontificato post-wojtyliano. Sembra invece evidente, dopo un anno e mezzo, che il papato di Benedetto XVI è cosa diversa dalla prefettura di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Del resto, nel passaggio che ha investito la sua vita proprio nel momento in cui credeva di poter finalmente tornare ai suoi studi teologici nell'amata Baviera, il cardinale tedesco ha avuto chiaro sin da subito che l'aspetto dominante della sua azione sarebbe divenuto quello «pastorale» e che in primo piano avrebbe risaltato la dimensione universale del suo nuovo incarico. Ciò non significa che in Ratzinger vi sia stata, per così dire, una sorta di «mutazione genetica»; significa, più semplicemente, che la figura e i compiti a cui è chiamato a rispondere un Papa vanno oltre quelli che deve affrontare un Prefetto per la dottrina della fede, e quindi che Ratzinger non ha fatto altro che rispondere alle nuove e diverse responsabilità che il suo compito gli aveva assegnato. Tale passaggio è emerso bene in diverse occasioni. Ultima, in ordine di tempo, è stata il colloquio che Benedetto XVI ha avuto lo scorso giovedì a Castel Gandolfo con i sacerdoti della Diocesi di Albano, che hanno posto al Papa domande sulla vita della Chiesa e sui problemi pastorali che oggi un parroco si trova ad affrontare nello svolgimento della sua missione. Le risposte a braccio di Ratzinger sono state tutte improntate alla condivisione spirituale delle difficoltà dei sacerdoti, nella consapevolezza che «anche il Papa, giorno per giorno, deve conoscere e riconoscere "infirmitatem suam", i suoi limiti. Deve riconoscere che solo nella collaborazione con tutti, nel dialogo, nella cooperazione comune, nella fede, come "cooperatores veritatis" - della Verità che è una Persona, Gesù - possiamo fare insieme il nostro servizio, ciascuno per la sua parte». E che «ognuno di noi ha momenti in cui può scoraggiarsi davanti alla grandezza di ciò che bisognerebbe fare e ai limiti di quanto invece può realmente fare. Questo, riguarda di nuovo anche il Papa. Che cosa devo fare in quest'ora della Chiesa, con tanti problemi, con tante gioie, con tante sfide che riguardano la Chiesa universale? Tante cose succedono giorno per giorno e non sono in grado di rispondere a tutto. Faccio la mia parte, faccio quanto posso fare». Siamo lontani, come si vede, da quell'immagine di un pontificato in stile Santa Inquisizione che molti - chi nel bene, chi nel male - si aspettavano dall'elezione di Ratzinger alla cattedra di Pietro. Ma siamo, per fortuna, nel solco della tradizione della Chiesa e del Papato, in cui, al di fuori di ogni schema preconcetto, alla perennità e all'immutabilità della funzione si accompagna il temperamento della singola persona che la riveste. Per cui si potrebbe dire, retrospettivamente, che anche l'immagine del rigido custode della dottrina della fede era un cliché mediatico piuttosto che una fotografia aderente al vero. Lo stesso Benedetto XVI, nell'ultima intervista rilasciata ai giornalisti delle televisioni tedesche in vista del suo prossimo viaggio in Baviera, rispondendo ad una domanda che sottolineava proprio il fatto della differenza che si nota tra il Ratzinger Prefetto e il Ratzinger Papa, ha affermato: «Io sono stato già sezionato diverse volte: il professore del primo periodo e quello del periodo intermedio, il primo cardinale e quello successivo. Adesso si aggiunge un altro sezionamento. Naturalmente le circostanze e la situazione e anche gli uomini influiscono, perché si rivestono responsabilità diverse. Ma - diciamo così - la mia personalità fondamentale e anche la mia visione fondamentale sono cresciute, ma in tutto ciò che è essenziale sono rimaste identiche». Così, è proprio grazie all'elezione sul soglio pontificio che ha potuto emergere in tutta la sua profondità quel lato «spirituale», quell'«esprit de finesse» interiore di Ratzinger che era come stato sepolto dal «chiché dell'inquisitore» che gli era stato cucito addosso, ma che già emergeva nei libri, nei saggi e nelle conferenze del cardinale e del professore di teologia. Dai primi discorsi fino all'enciclica Deus Caritas est, passando per le catechesi del mercoledì sulle figure degli apostoli, questo anno e mezzo ha tolto il velo al grande carisma spirituale di Ratzinger, alla sua profondità di sguardo e alla semplicità del suo porsi in ascolto di tutti, da Oriana Fallaci ai lefebvriani, al teologo «ribelle» Hans Kung. E' un modo di fare il Papa che, come si vede, conquista e affascina, perché capace di tenere insieme il rigore della dottrina con la tenerezza incarnata del fatto cristiano, che prima di essere un insieme di regole da osservare è la «positività» gioiosa di un'esperienza che salva e libera. Sono veramente convinti, i fautori e i sognatori del papato «restauratore», che sarebbe stato meglio per la Chiesa avere un pontefice «inquisitore» e moralisteggiante piuttosto che un mite e dolce pastore capace di richiamare il suo gregge all'essenziale della proposta cristiana? Chi ha compreso veramente il Ratzinger custode della fede non può che sostenere e seguire ancor di più il Ratzinger pastore della fede.
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Ragionpolitica, periodico on line n.176 del 5/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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