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Scandalo al telefono

di Gabriele Cazzulini - 16 settembre 2006

«Ma stiamo diventando matti? - si chiede stizzito Prodi con l'atteggiamento di chi cerca, maldestramente, di nascondere le mani piene di marmellata. A quanti, nell'opposizione, chiedono che il parlamento sia informato sui rapporti tra il premier e il riassetto di Telecom Italia, Prodi risponde picche. Ma è solo l'inizio indignarsi per un premier che ignora il diritto del parlamento ad essere informato, dopo che lo stesso Prodi si era prostrato dinnanzi a Montecitorio: la bocciatura delle riforme costituzionali del centrodestra era ispirata proprio dalla volontà di difendere le prerogative del Parlamento. Si vede che Prodi ha cambiato idea ma, in perfetto stile Prodi, non lo dice pubblicamente. Come non dice tante altre cose, perché sa bene che se le dicesse, dovrebbe dire addio alla sua poltrona di primo ministro.

Per una volta tanto il silenzio è stato rotto, non certo per autocritica, ma per una congiuntura favorevole alla giustizia, la dea che dallo scorso aprile sembra disdegnare l'Italia. Ci sono le solite, vecchie parole che parlano di un primo ministro che non perde il vizio di interferire con l'economia. Parole che raccontano di piani segreti per rimettere le mani sulla principale compagnia telefonica italiana, all'oscuro del Parlamento e anche del governo stesso. Parole che fanno rima con complotto, ma il complotto non compare sul dizionario della democrazia. Invece che rispettare l'autonomia di un imprenditore, Prodi ha cercato con vari mezzi di influenzarne le scelte, sfruttando la sua posizione di potere in contrasto con gli interessi del libero mercato - dicesi concorrenza sleale. Infine, il soggetto è sempre Prodi, ha negato tutto, scaricando sul suo fedele assistente l'iniziativa di questa manovra per ri-nazionalizzare Telecom Italia, facendo vestire al povero Angelo Rovati gli scomodi panni del Sancho Panza di turno. Ma non se lo merita, anche perché se la responsabilità del progetto fosse comunque nata dalla testa del consigliere di Prodi, i contatti con Tronchetti-Provera e la determinazione a realizzare il progetto confermano la responsabilità politica di Prodi - altrimenti avremmo un consigliere tecnico dotato di libera iniziativa politica. Prodi fa il finto tonto scaricando la colpa su Rovati, oppure Rovati ha più poteri di Prodi. Un'ipotesi peggio dell'altra.

Le vere parole, quelle che gridano, sono ancora altre. Una Telecom Italia che finisse smembrata è l'incubo della sinistra, perché vorrebbe dire che gli archivi di Telecom, dove sono raccolte milioni di intercettazioni, potrebbero finire nelle mani sbagliate. E uno. Poi c'è la questione, irrisolta perché insabbiata, di Telekom Serbia e dei finanziamenti a Milosevic, che a sua volta tira in ballo la commissione Mitrokhin. Basta e avanza per far perdere il sonno a chi sa di rischiare grosso. Se poi queste altezze danno le vertigini, basta scendere per accorgersi della trepidazione con cui il gruppo di Carlo De Benedetti sta facendo l'avvoltoio su Tronchetti-Provera aspettando di mettere lui le mani su Telecom Italia e costruire il terzo polo televisivo, sotto la tutela dei Ds. A proposito, in estate tutti si erano scagliati contro la libidine finanziaria dei Ds di Unipol che volevano fagocitare la Bnl, anche se la seconda era quattro volte più grande di Unipol - ma sono dettagli marginali per i rivoluzionari che hanno trasferito le ideologie sui conti correnti. Ora che è Prodi a fare il politico finanziere, la questione morale ha perso valore - letteralmente. E' un momento d'oro, in borsa dicono «fase di toro», per la finanza prodiana, dopo la fusione tra San Paolo-Imi (quella che si accollò la voragine del Banco di Napoli al tempo di Prodi) e la Banca Intesa del fidatissimo Bazoli (il cui cognato Gregorio Gitti è l'anima dei comitati civici per il partito democratico). Ora però che Telecom rischia di diventare davvero una compagnia privata che pensa a fare profitti, c'è il rischio che l'ultimo miglio, cioè la rete fissa, e il gestore di rete mobile siano sfilati via dal controllo politico. Basta vedere cosa è successo a Moggi con le intercettazioni, e si capisce subito cosa vuol dire controllare Telecom.

Il silenzio si rompe e così si scoprono anche molte parole senza senso - come le liberalizzazioni di luglio, anche quelle concepite nel buio della notte, che fecero gridare a tanti creduloni che questo era un governo liberista. Oggi si vede davvero bene quanto sia liberista questo governo. Peccato per chi si è lasciato infinocchiare dall'inganno dei lib-com, i comunisti liberisti, che non esistono proprio. Altra parola vuota è il risanamento dei conti pubblici, che scatenava crisi di panico in Padoa-Schioppa, ma poi è scoppiata come una bolla, cioè una balla di propaganda. Le entrate sono aumentate con le riforme fiscali del centrodestra, e la crescita economica tira quel tanto che basta ad alleggerire la finanziaria che da 35 è scesa a 30 miliardi e alla fine sarà poco sopra i 25-27 miliardi di euro. Però i soldi per l'operazione di Telecom ci venivano fuori subito, senza problemi di tagli alla spesa pubblica e al rapporto con Bertinotti. Miracoli dei numeri. Tutti questi nodi intorno ai telefoni fanno capire la determinazione insolita con cui Prodi si è lanciato nell'assalto a Telecom. Per una volta tanto Prodi è in sintonia con gli italiani; anche loro si stanno chiedendo: «ma stiamo diventando matti?», solo che la domanda la rivolgono a Prodi.

! Gabriele Cazzulini
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