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Prodi il cinesedi Letizia Bandoni - 14 settembre 2006 Come non riconoscere a Mao Zedong il ruolo di grande leader di Pechino quale è stato? E come non riconoscere che la Cina è oggi la più grande Nazione emergente nel mondo, con un potenziale davvero impressionante che non si limita certo al numero degli abitanti ma che parla di capitale, industria, risorse umane e naturali? Una grande storia ed un grande Paese, dunque. Grande quanto i 9.0000.000 di morti che Mao ha lasciato in eredità alla storia. Grande quanto i 2.000 condannati a morte che la Cina sforna ogni anno. Una grande Nazione che merita, pertanto, tutte le accortezze che il nostro governo le sta riservando, non fosse altro che per i suoi «grandi numeri». Prodi come Bernoulli, dunque? «La frequenza relativa di un evento tende a stabilizzarsi all'aumentare del numero delle prove». La Cina ha frequentemente usato la prepotenza commerciale per imporsi sui mercati globali, fregandosene delle regole dettate dal Wto, fregandosene che il suo popolo passasse dall'ossessione dittatoriale comunista all'ossessione dittatoriale statal-capitalista. La Cina ha frequentemente occidentalizzato la sua economia e rinchiuso ancora di più nella morsa del taglione culturale oriental-comunista la propria società: filtrati i motori di ricerca sulla rete, nessun accesso alle agenzie di stampa occidentali, legge capitale per chi si dichiara nemico del comunismo, nessun rispetto dei valori e dei diritti umani. La Cina ha trattato il suo popolo come merce: si tolgono le persone dai campi per tenerle rinchiuse 18 ore al giorno a lavorare in buchi sovraffollati, si dà loro una casa possibilmente prefabbricata e all'interno dei complessi industriali giusto per averne sempre il diretto controllo, si usano le persone per farsi grandi agli occhi del mondo ma non si dà loro l'opportunità di diventare grandi sotto il profilo umano e culturale. Certo che no, l'ignoranza è quella che serve al governo cinese per evitare la rivolta popolare. Per la legge dei grandi numeri, questa «prova comportamentale» reiterata tende a stabilizzare il proprio effetto. Ma quale? La Cina sta esplodendo: invade con azioni pericolose di dumping commerciale i mercati mondiali, mette in ginocchio le grandi imprese così come le piccole, sacrificando i diritti umani sull'altare dell'economico prodotto dei suoi soprusi. Il mondo tutto la osserva. La osservano il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, così come la Malaysia, suoi clienti privilegiati. La osserva il Vecchio Continente europeo, la osserva l'America. La temono e la sognano. Temono che la Cina arrivi a mangiare tutto in un sol boccone. Temono e fanno bene, visto che è la Cina che detta il prezzo del petrolio sui mercati internazionali, che fa altalenare al rialzo il prezzo e la disponibilità delle materie prime. Sognano che i 100 milioni di nuovi ricchi cinesi comprino i prodotti delle nostre economie, quelli realizzati a suon di vincoli 626, al caro prezzo dell'Irap, al caro e meritato prezzo del rispetto umano. Sognano che la Cina apra i suoi mercati. Il problema è che mentre il pericolo temuto è reale e concreto, il sogno resta solo tale. La Cina non ha mai aperto un dialogo, non si è mai aperta a concessioni né sul piano commerciale né sul piano umano. Non lo ha fatto prima, al tempo della dittatura comunista di Mao, per ragioni culturali e di storia sociale forgiata sull'oscurantismo statalista. Ora poi, che ha il potere di accelerare e frenare l'economia mondiale, cosa ci aspettiamo che conceda? Nulla. Mentre il mondo continua a sognarla, la Cina continua a farsi temere. E come per ogni «nemico temuto» che si rispetti, Prodi ritiene sia positivo non stuzzicare il cane che dorme. Il mondo intero chiede che la Cina affronti un dialogo di civiltà con l'Occidente partendo dal rispetto delle semplici quanto importanti regole commerciali senza prescindere dal rispetto dei diritti umani. Bruxelles chiede i dazi, l'America chiede il riequilibrio della valutazione sui mercati della moneta di corso, le associazioni internazionali chiedono il rispetto umano partendo dall'abolizione della pena capitale. L'Italia di Prodi no. Non chiede. La sogna e sogna che la Cina sogni l'Italia. Romano Prodi afferma che mentre la Cina è potenza preoccupante per certi nostri settori (tessile e calzaturiero in primis), essa potrà portare grandi benefici ad altre attività nel ramo finanziario, ambientale, energetico. Insomma, Romano Prodi non va in Cina con un'ottica di sistema, come vuole farci credere, ma bensì per cogliere la palla al balzo e farla cogliere solo ad un certo «sistemino» Italia. Così, mentre Iveco, San Paolo IMI e pochi altri magari stringeranno qualche accordo con il Dragone, a casa Italia ci sarà qualche altro imprenditore che verrà fulminato dal fuoco rosso. Il Vecchio Continente deve aprire un dialogo con la Cina e deve farlo coralmente senza lasciare che certi Paesi più scaltri o forse più sognanti le facciano acquisire ancora più potere contrattuale sul tavolo del confronto civile. L'Occidente deve stringere la Cina all'angolo, partendo proprio dal significato occidentale dell'essere civiltà prima ancora di definire le regole del competere con la civiltà. Solo dopo avremo un unico linguaggio possibile da utilizzare, solo dopo potremo davvero fare sistema, partendo da un rispetto reciproco nei rapporti sociali ed economici. In Cina questo rispetto adesso manca. Manca nei confronti del suo popolo, figuriamoci se è sognabile che lo abbia con l'Italia. Ma Prodi sogna. E mentre altri imprenditori italiani, rappresentanti il tessuto vivo della nostra economia, saranno sconfitti dall'amica Cina, noi stringeremo la mano all'amica di Mao, ai 9.000.000 di morti, ai 2.000 condannati l'anno. Bella missione, Professore. Bravo, bis!
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Ragionpolitica, periodico on line n.177 del 13/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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