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6 marzo 2008
 
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Capire l'11 settembre

di Valentina Meliadò - 12 settembre 2006

Io, come tutti, quel giorno non lo dimenticherò mai. Quelle immagini, quell'apocalisse in diretta televisiva, la follia umana che si mostrava in tutta la sua feroce potenza e si mischiava al coraggio e alla semplice grandezza di chi era lì a fronteggiare il finimondo, tutto questo rimarrà impresso nella mia memoria come un film assurdo, un incubo talmente eccessivo da non poter credere di non averlo solo sognato.

Forse è inutile ricordare che da allora tutto è cambiato, che il mondo non è più lo stesso, che la sfida che abbiamo di fonte sarà lunga e difficile, e che da quel giorno la paura accompagna la nostra vita quotidiana. Forse è inutile ribadire che l'11 settembre è stato un brusco risveglio per un Occidente che dopo la caduta del Muro di Berlino si è superficialmente proiettato in una infinita prospettiva di pace, e che i pochi anni che vanno dalla fine della guerra fredda alle Twin Towers sono stati vissuti con lo stesso spirito della Belle Epoque, che non a caso finì travolta dalla prima guerra mondiale. Abbiamo scelto l'incoscienza e ci siamo rifiutati di cogliere tutti quei segnali che - se letti per ciò che veramente significavano - ci avrebbero portati alle Torri prima dei terroristi che le hanno buttate giù.

Ma il dramma peggiore, quello che, a cinque anni di distanza, è demoralizzante, è che una vera presa di coscienza occidentale riguardo al terrorismo islamico ancora non c'è, ed anzi, oltre alle divisioni politiche ed alla incrinatura dei rapporti euro-americani, ora sono arrivate anche le tesi complottistiche, roba in cui - per quanto impegno ci si può mettere - non si riesce a trovare uno straccio d'appiglio credibile. Eppure ci si vuole credere. Ancora una volta, come negli anni della guerra fredda, il fascino della dietrologia demoniaca è più forte della verità nuda e cruda. Non bastano gli attentati e le stragi in tutto il mondo, non bastano i proclami di Bin Laden e dei suoi accoliti, non basta aver visto con i nostri occhi, aver udito con le nostre orecchie, la realtà non ci basta, ed è questo il motivo principale per cui questa guerra rischiamo di perderla.

Del nostro nemico non abbiamo capito nulla, mentre lui sa tutto di noi e, quando non usa le armi, sfrutta le nostre debolezze, i nostri buchi legislativi, i nostri scrupoli, la nostra stessa concezione della vita. E tesse la ragnatela degli anni a venire. Mentre noi, alla faccia dell'evidenza, troviamo mille scuse e giustificazioni al terrorismo islamico (tra cui una guerra scoppiata due anni dopo l'11 settembre), loro pianificano le proprie mosse in termini generazionali, con una concezione del tempo che ci ostiniamo a non capire perché, a differenza della nostra, è teleologica, si basa cioè sull'idea che la vittoria finale, prima o poi, arriverà. Mentre noi rintracciamo nella povertà (anche dove questa, oggettivamente, non c'è) la causa eterna del risentimento anti-occidentale, loro alimentano e propagandano un odio che è ideologico, arcaico e conquistatore.

L'Occidente è talmente secolarizzato da non credere più che la religione possa spingere ad atti estremi, ma dimentica che i fondamentalisti non conoscono la differenza tra potere laico e potere religioso; il Corano è la loro Bibbia, la loro Costituzione ed il loro paradigma morale, ed è chiaro perché tale concezione arcaica non possa che prefiggersi la conquista dell'Occidente: i due sistemi sono del tutto impossibilitati a convivere. Se a questo poi si aggiunge il desiderio di rivalsa storica, l'ostilità nei confronti della modernità e l'uso politico del risentimento anti-occidentale che le oligarchie, le teocrazie e le monarchie arabe fanno presso l'opinione pubblica dei propri Paesi per garantirsi la permanenza al potere, non ci si può stupire di quanto accade in tutto il mondo. Io non credo (non ancora almeno), che il fondamentalismo goda dell'approvazione della maggioranza delle masse musulmane, ma certo i segnali che provengono dalle comunità islamiche europee sono preoccupanti e meriterebbero un ripensamento serissimo delle politiche di integrazione adottate in Europa sino ad oggi, tutto il contrario, purtroppo, di quanto ci si appresta a fare in Italia, dove il significato degli attentati di cinque anni fa ancora non è chiaro.

L'11 settembre 2001, che lo si voglia o no, non è scoppiata una guerra, ma ci siamo piuttosto accorti che qualcuno la guerra ce la sta facendo da decenni, con una determinazione e una preparazione decisamente superiori alla volontà occidentale di entrare nel conflitto. L'America, che questo ritardo l'ha pagato sulla propria pelle, bene o male ha scelto di combattere, e nonostante gli errori commessi (tra cui lasciare incompiute le guerre intraprese, e non c'è nulla di più indecente che rendere inutili le morti provocate), esprime una determinazione a non arrendersi che è il segno di una presa di coscienza che in Europa continua a mancare. Con il rischio che questo comporta di dimenticare il significato - che rimarrà attuale ancora a lungo - dell'11 settembre.

! Valentina Meliadò
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