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numero 280
6 marzo 2008
 
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Dalla bioetica alla biopoietica

La bio-disponibilità al tempo dell'homo faber

di Aldo Vitale - 7 settembre 2006

Aborto, stanze del buco, eutanasia, pena di morte, controllo delle nascite, coppie di fatto, selezione embrionale, suicidio assistito, uteri in affitto, fecondazione eterologa, manipolazione genetica, clonazione: i più rinomati elementi che compongono il sottile limite, la evanescente frontiera fra bioetica e biopoietica. Se per la definizione di bioetica non si può rintracciare nello scenario dottrinale una opinione univoca a causa di un relativismo sempre più dominante, o meglio, se non è univoca la determinazione di cosa debba rientrare nei confini della bioetica ed in quali termini, meno difficoltosa sembra profilarsi la identificazione del concetto di biopoietica. Dal greco bios (vita) e poiesis (letteralmente fabbricazione, ma da intendersi più liberamente come manipolazione), biopoietica si può intendere come il complesso di tecniche di cui l'uomo dispone per incidere artificiosamente sui percorsi naturali della vita, creandola a condizioni diverse da quelle dettate dalla natura, modificandola in termini diversi da quelli naturali, determinandone la fine in modi e per motivi diversi da quelli naturali.

Il concetto di poiesis è da intendersi, così come lo era per i greci, strettamente correlato a ciò che le menti elleniche definivano techne, cioè abilità, capacità tecnica. Nell'ambito della biopoietica, dunque, assume una significativa rilevanza la techne, la tecnica, a tal punto da poter ritenere che la biopoietica si traduca concretamente nella biotechne, nella biotecnica, cioè nelle modalità tecniche con cui si può gestire artificialmente la vita dalla sua origine al suo termine. La biopoietica si fonda dunque sul biotecnicismo, cioè sulla capacità dell'uomo di poter usufruire di un variegato possibilismo tecnico con cui intervenire a piacimento sulla vita. La biopoietica indica, allora, all'un tempo il processo sincretico fra volontà di gestire e manipolare la vita da un lato, e la possibilità tecnica (biotecnicismo) di farlo dall'altro. Per bioetica si può intendere, invece, la scienza etica dell'esistenza, ciò che consente di attribuire un valore, un limite etico alle azioni umane, nel caso specifico, alle azioni che riguardano la vita. La bioetica affronta il problema di stabilire, secondo parametri legati alla ragione ed alla giustizia, cosa sia giusto e cosa non lo sia ingentemente alla vita ed ai comportamenti umani.

Trascurando i problemi di cui ciascuna tematica soffre di per sé, maggiori dilemmi sorgono nel momento in cui bioetica e biopoietica interagiscono. Il nodo gordiano è stabilire se le operazioni della biopoietica siano inquadrabili nell'ambito della bioetica o se, diversamente, possano rappresentare un catalogo autonomo di valori. Stando alla semplice osservazione delle innovazioni legislative degli ordinamenti giuridici europei, si osserva una sempre più frequente tendenza del legislatore a disciplinare materie attinenti la vita. Il legislatore, infatti, arranca dietro il progresso tecnico, che al continuo galoppo crea infinite lacune normative, una continua vacatio legis su tematiche sempre più importanti, che non possono non essere subordinate al vigore di una legge proprio perché attinenti a questioni fondamentali per l'individuo e per la società. L'attività del legislatore, dunque, si adagia - in un certo senso - sull'attività scientifica che è assolutamente autonoma. Il legislatore, che nella maggior parte dei casi si ritrova davanti ad un fatto compiuto, non può che prendere atto di ciò che è accaduto e disciplinare di conseguenza. Tuttavia il legislatore gode di una significativa libertà nel momento in cui deve scegliere il modello di riferimento, il sistema di valori a cui riferirsi, il tipo di libertà da garantire e disciplinare con il suo operato; al legislatore è, insomma, rimessa la facoltà di decidere se propendere per la bioetica o per la biopoietica.

La biopoietica, e con essa tutti i suoi sostenitori, presuppone - esige anzi - che il legislatore propenda per concedere quanto più spazio possibile all'evoluzione tecnica ed alla possibilità di applicazione della stessa, o che, addirittura, non disciplini del tutto la materia, lasciando alla comunità scientifica la libertà di autodeterminarsi. La bioetica, invece, richiede che non solo il legislatore disciplini una determinata materia o questione tecnica, ma si adoperi per definire i perimetri di ciò che è giusto e di ciò che non lo è all'interno di una determinata operazione scientifica o tecnica, sia quando essa è soltanto al livello sperimentale, sia quando di essa si faccia esplicita applicazione a livello sociale. La biopoietica esprime con chiarezza il concetto per cui solo nelle infinite possibilità di fare dell'uomo può esservi un progresso autentico oltre ad una reale libertà, mentre la bioetica ritiene che la vera libertà possa talvolta essere minacciata - e con essa la giustizia, la razionalità e le leggi di natura - dall'infinito possibilismo tecnico e che il progresso non sia necessariamente coincidente con il suddetto possibilismo tecnico, ma che anzi possa identificarsi con un limite da porre razionalmente giustificato dalle leggi naturali.

Nella prospettiva biopoietica, insomma, l'unico limite umano è rappresentato dalla possibilità tecnica di eseguire determinate operazioni, quasi in un delirio di onnipotenza creando un Superuomo di stampo nietzscheano, laddove nella prospettiva bioetica, invece, l'uomo è perimetrato nei confini della sua umana e naturale finitudine, sancendo, dunque, che sono proprio i suoi limiti a determinarne l'umanità. Le azioni dell'uomo per la bioetica hanno dunque un limite: il limite di non alterare, lacerare o annientare l'uomo con procedimenti tecnici e scientifici di dubbia razionalità e naturalezza. La biopoietica tende alla costituzione dell'homo faber, cioè alla costituzione di una visione dell'uomo impostata sul volontarismo assoluto con alle spalle un relativismo che porta a negare l'inderogabile cogenza delle leggi di natura con la possibilità, dunque, di poterle manipolare a proprio piacimento.

In sostanza: ai tempi d'oggi, in cui si ritiene folle colui che crede che l'uomo abbia dei limiti, sarebbe opportuno ricordare ciò che il filosofo medievale Boezio si chiedeva mostrando, in dispetto del pregiudizio di marca illuminista sulla presunta oscurità dell'evo in cui ha operato, oltre che una impressionante modernità anche una straordinaria razionalità: «Vi è dunque qualcuno che ritenga gli uomini possono tutto? Nessuno, a meno che non sia pazzo».

Aldo Vitale

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