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Due donne, due schiavedi Benedetta Pini, Stefano Doroni - 10 settembre 2006 Della tragedia di Hina, la giovane pachistana uccisa in famiglia perché si ostinava a comportarsi «all'Occidentale» contravvenendo ai feroci dettami del teodispotismo coranico, si è parlato un po': poi si sono spenti i riflettori. Perché nell'Italia a guida cattocomunista non si può parlare troppo male - e troppo a lungo - dei misfatti dei «compagni musulmani». Del caso della povera Maha, tunisina pestata a sangue dal padre e dal cugino in quel di Borgonuovo, quartiere alla periferia di Palermo, solo perché osava uscire senza il consenso della famiglia e intrattenersi con i suoi coetanei «infedeli» dell'Istituto in cui studia, non si è parlato quasi per niente. Le hanno fracassato la faccia e lesionato gravemente la milza; la piantonavano perché non uscisse di casa né potesse chiamare aiuto. Ma lei, col telefonino che era riuscita a nascondere ai suoi aguzzini, ha chiamato i Carabinieri riuscendo così a farsi liberare dagli artigli di chi l'aveva segregata. Di Maha non ha parlato praticamente nessuno. Eppure è l'ennesimo caso di inaudita e intollerabile violenza consumato nelle nostre città: occidentali, civili, libere eppure piagate da sfregi insostenibili come questi. Due donne, Hina e Maha, due schiave impotenti dello stesso sistema teocratico che consente ai suoi adepti di pretendere l'imposizione della propria legge dispotica anche in una terra che li ospita ed è lontana anni luce da quei bui orizzonti di oppressione e discriminazione. Hina aveva il torto di amare un italiano (un «infedele») e di non gradire il matrimonio combinato con colui che la famiglia aveva scelto per lei; con ogni probabilità a Maha sarebbe toccata la stessa sorte: evidentemente la tenevano lontana da qualsiasi contatto con uomini occidentali per «conservarla» ad uso e consumo di colui che in futuro sarebbe stato il suo legittimo proprietario. Due donne, Hina e Maha, che rappresentano la triste condizione femminile nel mondo islamico. La donna come cosa, pura materia, oggetto di cui fare libero uso, di cui disporre a proprio piacimento (chi non ci crede si sfogli il Corano, tanto citato da noi come fonte di saggezza senza che la maggior parte della gente ne conosca una parola). Che dice di fronte a casi come questi la sinistra paladina della multiculturalità? Quando il simpatico «migrante» diventa un padre omicida o violento cosa dicono le anime belle? Tacciono, si nascondono. Come tace la maggior parte dei mezzi di informazione italiani, in gran parte tristemente allineati al pensiero unico della guida rossa del Paese. Chi non tace di fronte a certi intollerabili abusi è, ancora una volta, Forza Italia che, con il suo Deputato Onorevole Daniele Galli, propone un disegno di legge ad integrazione dell'articolo 600 del Codice Penale, in modo da configurare come reato il matrimonio combinato. E questo naturalmente per difendere un diritto sacrosanto: la libertà dell'individuo a compiere le scelte che riguardano la propria vita personale; in poche parole il diritto della persona ad autodeterminarsi. Come sostiene l'Onorevole Galli, «qui non è in ballo questo o quel procedimento, questa o quella interpretazione. E nemmeno è in ballo il concetto di accoglienza o la nozione di multiculturalità. Qui è in ballo la libertà individuale: quella libertà che è indigesta tanto agli islamici che ai comunisti. Non si possono più passare sotto silenzio certi abusi. Qui le persone vengono ridotte in schiavitù sotto il nostro naso, e dovremmo starcene zitti? Parliamo tanto del dramma dello stupro (il più ripugnante e insopportabile reato che si possa compiere contro un essere umano) e voltiamo la faccia dall'altra parte quando molte donne vengono condannate a stupri perpetui, magari proprio in virtù della pratica aberrante del matrimonio combinato? E le conseguenze le abbiamo sotto il naso: pensiamo a Hina; e pensiamo a Maha, se le fosse capitata la disgrazia di innamorarsi di uno dei giovanotti che conosceva nell'ambiente della sua scuola. Ripeto: non possiamo continuare a tacere di fronte a veri e propri casi di riduzione in schiavitù. Come altro possiamo definire un comportamento che induce una persona a disporre di un'altra come esercitasse su di essa un diritto di proprietà?». Ospitiamo pure gli immigrati, in gran maggioranza islamici: e teniamo ferma l'attenzione sui pericoli derivati dal terrorismo. Ma non possiamo ignorare comportamenti che, se a lungo sopportati, diventerebbero tacitamente leciti, arrecando così un vulnus gravissimo a quei diritti umani che abbiamo il dovere di difendere. Le belle parole - sempre a senso unico - non bastano: i fatti ce lo stanno dimostrando. E i diritti degli individui, i diritti delle donne ad essere considerate persone libere quanto i maschi, non hanno colore politico: chiedono rispetto, anche quando si ha a che fare con i privilegi ideologici accordati ai figli di Allah. Benedetta Pini, Stefano Doroni |
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Ragionpolitica, periodico on line n.176 del 5/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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